Friday, 24 July 2015

Il silenzio sulla Strage di Oslo : «Siamo tutti in pericolo»


Nessuno ricorda, nel giorno dell’anniversario, la strage di Oslo del 22 luglio 2011. Anders Behring Breivik è un terrorista norvegese, conosciuto in quanto autore degli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia, che hanno provocato la morte di 77 persone.Dichiaratosi un anti-multiculturalista, anti-marxista, anti-islamista, e sionista è autore del memoriale 2083. Una dichiarazione europea d’indipendenza. In questo scritto di 1518 pagine Breivik si definisce “salvatore del Cristianesimo” e “il più grande difensore della cultura conservatrice in Europa dal 1950″.
Alle rivolte dei residenti da Livorno a Piacenza, da Treviso a Roma, fa eco l’ultima intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini: «Siamo tutti in Pericolo». Ha dilagato, in questi giorni, una violenza insensata, senza alcuna giustificazione plausibile. Gli immigrati che dovremmo integrare, vengono letteralmente terrorizzati. Così come si è fatto coi Rom, si procede anche con gli immigrati. Il contratto sociale esistente fra noi e loro, l’unico legame che realmente ci unisce, cioè la legge di questo stato, viene stracciata davanti agli occhi degli immigrati con furia barbarica. L’anniversario della strage norvegese viene dimenticata dagli organi di stampa e cancellata dal web italiano. Su oltre 400 pagine create in 24ore nella giornata di ieri 22 luglio 2015, solo due sono in lingua italiana. Nessun quotidiano ricorda gli attentati. In un momento in cui è necessario comprendere il fenomeno e le sue cause, perché ci si dimentica di una strage emblematica delle dinamiche e del contesto politico-sociale di oggi?
Ma Pasolini lo diceva in quella intervista:
«E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di lì, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo?».
E ancora: 
«Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto riderei bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale»
Veniamo a noi. Non dico ciò che segue per caso, ma sempre riferendomi a quest’intervista di Pasolini. Cioè, ancora una volta, l’Italia viene condannata dalla corte dei diritti umani di Strasburgo, all’unanimità. E così, come è avvenuto per le condanne in merito alle condizioni dei detenuti (in questi giorni ci sono stati gli ennesimi suicidi), e come è avvenuto per quelle relative alla legge 40 sulla gravidanza assistita, anche questa volta, cioè per le coppie gay e le unioni civili, l’Italia viene condannata dopo le denunce di semplici cittadini che si sono attivati autonomamente sulla base dei loro diritti violati. Essendosi rivolti inutilmente ai tribunali di competenza, sono passati poi alla corte europea, sempre con l’aiuto di associazioni (in questo caso il nome è «Certi diritti») legate alla galassia del Partito Radicale. In buona sostanza, come viene «dimenticata» la strage norvegese, allo stesso modo, viene avulso dal contesto il reale protagonista di tutta la faccenda. E, in questo caso, l’associazione «Certi Diritti»; un’associazione del Partito Radicale.
Il tema radicale non è un tema avulso dal contesto. Proprio in questi giorni si organizza in parlamento l’ennesima presentazione di una legge per la legalizzazione delle droghe leggere. E anche in questo siamo drammaticamente fuori dal mondo. Gli sbarchi di poveri disgraziati continuano. Il nostro sud Italia è solo, da paese più povero d’Europa quale è, e affronta impotente l’immane esodo.
Una proposta coerente di governare questo esodo biblico, che pare caratterizzerà tutto il 21 secolo, è arrivata solo dall’ex ministro degli esteri Emma Bonino (del Partito Radicale), messa nell’angolo dal governo Renzi e sostituita da un personaggio senza alcun esperienza. Molti si lamentano del poco peso politico dell’Italia all’estero, ma, anche in questo caso, ci si dimentica dei veri responsabili di questa scelta.
A questo punto potremmo anche ipotizzare che il «marcio» non proviene solo dalla produzione Italiana interna, anzi, se il governo ha fatto la scelta di non contare nulla in Europa, questa scelta non può essere assolutamente imputabile alla sola responsabilità italiana, ma, evidentemente, a pressioni molto più invasive, provenienti dall’Europa e, probabilmente, non solo dal suo interno. Insomma lo spostamento a destra del governo italiano coincide esattamente ad uno spostamento identico all’interno di molti stati dell’Unione Europea, e che, ovviamente, è legato alla manipolazione del consenso ad uso di potentati politico-economici. Agiscono incontrastati in assenza di una politica europea latitante.
Dicevo che tutto quello che ho scritto qui sopra è in una relazione semplicemente naturale con l’intervista a Pasolini. Infatti Pasolini dimostra di aver previsto quello di cui sopra nei minimi dettagli, proprio quando dice a Colombo: 
«Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali».
L’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini fu realizzata un giorno prima che Pasolini venisse ucciso. Fu pubblicata pochi giorni dopo la sua morte, l’otto novembre 1975. Un’intervista sconvolgente, come furono del resto sconvolgenti tutte le ultime attività del poeta proprio prima di esser ucciso ad Ostia. Credo che quest’intervista sia stata sconvolgente non solo per i lettori a cui fu destinata, ma soprattutto per il giornalista, un giornalista dal calibro di Furio Colombo. Un fatto così eclatante non solo non può essere dimenticato, ma tende ad occupare il pensiero di chi lo ha vissuto, per tutta la vita. O, almeno, fin quando questo testimone non se ne sia fatta una ragione plausibile. E Furio Colombo ha avuto occhio attento sul Partito Radicale. 
In questo articolo Pasolini non fece altro, parlando del Potere, che aniticiare, all'interlocutore ignaro, i fatti che poi sarebbere accaduti ad Ostia dopo poche ore. Invito i lettori a rileggerlo, non ho alcuna voglia di analizzarlo qui. Inoltre, se i lettori vogliono arofondire, possono leggere i libri di Giuseppe Zigaina e il libro che sto per pubblicare a brevi capitoli su Kindle. Potrete trovare le informazioni al mio libro sulla mia mia pagina facebook dedicata a Pasolini.
Il significato della morte di Pasolini, e della intervista di Furio Colombo «Siamo tutti in pericolo», nel contesto dell’anniversario della strage di Oslo del 2011 e dei disordini xenofobi che interessano l’Italia di quest’ultima settimana, verte essenzialmente sul Potere.  Potere, nel caso specifico di Pasolini, non solo inteso nella sua accezione negativa, ma inteso anche come sua «strumentalizzazione creativa». Il Potere è stato rappresentato dalla letteratura italiana da pochissimi letterati. E i più grandi letterati del 900 – successivi al Manzoni - possono esser individuati solo con Federico De Roberto, autore del romanzo «I Viceré», e con Pasolini, autore di «Petrolio». Un romanzo, quest’ultimo, che non è affatto incompiuto, tutt’altro!
La conoscenza pasoliniana della società e del suo Potere, visti genealogicamente partendo dall’unità d’Italia, raggiunse un livello tanto profondo, che il poeta poté farne il suo «strumento» di lavoro quotidiano, il suo attrezzo fondamentale. Voglio dire che come un contadino usa la falce, un operaio il suo martello, o, su un altro piano, il Cristo usa la sua croce, così Pasolini ha usato il Potere della società italiana. Ovviamente, per fini specifici alla sua personale poetica.
«Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.»
Egli sapeva molto bene a cosa stava andava in contro il giorno dopo, proprio perché, usando il Potere come una spranga o come una zappa, volontariamente, e con la massima consapevolezza e coscienza, ha fatto sì che ciò accadesse. Inoltre egli sapeva perfettamente anche dove e quando la società italiana sarebbe andata a sbattere. E ha fatto volontariamente ciò che ha fatto, mettendoci «pedagogicamente» in guardia, anticipando: «Siamo tutti in pericolo»!
L’aspetto peculiare di questa vicenda è analizzabile in due momenti fondamentali: la «provocazione» e la «strumentalizzazione». Venendo velocemente ai giorni nostri, dobbiamo tener conto di questi due momenti. Prima la provocazione: il Potere provoca linguisticamente per destabilizzare la società. E poi la strumentalizzazione: il Potere strumentalizza gli elementi destabilizzati della società per ottenere una perenne legittimazione.
Certo, questo può accadere anche per caso, cioè senza essere stato programmato o voluto, inconsapevolmente, ma purtroppo non è il caso di oggi. Oggi non è come ai tempi di Pasolini, in cui si usavano solo bombe. Sono decenni ormai, da quando le bombe si sono fermate, che i canali televisivi dell’informazione nazionale pubblica e privata, determinano scientificamente le percentuali dei partiti alle elezioni politiche.
E questo ha messo i suoi «tecnici» (i tecnici dell’informazione) su una strada che non solo li rende esperti, ma veri maestri della manipolazione. Un «maestro della manipolazione» non può mandare la società allo sfascio per errore, un «maestro della manipolazione» non raddoppia e poi triplica i voti di un solo partito politico xenofobo solo per una svista che, per aggiunta, dura da tre anni, ed è ancora in atto.
Il mostro che in Norvegia ha ammazzato 77 persone è stato, probabilmente, il risultato di un errore di calcolo, ma i mostri che il Potere sta allevando nell’Italia di oggi, sono non solo voluti, ma programmati, attesi, desiderati… La vittima inerme di questa strategia del terrore sarà ancora una volta il centro-sud? E lì, dove la feccia politica non riesce ancora a fare breccia, che insiste inutilmente il sistema mediatico-politico.
È lì in un paese con una disoccupazione al di sopra del 50 per cento, dove l’economia è ancora più inferma che in Grecia, nel paese più povero d’Europa, che possiamo attenderci il peggio. È lì che si avranno gli effetti più devastanti, se non si procede allo stop immediato di questa martellante follia!
Tzvetan Torodov, antropologo che come Ernesto De Martino ha studiato il sud America dei Maia, semiologo e profondo conoscitore dell’analisi del linguaggio e dei dei formalisti russi, uno dei maggiori intellettuali al mondo, in Italia è sconosciuto. Ha scritto un libro fondamentale sul linguaggio e la politica (I nemici intimi della democrazia), proprio dopo la strage di Oslo del 2012.
Basterebbe leggere questo libro, scritto con una chiarezza intellettuale folgorante, per comprendere quale gap ci separa da un corretto modo di agire nei confronti degli immigrati e dei cittadini italiani che li accolgono. Torodov è molto vicino alla poetica di Pasolini, pur non avendo mai fatto poesia.
Questo anche perché Torodov proviene da un’epoca da cui Pasolini ha assimilato il meglio di tutta la produzione scientifico umanistica, e Torodov rappresenta senz’altro una delle massime figure ancora in attività. Chi leggerà questo testo si renderà conto della assoluta continuità tra  il discorso pasoliniano e quello di Torodov. Ma chi ha mai citato Torodov? Chi lo ha mai invitato in una trasmissione televisiva? Chi lo ha mai intervistato su tematiche riguardanti l’immigrazione o la xenofobia? Probabilmente tutti nel mondo, tranne in Italia.
Questo non riguarda solo Torodov, beninteso. Riguarda la cultura in generale. Le trasmissioni RAI, Mediaset… invitano i sostenitori del governo con gli antagonisti che lo stesso  governo si è scelto. Questi personaggi, considerati dal loro contesto generale fino al loro privato, potrebbero essere ben rappresentati da altri personaggi, quelli che Pasolini usa in Petrolio. Un romanzo scritto 40 anni fa.
Cosa fare? Leggere «I nemici intimi della democrazia» sarebbe già un vero passo in avanti. Torodov descrive tutte le «ideologie» partendo da prima della rivoluzione francese fino ad arrivare al neoliberismo, descrivendo tutti gli avvenimenti storici fondamentali che hanno caratterizzato l’Europa e l’America arrivando fino ai nostri giorni. Una descrizione che aiuta il lettore ad orientarsi nel caos politico economico del mondo di oggi. Altra cosa da fare è certamente quella di tenersi informati e di lottare per il diritto all’informazione. Marco Pannella, questo 27 luglio terrà una conferenza al Senato della Repubblica sulla 
«Universalità dei Diritti Umani per la transizione verso lo Stato di Diritto e l'affermazione del Diritto alla Conoscenza».
Leggendo l’ultima intervista a Pasolini, pare che il mondo si sia fermato al 1975. Concludendo, se a questo sistema di informazione dilagante non ci si contrappone con una cultura, un linguaggio, e un’azione capillare e dilagante, allora: «Siamo tutti in pericolo»!
Francesco De Maio
articolo pubblicato anche su Notizie Radicali di Valter Vecellio

0 Comments:

Post a Comment

Subscribe to Post Comments [Atom]

<< Home