Caro Maestro (e Maestri),
ho compreso l’unità di Petrolio leggendo Gennariello.
Pasolini sintetizza il tutto in un solo personaggio: «Pulcinella». È questo
personaggio a costituire l’unità dell’opera, la chiave di tutto il romanzo.
Petrolio non è, come molti sostengono, un meta-romanzo, quanto un’opera
meta-semiotica. La conseguenza di questa caratteristica formale è che, prima di
poterne comprendere l’unità letteraria, quella comunemente intesa, bisogna
comprenderne invece l’unità simbolica e numerica (cabalistica). Infatti è
quest’ultima a costituire la struttura portante e primaria del romanzo. Ciò non
deve risultare strano, in quanto il «poeta-regista» è stato il primo a scrivere
una «grammatica» della lingua cinematografica, intesa come lingua scritta della
realtà, «Empirismo eretico».
Il suo romanzo «Petrolio» è diviso in tre parti, di cui le prime due sono
rispettivamente contraddistinte dall’appunto 41 e dall’appunto 101. Questi due
appunti rappresentano i momenti salienti di tutto il romanzo ed entrano in
relazione formale tra loro attraverso «Gennariello» (in «Lettere luterane») e
il «Pratone della Casilina», cioè l’appunto 55 di «Petrolio». Questo avviene
anche attraverso la poesia, e in modo specifico, con la poesia intitolata
«Patmos».
Mi spiego. Il «Pratone della
Casilina» è concepito su alcuni numeri che contraddistinguono anche «Patmos»,
una delle poesie più importanti di Pasolini. I segreti di questa poesia,
composta il giorno seguente la strage della banca dell’agricoltura di Milano
(piazza Fontana) del 12 Dicembre 1969, furono analizzati da Giuseppe Zigaina
nel suo libro «Hostia». Le allego il testo di Giuseppe in modo che possa
leggerlo lei direttamente, così come la poesia «Patmos», nel caso non l’avesse
a portata di mano.
Tutta l’analisi deve cominciare da Gennariello. Questo scritto viene
pubblicato sul quotidiano “Il Mondo” il «6 marzo» 1975, ossia un giorno dopo
il 53esimo compleanno di Pasolini, che cadeva proprio il «5 marzo». Questo scritto
si presenta, non casualmente, in 53 cartelle e 14 articoli pubblicati in
esattamente 14 settimane consecutive. Gennariello, nello scritto di Pasolini,
ha 15 anni, ma in realtà credo che Pasolini non abbia voluto scrivere di un
Gennariello quattordicenne, e questo per semplici motivi di ragionevolezza.
Carlo, protagonista di Petrolio, nasce il «6 Marzo» del 1932, e il «6
marzo» del 75 vi fu la pubblicazione di Gennariello. Il suo doppio, il doppio
di Carlo primo, cioè Carlo Tetis (l’Hermes-Pulcinella), nasce proprio all’inizio
degli anni ‘60, dovrebbe quindi avere quindici o quattordici anni nel 1975,
come Gennariello.
Una caratteristica formale di Petrolio è la presenza di “digressioni” -
parola quasi mai usata da Pasolini - per questo alcuni credono che sia un
meta-romanzo. Ma il trattatello dedicato a Gennariello finisce proprio con la
seguente frase: «Ed è ciò che cercherò di
fare continuando fin che sarà necessario questa nostra digressione». Come a
voler dire che la digressione sarebbe
continuata - agli occhi di un lettore arguto - con «Petrolio».
I numeri di riferimento dei paragrafi, in Gennariello, sono indicati dallo
stesso autore nel titolo del paragrafo, ma solo fino al numero 4. Il paragrafo
successivo al 4, “Progetto dell’opera”, è, invece, senza numero, così come
quello immediatamente successivo. Dunque abbiamo, dopo il paragrafo 4, due
paragrafi orfani di numero e, dopo, il Paragrafo numero 6. Successivamente a
questo (Paragrafo 6), cioè dopo il settimo articolo pubblicato, ci sono altri
sette articoli senza numero.
Sintetizzando: Pasolini non usa il numero 5 - numero che potrebbe essere
attribuito ai due articoli successivi al 4 - e non usa il numero 7 e tutti gli
altri numeri successivi al sette. Lo schema è il seguente:
| 1 |
2 |
3 |
4 |
X |
X |
6 |
X |
X |
X |
X |
X |
X |
X |
|
|
|
|
5 |
5 |
|
7 |
|
|
|
|
|
|
Tenendo conto che il Sottotitolo di Petrolio è “Progetto e Mistero”, -
endiadi che Zigaina trasforma in “Progetto di un Mistero” - non può sfuggire il
fatto che Pasolini, in Gennariello, fa mancare il numero 5 proprio al paragrafo
intitolato “Progetto dell’opera”. Dopo il “Paragrafo 6”, abbiamo un paragrafo,
o articolo, senza numero, intitolato “Siamo due estranei, lo dicono le tazze da
tè”, nel quale l’autore parla delle tazze da tè usate per la scenografia di
Salò. Queste tazze rappresentano un fatto molto importante, in quanto l’autore
le investe di un significato complesso che ha molti lati oscuri da decifrare.
Ecco cosa scrive l’autore in questo articolo senza numero ma immediatamente
successivo al sesto paragrafo: «Non c’è
soluzione di continuità ormai, ai miei occhi, fra queste tazzine e un vasetto».
Il fatto non casuale è che qui dovremmo essere al paragrafo numero 7, e il
numero sette, nella smorfia napoletana, è proprio il vaso, anzi, come dice
Pasolini un vasetto, «‘o vasetto».
Da questi due numeri, abbiamo, dunque, il Progetto rappresentato dal 5, e
il Mistero rappresentato dal 7. Il 7 rappresenta il Vaso o il Vasetto, il Vaso
Sacro o i Vasi Sacri, l’Ampolla o le Ampolle, il Vas dell’alchimia o il Vaso di
San Paolo e di Sant’Agostino, o di Dante e di Virgilio, o di San Gennaro.
Questa definizione pasoliniana di vasetto, si trova proprio al centro di
Gennariello e costituisce, per posizione all’interno dell’opera, per tensione
narrativa, e per l’angoscia espressa da Pasolini, il suo climax. Inoltre non va
dimenticato che la parola «Vas» è l’altro titolo di «Petrolio».
Anche nel “Pratone della Casilina” ritroviamo lo stesso schema narrativo.
Pasolini descrive nove rapporti sessuali, in totale dovrebbero essere 20, con
20 personaggi diversi. Venti rapporti sessuali di Carlo divenuto donna. I primi
4 rapporti sono contraddistinti da un numero: il primo, il secondo, il primo di
Nettuno, il secondo di Nettuno. Il quinto personaggio non ha numero di
riferimento e così anche il sesto. Quello successivo al sesto (il terzo di
Nettuno), che dovrebbe essere il settimo, è Erminio. E proprio a questo punto
della narrazione Pasolini scrive: «Quello
che adesso arriva – il sesto: ce n’erano dunque altri quattordici! – era il
terzo di Nettuno». Attraverso questo errore dello «svolgimento narrativo»
(sesto al posto di settimo), Pasolini crea un’amplificazione del senso
gigantesca.
A questo punto dobbiamo notare innanzitutto che lo schema è lo stesso di
Gennariello, anche se Gennariello arriva a 14 paragrafi e i 20 personaggi del
Pratone della Casilina realmente descritti sono, invece, solo 9. Ecco lo
schema.
Ma è pur vero che Pasolini non ha bisogno di arrivare a 14, in quanto il 14
è già stato evidenziato dalla sua frase con punto esclamativo e motto di
spostamento: «ce n’erano dunque altri
quattordici!»
Quindi, in questo caso, Pasolini ha bisogno di arrivare solo al nono personaggio,
cioè al personaggio che si chiama Pietro (il primo nome di PIETRO Paolo
Pasolini), cioè deve creare una corrispondenza fra il suo nome Pier Paolo
Pasolini e quelli di Erminio (Hermes) e di suo fratello (Guido di cinque
lettere), fratello che egli chiama più volte, in una delle sue più strazianti
poesie giovanili, col nome di «ERMES», («7. Corale», ultima poesia de «La
passione del ‘45», [Inferno e paradiso proletario] pag.743, vol. 2 di «Tutte le
poesie» Einaudi 2003), proprio come il poeta Orfeo chiama la sua Euridice dal
regno dei morti.
In altre parole deve creare una corrispondenza fra lui e i 20 spiriti della
Casilina. Con particolare riferimento allo psicopompo più importante,
Ermes-Guido (5 lettere). Poiché anche lui, Pasolini, è una Vacca di piazza
Fontana, se stiamo all’analisi zigainiana di «Patmos». Ma sulla Casilina ci
sono molti pratoni - negli anni 50 a partire ancora da Roma - e vi pascolavano
e vi pascolano, molte pecore e Vacche. Ancora oggi creano qualche problema alla
circolazione della SS6.
Così, anche lui, Pasolini, stando a «Patmos» (vedi PIETRO Dendena e PAOLO
Gerli), prima spiritualmente e poi fisicamente, è una delle 14 Vacche della
strage di Piazza Fontana.
Con un po’ d’ironia (mi sia consentita qui una sola volta), direi che la
Vacca non è Carlo, cioè un ingegnere uomo che diventa donna e che con lo stesso
stile meccanicamente pornografico, con cui si accoppia con le donne (o si
fotte, potremmo ben dire, le sorelle, la madre, la nonna...), adesso, nel
Pratone, avendo corpo e occhi di donna, si accoppia, invece, con gli uomini.
Per dirlo meglio: non è «Vacca Carlo» (anche se poi così sarà - anche se
nell’altro senso - nell’appunto 102, quando gli ingegneri uomini del nord si
occuperanno proprio di questa umile necessità, scorrazzando tra il Faldella e
il Gadda), ma sono invece i sacri spiriti ad essere le Vacche della Casilina,
gli eletti di tutte le Piazze Fontana e di tutte le violenze del potere che fa
delle Vacche sacre carne da macello. Il gap è stridente, direi impareggiabile.
Ritornando ai nomi dei 20 spiriti, ecco lo schema creato da Pasolini,
partendo dall’ultimo personaggio fino al quinto:
| 9 |
Pietro |
|
PIER Paolo |
(nove lettere) |
|
| 8 |
Gianni |
|
Pasolini |
(otto lettere) |
|
| 7 |
Erminio |
|
Erminio |
(sette lettere) |
(settimo personaggio del Pratone) |
| 6 |
Gustarello |
|
Hermes |
(sei lettere) |
|
| 5 |
Fausto |
|
Ermes |
(Guido, cinque lettere) | | | | | | |
|
|
|
|
|
|
|
Nello scioglimento, in Petrolio, Pasolini immagina il mondo dopo la
scomparsa dell’autore, ecco perché i numeri 108 (8 PASOLINI) e 109 (9 PIER
PAOLO), sono, a differenza della parte prima del romanzo, assenti dagli
appunti. Anzi, in questa terza parte di Petrolio, sono gli unici numeri assenti
dalla successione narrativa. Nello scioglimento, dunque, l’autore è definitivamente
assente, cioè presente (!), come nel rito del cerimoniale ufficiale per i caduti
in guerra, uno dei centomila di Redipuglia. Approfitto di questo per dire che
sono proprio i numeri mancanti a creare la parte della struttura misterica e
autobiografica dell’unità del romanzo, il suo significato. Il 109 e il 108, il
57 e il 75, il 35 e il 53, 25, 28, 38, 69, 14…
“Il Pratone della Casilina” è l’appunto 55, «‘A MUSICA» nella cabala napoletana. Usato dall’autore proprio con
questo preciso significato. Infatti l’appunto è un ossessivo «tema»
pornografico ripetuto nove volte, ma con appropriate «variazioni» strategiche. Del
resto il Carlo, divenuto donna, nel pratone della Casilina, può essere
considerato anche un suonatore di “pifferi”, oltre che un mungitore di vacche. La musica, dunque, come
forma «perfettamente pura», «pur-puris», (tanto da poter essere accepita come
«altro linguaggio» a cui sottende il senso e il significato, vedi R. Barthes su
Sade) è in rapporto di ossimoro con il tema pornografico che la eclissa. O,
almeno, la eclissava fino ad oggi, fino all’ennesima e pornograficamente
“struggente” e “amorevole” rappresentazione teatrale italiana del «Pratone
della Casilina». Lo stesso ossimoro, se così possiamo dire, esistente tra il
personaggio Carlo e i 20 spiriti della Casilina. Un Carlo che solo a determinate
condizioni dettate dall’autore può entrare finalmente in contatto con il «cosmo». Ma in modo più diretto, nel
«Pratone della Casilina», si narra della rivincita delle vittime sul carnefice.
Una rivincita culturale e, soprattutto, linguistica.
La forma perfettamente pura, «pur-puris», può essere decifrata solo tenendo
conto delle variazioni strategiche, degli spostamenti, delle anafore, dei
sintagmi e dei paradigmi del tema pornografico. Anafore formate sul paradigma
«livido» ad esempio, egregiamente inserito qui e lì nel Pratone; o, ancora,
quando l’autore, all’interno di tutto il brano, usa per 7 volte il sintagma
“glande” (usandolo al maschile solo le ultime due volte, riferito a Pietro) e
altrettante 7 volte il paradigma “naso”, perché, come si dice a Napoli, “si te
prore o naso muore acciso!”. Del resto la letteratura rinascimentale è
strapiena di nasi fallici, Sterne e Pulcinella docet. A proposito, tenga presente che il numero che Laurence
Sterne (il meta-linguista digressivo) usa per indicare il paragrafo che
descrive il trauma dovuto alla perdita del naso del suo eroe, è 29.
Del numero 55 - esposto da Pasolini nel titolo dell’Appunto - non ho ancora
svelato tutta la potenza significativa. Il 55, oltre ad essere la musica, ed
una ripetizione del numero 5 - ripetizione che caratterizza sia il Pratone che
Gennariello (vedi schema 1 e 2) - è anche allusivo a ben altro, ma per spiegarlo,
abbiamo necessità di ritornare a Patmos.
In «Patmos» dobbiamo tener conto, come fa Giuseppe Zigaina nella sua
analisi, di quel numero 14. Scrive Pasolini: «ce n’erano dunque altri quattordici!». Anche questa affermazione,
in Petrolio, è accompagnata da un punto esclamativo, esattamente come avviene
in Patmos: «Le ultime 14 vacche!». E,
come in Patmos, il numero quattordici non indica solo il numero delle vittime
della strage, ossia persone in carne ed ossa morte spappolate, ma indica anche
le Vacche, «le ultime 14 vacche!», cioè le Vacche del sogno del faraone
dell’antico testamento. Quindi indica, come decifra egregiamente Zigaina, la
differenza di anni che l’autore aveva nel 1969 rispetto agli anni di Cristo.
Quindi, Pasolini, osserva implicitamente, scrivendo Patmos, che nel 1969 egli
ha 47 anni, ossia 14 più di Cristo. E, analizzando Petrolio, quando ci troviamo
nell’appunto 55, «Il pratone della Casilina», il numero 55 sta ad indicare
anche l’anno 1955, quello in cui Pasolini aveva 33 anni, gli anni di Cristo. Se
gli amanti di Carlo divenuto donna sono venti, allora questi 20 amanti sono
anche le Vacche del pratone, ed essendo Vacche nel mondo onirico dell’antico
testamento, esse sono anche gli anni del sogno del Faraone. Insomma il 1975
sarà l’anno in cui Pasolini avrà vent’anni più di Cristo. Le vacche da
«vendere» non sono più 14, ma 20.
Fin qui avrei solo confermato la decifrazione del linguaggio gergale di
Pasolini da parte del pittore friulano Giuseppe Zigaina, con due ulteriori
particolari letterari, cioè con l’Appunto 55 di Petrolio e «Gennariello» delle
«Lettere luterane».
In realtà i 14-15 anni che separano il 1955 dal 1969, separano anche il
1975 dal 1961. Il 1961 è il primo/secondo degli ultimi 14-15 anni di vita che
l’autore usa per iniziare la narrazione in Petrolio, lo stesso anno in cui
comincia, probabilmente, a pensare a Pulcinella-Hermes (Pulcinella è 75 nella
smorfia) come rappresentazione sintetica e unitaria (unita al progetto e quindi
al numero 5) e misterica (unita al 7 e quindi al Vaso ermetico) della sua opera
«Petrolio», il progetto di un mistero. Ed è l’anno in cui nasce Carlo
Tetis–Hermes, e anche Gennariello; inoltre è anche l’anno della «selva oscura»
della «Divina Mimesis».
Questa triplice funzione linguistica dei numeri 55 e 14, diventa quadrupla
considerando il numero cinquantacinque scomposto in due, 5 e 5. Infatti il 1969
e il 1975, come dice anche Zigaina, corrispondono agli anni in cui Pasolini
aveva fissato le date di ultimazione del suo progetto del rituale di
morte-rinascita. Nel 1969, anno in cui il 2 novembre cade di domenica, egli
rinuncia all’estremo proposito probabilmente per amore della Callas, quindi è
costretto a rimandare al successivo 2 novembre sempre in corrispondenza della
domenica, «esattamente sei anni» dopo, cioè nel 1975.
Detto questo risulta ancora più evidente quanto Pasolini abbia inteso il numero
5 col significato di «progetto», e, conseguentemente, il 55 come «doppio
progetto». Doppio progetto che si evince solo dalla comparazione di
«Gennariello» con «Il Pratone della Casilina» (vedi schema 1 e 2), lo scritto
più scandaloso di Pasolini, il suo unico testo propriamente e linguisticamente
pornografico.
Vorrei ribadire ancora l'importanza dei numeri 7 e 5 aggiungendo che, leggendo il manoscritto originale a Firenze, ho avuto modo di notare che il titolo dell'appunto 55, scritto a macchina, è "Il prato della Casilina" e non "Il prato(ne) della Casilina". Ma nel manoscritto, affianco e in alto alla parola "prato", c'è la sillaba "ne" scritta a penna. Quindi, nel manoscritto, abbiamo "prato" di 5 lettere e con l'aggiunta della sillaba "ne" arriviamo a 7 lettere. Il prato, luogo mitico nella vita di Pasolini, e anche teatro dell'omicidio, contiene sia il numero 5 (prato) che il numero 7 (prato-ne). Pasolini ha voluto sottolinearlo graficamente anche nel titolo del manoscritto.
Agli occhi del lettore arguto non può passare inosservata la strana
duplicazione degli Appunti nella struttura di Petrolio proprio fra l’appunto 55
e il 70. Qui ci sono molti duplicati, ossia Appunti con lo stesso identico
numero, e precisamente 60, 61, 62, 64 e 65, più altri due, 63 e 64, 5 + 2 = 7
duplicazioni, (ho scomposto il 7 in 2 e 5 per motivi che saranno chiari di
seguito). Questo fatto non è mai stato spiegato o riportato adeguatamente dalla
critica. Esso, infatti, è stato probabilmente interpretato come non
analizzabile, sia in quanto probabilmente frutto di incompletezza, sia perché
avrebbe potuto essere una variazione possibile al romanzo su cui l’autore non
si era ancora deciso.
Ma è lo stesso Pasolini, in Petrolio, come ribadisce Roncaglia nella sua
nota filologica, a scrivere: «Non ho intenzione di scrivere un romanzo
storico, ma soltanto di fare una forma». Insomma credo che il fatto sia da
approfondire qui di seguito.
In tutto il romanzo, abbiamo solo tre casi di serie di duplicati: dal 55 al
70 (quella che stiamo analizzando), dal 41 al 43 (a congiungere la prima parte
del romanzo con la seconda) e, ultima, quella riguardante gli Appunti 102 e 103
(che collegano la seconda con la terza parte del romanzo). Possiamo dunque
definirle duplicazioni di collegamento a coda di rondine, come quelle dei
falegnami. E l’autore, con queste duplicazioni, collega insieme sia le tre
parti del romanzo Petrolio, che il Pratone della Casilina (di Petrolio) con
Gennariello e la poesia Patmos. Sono, a ben vedere, duplicazioni sulle quali
l’autore, pedagogicamente, attira l’attenzione del lettore.
La duplicazione che a noi qui interessa, si sviluppa in una prima serie che
prosegue dal 60 fino a fermarsi al 67, per poi ricominciare, con una seconda
serie, dal 58 fino ad arrivare al numero 65 procedendo fino alla fine. La mia
opinione è che esse siano duplicazioni risultanti dallo sviluppo di due
differenti «progetti» (5 e 5), in cui nella prima serie, ad esempio, Pasolini
ha la possibilità di analizzare antropologicamente gli effetti del caso
Karl-Feltrinelli a vantaggio del proprio secondo e definitivo progetto, quello appartenente
alla seconda serie. Vediamo nel dettaglio tutti i numeri degli appunti nell’ordine
in cui Pasolini li usa nel suo romanzo:
60, 61, 62, 63, 64, 64bis, 65, 65bis, 66, 67, 58, 59, 60, 61, 62, 63a, 63b,
63, 64, 64, 65.
Alcune osservazioni. (N.B. da verificare anche sul tabulato successivo)
- Fra il
numero che precede il primo appunto di quelli sopra elencati (60), e l’Appunto
immediatamente precedente (55), c’è un intervallo di «5» numeri (60-55 = «5»)
- Fra il
numero che segue l’ultimo appunto di quelli sopra elencati (65) e l’Appunto
immediatamente successivo (70), c’è, anche qui, un intervallo di «5» numeri
(70-65 = «5»)
- Da ciò si
evince, oltre alla presenza ostinata del «5», che le due serie di appunti sono
poste al centro rispetto agli appunti 55 e 70
- Fra la prima
serie e la seconda serie, cioè fra il numero 58 e il 67, abbiamo una differenza
di «9» (67-58 = «9»). Nove come i personaggi descritti nel Pratone.
- Il numero
degli Appunti, dal 58 al 65, è precisamente 21, ossia «20» (tutti i personaggi
del Pratone) più una ripetizione anomala, in quanto posta nella stessa serie
(Appunto 64 e successivo Appunto 64). Abbiamo «20» +1 = 21.
- Inoltre mi
preme sottolineare quanto i numeri interni all’intervallo 55 e 70, cioè i
numeri a disposizione in questo intervallo, eccetto gli stessi 55 e 70, siano
precisamente «14», cioè dal 56 al 69, 56 e 69 inclusi.
- Ci sono 2
anomalie numeriche, precisamente sui numeri 64 (come già detto) e il 63. Queste
due anomalie portano il numero delle ripetizione da «5» a «7».
Le osservazioni di cui sopra sono apparentemente razionali ma anche
apparentemente insignificanti. Infatti qualcuno potrebbe obbiettare: «ma perché
Pasolini avrebbe fatto tutto questo? E’ demenziale!»
Siccome io, pur ascoltando, non seguo quasi mai i consigli, soprattutto
quando si basano su osservazioni prive di stile,
vorrei rovinare completamente la mia reputazione aggiungendo alle osservazioni
precedenti, che ho definito apparentemente razionali, un’altra osservazione
apparentemente irrazionale. Un’osservazione, che se non avessi deciso di non
essere nuovamente ironico, definirei quella di una mente malata, ossessivamente
e inesorabilmente assuefatta al gioco del lotto! L’osservazione è la seguente.
Gli appunti in questione sono all’interno di uno spazio numerico (14)
compreso fra l’Appunto 55 - «Il pratone della Casilina» - con significato di
«MUSICA» e i due Appunti numero 70 - «Chiacchiere notturne al Colosseo» e «Chiacchiere
al Colosseo (seguito)» - che ha come significato cabalistico (prendendo sempre
il significato dalla smorfia “classica”, quindi, austeramente, con un solo
significato per numero) «’O PALAZZO», cioè «IL PALAZZO».
Ricapitolando, oltre ad avere, in tutta la struttura, i numeri del Pratone,
di Gennariello e di Patmos, (cioè 5, 7, 14, 20, 55) avremmo anche 70 come
PALAZZO, cioè una costruzione architettonica di epoca romana. Dunque avremmo la
«MUSICA» (55), ossia la forma perfettamente pura, «pur-puris» (accezione latina
di cui potrete trovare la spiegazione nel mio libro), unita al «PALAZZO» (70)
come costruzione architettonica. In altre parole: «LA COSTRUZIONE ARCHITETTONICA
DELLA PURISSIMA FORMA DI PETROLIO»
Se fosse vera questa assurda ipotesi, ci troveremmo dinanzi ad un fatto
tanto importante da costituire il passo iniziale e necessario per una reale
comprensione del romanzo. Cioè il varco strettissimo attraverso il quale
comprendere i significati intrinseci alla forma dell’opera di Pasolini. Quindi
è comprensibile, per quanto assurdo possa apparire, come sia fondamentale
verificare anche tale ipotesi.
Per procedere alla verifica devo rappresentare su un tabulato tutti gli
appunti in questione. Su questo tabulato, un vero e proprio canone enigmatico,
tutti si potranno divertire a fare le loro osservazioni. A scopo analitico,
partendo dall’Appunto 55 e arrivando fino al 70, devo sovrapporre le due serie
di Appunti su di un asse che possa far corrispondere perpendicolarmente la
maggior parte degli appunti duplicati, cioè gli appunti con lo stesso numero.

Questo schema sintetizza un po’ tutto quello che ho detto in precedenza. In
aggiunta possiamo cominciare a notare il doppio asse simmetrico su cui sono
posti gli appunti. Notiamo, infatti, le quattro parti in cui ho suddiviso gli
appunti nei 4 riquadri: prima, seconda, terza e quarta serie. Queste 4 serie
funzionano su uno schema AB (prima e seconda, sopra) e AC (terza e quarta,
sotto). La suddivisione in 4 parti è giustificata dalla presenza, nella seconda
e quarta serie, rispettivamente, di aggiunte di avverbi numerali (64 bis, 65
bis) e di aggiunte di lettere (63 a, 63 b). Le quattro parti sono
caratterizzate da 5 Appunti, nella forma «5, 5, 5, 5+1» = 21. Risulta evidente
che Pasolini crea la forma «AB, AC» attraverso le «VARIAZIONI» del numero con
aggiunta letterale (a, b, bis). L’autore quindi sottolinea l’importanza formale
dell’uso del numero anche laddove esso è affiancato ad un altro segno.
Ovviamente, in questo caso, la differenza tra l’uso della lettera e l’uso
dell’avverbio numerale è giustificata dalla volontà dell’autore di non creare
ulteriori duplicazioni rispetto alle 7 necessarie, nella forma 5+2.
Dopo la «VARIAZIONE», osserviamo lo «SPOSTAMENTO», l’altro
strumento attraverso il quale Pasolini crea la sua «FORMA». Infatti, guardando
lo schema, possiamo osservare quanto la prima serie numerica sia spostata sulla
destra rispetto alla seconda in basso. Infatti Pasolini, strategicamente,
allontana la prima serie dal numero 55 e la seconda dal numero 70 per creare un
significativo intervallo di 5 numeri.
Che questi due strumenti, «VARIAZIONE» e «SPOSTAMENTO», siano
stati usati volutamente dall’autore per creare la specifica forma di tutto il
romanzo è facilmente dimostrabile. E mi spiego. Nello schema sopra riportato,
ho collegato con una freccia il due numeri duplicati, precisamente il 63 sopra
(prima serie) con il 63 di sotto (quarta serie). Nella serie in basso (AC,
terza-quarta) potete notare che ho aggiunto, fra il numero «62» e «63 a», un
altro numero 63, di carattere più piccolo ma in grassetto, per evidenziare la
progressione «originale» - la progressione logica 62, 63, «63 a», «63 b» - che
Pasolini, attraverso lo «SPOSTAMENTO», fa diventare 62, «63 a», «63 b», 63,
cambiando la sequenza naturale dei numeri. Il motivo di tale spostamento ha
diverse giustificazioni formali, di cui le prime due sono:
- Senza quello
spostamento la quarta serie non sarebbe cominciata con il «63 a» ma con il
«63», e quindi non si sarebbe differenziata dalla terza serie, come avviene
invece chiaramente fra la prima e la seconda, che comincia con un numero con
aggiunta di avverbio numerale (64bis). Di conseguenza non sarebbe stata sufficientemente
chiara la forma derivante: 5, 5, 5, 5+1 = 21 (AB, AC)
- Senza questo
spostamento le duplicazioni simmetriche (vedi schema) sarebbero state 6 invece
che 5. E questo, come vedremo successivamente, è straordinariamente
indispensabile non solo rispetto all’importanza, qui nuovamente ribadita, del
numero 5 (il progetto). Infatti con questo spostamento Pasolini crea la prima
duplicazione asimmetrica, utile ad un’altra strategia, la più importante, di
cui parlerò fra poco.
Oltre all’anomalia del numero 63, che viene spostato dal suo ordine
progressivo, e che costituisce l’esempio pedagogico dello «SPOSTAMENTO»,
abbiamo l’anomalia costituita dalla ripetizione del 64 all’interno della stessa
serie, anziché fra due serie opposte. Questa anomalia costituisce l’esempio
pedagogico della «VARIAZIONE». Cioè si aggiunge qualcosa in più per dare
un significato ulteriore alla forma. Ecco lo schema.

In questo schema possiamo notare che il collegamento fra i due numeri
duplicati 64 (sotto) e 64 (sopra), pur essendo asimmetrico, ha una angolazione
minore rispetto al collegamento precedente, quello dei due numeri 63. Infatti
qui, come già detto, non siamo difronte ad uno spostamento ma, più propriamente ad una variazione, cioè un’aggiunta voluta dall’autore per ottenere i
seguenti effetti formali. (Un’aggiunta che potrebbe essere raffigurata anche su
un asse perpendicolare, nello specifico si potrebbe rappresentare il
collegamento fra il 64 della serie inferiore collegandolo con una freccia che
vada all’interno dello spazio fra il 64 e il «64 bis» della serie superiore).
Ecco gli effetti formali.
- Aggiungendo
il numero 64, l’autore arriva ad un numero di «21» Appunti, creando una
variazione significativa al numero 20 (5+5+5+5).
- E crea una
serie di duplicazioni basata sia sul numero 5 che sul numero 7 (5+2=7).
Prima di descrivere il terzo strumento, in aggiunta allo «SPOSTAMENTO» e
alla «VARIAZIONE», attraverso cui Pasolini crea la forma, devo chiarire due
fatti importanti. Facendo l’avvocato del diavolo, mi pongo le seguenti domande
e mi dò delle risposte.
Per quale motivo, essendo il 1975 l’anno di morte dell’autore, abbiamo una
sequenza da 55 al 70 invece che dal 55 al 75?
- Prima di
tutto perché Pasolini, oltre che evidenziare il numero 20, deve evidenziare
anche il numero 14 e quindi inserire gli appunti all’interno della sequenza
55/70, dove c’è spazio per 14 numeri (dal 56 al 69).
- Perché il
numero 70, nella smorfia, rappresenta il PALAZZO, e in questo caso il Colosseo,
cioè una forma architettonica, caratteristica dell’impero romano (un teatro
dove si moriva facilmente), che possa rappresentare l’architettura stilistica
dell’opera dell’autore, la forma di tutto il romanzo.
- Perché
basterebbe aggiungere il 5 (il progetto) al 70 (il palazzo) per arrivare al 75,
continuando, per altro, la progressione 65, 70… 75 (progetto e mistero).
- Perché il
numero 75 è un numero che l’autore non nomina e non può nominare, in quanto ciò
costituisce una regola formale che può essere «violata» solo dal lettore. La
regola sulla quale il romanzo si regge.
- Perché
l’autore anche in Patmos, sapientemente, nasconde il numero 75, e infatti
scrive: «Andremo dunque presto a vendere
le nostre ultime 14 vacche ai Vicini nel 1970 avanti Cristo». Usando anche
qui il numero 70 e non il 75.
Chiarito questo, passiamo alla seconda domanda dell’avvocato del diavolo.
Per quale motivo, se la differenza fra 55 e 75 è 20, l’autore, con una
variazione alla forma, incrementa il 20 portandolo a 21?
- Innanzitutto
per ribadire nuovamente che i numeri su cui si basa Petrolio sono il 5 e il 7,
i numeri di Gennariello e del Pratone della Casilina. Infatti il numero 20 e il
numero 21 sono rispettivamente loro multipli.
- Se contiamo
gli anni che intercorrono tra il 55 e il 75 dobbiamo dire che sono 20. Ma se
contiamo anche i mesi che intercorrono tra il 1 gennaio del 55 e il 2 novembre
del 75, oppure tra il 6 marzo 55 (compleanno di Pasolini del 55) e il 2
novembre del 75, otteniamo, rispettivamente, un totale di 20 anni + 11 mesi
circa, e 20 anni + 8 mesi circa. Quindi otteniamo un numero compreso tra 20 e
21.
- La
suddivisione del 21 in tre parti uguali, consente all’autore di dividere il
periodo della sua vita trascorso dal ’55 al ’75, in tre intervalli, più o meno
uguali, suddivisi da quattro date fondamentali ed essenziali nella sua
biografia.
- a)
Primo
periodo. Dal 55 fino all’inizio degli anni 60. Cioè dalla età dell’autore di 33
anni (anni di Cristo) fino alla data di progettazione del rito di morte-rinascita.
Cioè il periodo in cui comincia la narrazione in Petrolio (inizio anni 60). Il
periodo in cui nasce Gennariello e Carlo Secondo (Hermes-Pulcinella).
- b)
Secondo
periodo. Dall’inizio degli anni 60 fino alla data dell’attuazione del primo
progetto di morte-rinascita (sospeso dall’autore), cioè fino al 2 novembre del
1969.
- c)
Terzo
periodo. Dal 1969 fino alla realizzazione del progetto, 1975
Adesso possiamo dire qual è il terzo strumento che Pasolini usa per
completare la sua forma. Il terzo strumento è il «SEGNO GRAFICO» che il
lettore deve apporre al manoscritto dell’autore. Per comprendere, in questo
caso particolare, (ce ne sono altri) come e dove si deve usare questo
strumento, dobbiamo ricorrere nuovamente allo schema, ma, questa volta,
tracciando tutti i collegamenti fra i duplicati numerici degli appunti. Come faccio
di seguito nel terzo schema.
Questo «SEGNO GRAFICO», attuato manualmente dal lettore sul
manoscritto di Pasolini, è approssimativamente il seguente: «III VII»
Ma bisogna fare attenzione. Perché siamo giunti al momento più delicato di
questa lettera aperta. Dopo aver parlato esclusivamente della forma, siamo
giunti al momento in cui la forma rivela il suo significato. Il momento in cui
forma e significato sono indissolubilmente uniti. Questo segno grafico è
decodificabile esclusivamente attraverso il contesto di tutta la forma. Di
conseguenza è interpretabile esclusivamente come rappresentazione in numeri
romani delle cifre 3 e 7. E, quindi, come una moltiplicazione in cui il segno
per (X) è implicito come nei binomi.
E bisogna fare ancora attenzione a voler giudicare frettolosamente lo
scrittore di questa lettera aperta. Infatti egli, da lettore di Pasolini, sta
seguendo semplicemente le indicazioni dell’autore. Facendo questo - il lettore
di Pasolini ossia lo scrittore di questa lettera - appone, di sua volontà, un
segno grafico sul manoscritto del poeta per inaugurare l’epifania di un nuovo
linguaggio.
Cosa indica infatti quella moltiplicazione in numeri romani? Essa indica
essenzialmente proprio una moltiplicazione del 3 (le tre fasi di vita di
Pasolini, dal 55 al 75) per 7 (il mistero). Da questa moltiplicazione abbiamo
nuovamente il numero 21, numero che indica il totale degli Appunti inseriti fra
il 55 e il 70, sui quali l’autore costruisce strategicamente la griglia per i
segni grafici che il lettore deve tracciare manualmente. Ma cosa sono questi
appunti? Sappiamo che gli appunti, seguendo la «VARIAZIONE», sono,
ambiguamente, oltre che 20 anche 21. Invece, secondo la legge dello «SPOSTAMENTO»,
inizialmente sono numeri come il 55 e il 75, o come il 14, e, quindi, spostandosi
all’interno del senso e del valore, prendono il significato di anni, cioè di
anni di vita autobiografica dell’autore.
A questo punto l’autore vuole che il lettore apponga il suo segno grafico,
e il lettore, apponendo il suo segno grafico, deve ritornare indietro sui suoi
passi, precisamente sui passi dello spostamento, ma non nel luogo della logica,
bensì nel luogo della storia: egli deve ritornare alle origini della scrittura.
Ossia deve ritornare nel momento in cui l’umanità creava, attraverso il nuovo
strumento della scrittura del segno grafico, un nuovo linguaggio. Deve
ritornare al sogno del Faraone con i suoi animali.
Perché il passaggio evolutivo avvenne proprio quando l’uomo cominciò a segnare, su un pezzo di legno o di osso,
le tacche per la conta dei capi di bestiame (la carne da macello). Poteva essere
un gregge di pecore o una mandria di Vacche
della Casilina, non ha alcuna importanza! Solo in questo modo il lettore,
contando gli anni di vita dell’autore come se fossero Vacche, riesce a dare
senso e valore all’opera. Cioè riesce ad accrescere la coscienza intorno al
numero e al valore di ciò che si conosce, si possiede e si governa, o meglio al
valore di ciò che conosciamo, possediamo, condividiamo e governiamo con i «Vicini
nel 1970 avanti Cristo» e dopo Cristo.
È nell’azione che traccia questo nuovo segno grafico, l’Epifania
del nuovo linguaggio. Che non è, e che va conquistato. Il pedagogo indica la
via, non la soluzione, perché la conta dei nuovi valori è conquista ardua
dell’allievo. È l’arduo calcolo di valori economici completamente altri,
sconosciuti, anzi, da creare. Valori sui quali si possa calcolare e opportunamente
ridurre l’impatto della produzione di beni sulla scienza economica e sulla
scienza politica, cioè l’impatto della produzione (anche dell’informazione)
sulle nostre capacità conoscitive e linguistiche. Che i cosiddetti beni, goods,
possano essere chiamati anche mali, buds. La conquista di un’economia
umanistica che consideri come primo bene sufficiente e necessario il nostro e
l’altrui territorio. In cui la proprietà privata e produttiva sia inclusa in un
organismo vivente globale. In cui la capacità produttiva delle manualità
dell’artigianato sia l’unica privilegiata da parte delle politiche economiche,
in quanto unica strada maestra di veri e duraturi progressi tecno-scientifici.
Riconosciuta, quindi, come unica base di sviluppo possibile, senza la quale
progredire socialmente e linguisticamente è impossibile.
È chiaro adesso che l’incremento di senso funziona sullo spostamento e
sulla variazione di quel segno grafico che porta il lettore alla tragica
scomparsa dell’autore. Ma non solo, infatti non bisogna trascurare i contesti
tematici quali, Hermes, Il sogno sul Nilo del Faraone decifrato da Giuseppe
dell’antico testamento, Cristo, Patmos e l’Apocalisse di Giovanni, la prima guerra mondiale, la seconda
guerra mondiale e il fratello Guido-Ermes, la fuga dal Friuli a Roma di
Pasolini, l’Italia e il mondo dal 1955 al 1969 e la strage di Piazza Fontana,
la morte di Pasolini del 2 novembre 1975, la poesia Patmos decifrata da
Giuseppe Zigaina, il silenzio della critica e la sua riluttanza.
Questo è il contesto che unisce spaventosamente la forma a contenuti
tematici che spaziano nella storia e nel sapere universale. Tanto da
descrivere, per usare le parole di Pasolini, la «crisi cosmica» dell’autore e
la sua tensione ad una risoluzione linguistica ed espressiva.
Venendo ai nostri giorni attraverso questa breve panoramica su forma e
contenuti, posso collegarmi direttamente alla vicenda della furbesca invenzione
della scomparsa dell’appunto 21 di Petrolio, «Lampi sull’ENI», una invenzione a
scopo di strumentalizzazione. E’ questo oggi il livello di una produzione
culturale che oltre a delinquere, in quanto propriamente criminale, tende a
creare feticci nell’opinione pubblica degni della più bassa lega salviniana.
Infatti sia personaggi come dell’Utri (il personaggio che ricevette in dono
volumi rubati dalla Biblioteca napoletana di G.B. Vico, dei Gerolamini,
direttamente dalle mani del ladro Massimo Marino De Caro, che ne era il
direttore eletto all’unanimità dalla congrega - in accordo con Stato e Chiesa -
e che invece la sventrò) che altri come D’Elia (un azzeccagarbugli della
sinistra), hanno sostenuto e sostengono l’esistenza dell’appunto 21. Appunto che,
in Petrolio, Pasolini ha voluto rappresentare come una semplice pagina bianca,
come altre del resto. Questa invenzione, spacciata come reale, presupporrebbe
un vero e proprio furto del suddetto appunto da parte di ignoti, quindi si
presenta come una vera e propria calunnia contro ignoti, e anche contro chi era
responsabile della conservazione del manoscritto.
Ma ri-leggendo Petrolio, proprio nella parte che loro usano a dimostrazione
dell’avvenuto furto – tralasciando furbescamente l’ultimo periodo, cioè la
frase più significativa, che qui, invece, io riporto - possiamo adesso
comprenderne il senso profondo: «Per
quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado
il misto, della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto
cenno nel paragrafo intitolato "Lampi sull’Eni", e ad esso rimando
chi volesse rinfrescarsi la memoria. Il mio non è un [romanzo] 'a schidionata',
ma 'a brulichio' e quindi è comprensibile che il lettore resti un po' (...)
disorientato»
E’ ovvio che qui Pasolini si riferisca proprio alla forma del suo romanzo
in riferimento al numero e all’Appunto 21 («Lampi sull’ENI»), anche
quando parla dei partigiani guidati da Bonocore, infatti il riferimento anche a
suo fratello Guido partigiano (l’Ermes del Pratone) è lampante. L’autore
definisce la sua forma a «brulichio», che, a mio avviso, è la più bella forma
che si può ammirare nel creato, in quanto, anche se creata, è essa stessa
creatrice, e, per questo, a brulichio. Non sorprenda se è rappresentata proprio
dal segno grafico «III VII», cioè «3 X 7» = 21, «‘A FEMMENA ANNURA» (la donna
nuda) della smorfia napoletana!
Ritornando ad Ermes, bisogna sottolineare con forza che la conoscenza della
cultura napoletana, da parte di Pasolini, era semplicemente sconfinata, e la
sua amicizia con Eduardo De Filippo è stata probabilmente fondamentale affinché
Pasolini acquisisse Pulcinella (75) a psicopompo misterico di tutta la sua
opera. Eduardo non era solo colui che Pasolini definiva un attore
straordinariamente grande, ma un Pulcinella altrettanto gigantesco. Eduardo
aveva anche un quadro di Pulcinella, che lei conosce, un quadro che probabilmente
Pasolini conosceva molto bene e sul quale ritorneremo tra un istante.
Pulcinella è Ermes, come lei e non solo lei mi insegna. Quindi come Ermes,
anche Pulcinella è uno psicopompo, infatti il suo tradizionale abbigliamento è
quello di un morto, vestito di lenzuolo e federa di cuscino. Una maschera, «a
meza sola», che fa risaltare un naso enorme a conferire il carattere fallico,
quindi, di nuovo ermetico (si veda a riguardo l’affresco dell’Ermes iperfallico
dell’antica Pompei). Ermes porta in mano un araldo e Pulcinella il suo bastone. Una «meza sola», che tiene scoperta la bocca per conferire
al personaggio un altro carattere, quello bifronte, del riso e del pianto,
della faccia allegra e della faccia triste. Pasolini richiama proprio con la
storia di Tristram, in Petrolio, questo stesso doppio carattere, facendo
strategicamente riferimento al Tristram (anch’egli triste) di Sterne. Il padre
di Tristram (nel capolavoro di Sterne) non avrebbe mai voluto chiamare suo
figlio con quel nome orribile, ma col nome di Hermes, ovviamente! Il triste e
l’allegro di una donna e di un uomo, associati ad una antica leggenda
napoletana, a cui Pasolini sapientemente allude in Petrolio, a conferire alla
maschera il suo carattere ermafrodito, un altro carattere appartenente ad
Ermes.
Le associazioni numeriche e simboliche collegate a Pulcinella, in Petrolio,
sono strategicamente inserite dall’autore. Ma le due caratteristiche salienti
sono le seguenti. Pulcinella dà e riceve bastonate, e il numero 38, «‘E
MMAZZATE», manca nella successione numerica degli appunti di Petrolio. La gobba
di Pulcinella è l’altro dato pregnante. A Napoli la persona che porta la gobba
si chiama «scartellato», e il gobbo è un Pulcinella capovolto, o visto da
dietro, alle spalle, cioè il 57 della smorfia, «’O SCARTELLATO». Il 57 e il 75
mancano nella successione numerica degli appunti di Petrolio.
Io stesso ho avuto modo di vedere un quadro di un Pulcinella francese con
una gobba proprio in corrispondenza dello stomaco. Ma il quadro di Eduardo,
rappresenta, come è scritto in «Carnevale
si chiama Vincenzo» (di Roberto De Simone), l’ermafrodito Pulcinella-Ermes,
che partorisce pulcini (piccoli pulcinella) direttamente dalla sua schiena. Le
bastonate prese e date, e la tragica morte di Pasolini, sopravvenuta per
schiacciamento toracico, sono, dunque, per quanto mostruosi, dati relativi alla
creatività di un autore che non ha consentito ai suoi assassini di potersi
inserire autonomamente o improvvisando all’interno della sceneggiatura. Questa,
infatti, è stata dettata dall’autore, unico regista, sceneggiatore, scenografo
e produttore della sua vita fino all’ultimo istante, il quale ha saputo
strumentalizzare i suoi assassini e i mandanti dei suoi assassini ad uno scopo
specifico e significativo. Questi, infatti, non sono riusciti ad ammazzarlo
come avrebbero voluto, ma, probabilmente, lo hanno reso immortale come accade
in casi più unici che rari.
Questa mia ultima osservazione sul quadro di Eduardo è, ovviamente, a
differenza di quanto scritto precedentemente, una mia personalissima opinione,
che però trova corrispondenza e riscontro, oltre che nei manuali di
antropologia e di storia delle religioni, anche in «Hostia». Qui Zigaina
afferma che lo schiacciamento del torace è un rituale sacrificale tendente ad
imitare omologicamente, o omeopaticamente, lo schiacciamento del chicco di
grano. «Se il chicco di grano, caduto in
terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».
Questa frase del vangelo di Giovanni (12,20-33), Pasolini la usa nel «La nuova
gioventù» (1974) nella poesia «Il dì da la me muàrt».
Il sacrificio animale o umano, fatto agli dei per assicurarsi il raccolto,
con Pasolini diventa propedeutico ad una messe culturale e non colturale. Una
messe che investe non in un campo dei primi cereo-agricoltori, ma nel campo del
linguaggio, della conoscenza, e nelle loro straordinarie potenzialità attuali
non colte. È un sacrificio per assicurarsi la futura fertilità del linguaggio,
prima che della terra. Come a dire che solo un sano linguaggio può assicurare
fertilità alla terra.
47 o anche 53 anni della vita di un uomo non bastano a fare una rivoluzione
linguistica e culturale, anche se forse Pasolini, fino alla fine, ha sognato di
poterci invece riuscire. Ma, probabilmente, è possibile nella vita di un uomo
porre le basi affinché questo possa avvenire in futuro - per quanto
estremamente arduo - perché lui, Pasolini, forse ci è riuscito. È riuscito a
varcare il suo limite linguistico avendone una profondissima e sconfinata
conoscenza. Una conoscenza del limite che a noi ormai sfugge pericolosamente,
distruttivamente.
Come dicevo, a riguardo di quello che ho scritto precedentemente, cioè
precedentemente alle osservazioni sul quadro posseduto da Eduardo, questo
testimonia un fatto. Quindi non vogliono convincere l’interlocutore ad essere in
accordo con tale fatto, con tale «procedimento» formale di Pasolini, e a
convincerlo che questo «procedimento» è giusto o è sbagliato da un punto di
vista morale, politico, religioso o artistico. Esse invece tendono a qualcosa
di più importante dell’opera e della vita stessa di Pasolini considerate per se
stesse.
Vogliono, infatti, solo incrementare gli elementi logico-formali - anche se
non ce n’era alcun bisogno, essendo essi già più che sufficienti - che
avrebbero dovuto già registrare la singolare peculiarità pasoliniana
all’interno della storia della letteratura. I fatti della storia della
letteratura, o della storia, non sono né morali né immorali, né giusti né
sbagliati, né belli né brutti, ma sono solo fatti registrati, sui quali
successivamente, proprio perché registrati, si possa esprimere un’opinione e se
ne possa avere un’idea. Sono come i graffiti nelle caverne del Neolitico,
esistono! La conoscenza e la sua necessità sono alla base del linguaggio. È su
tali graffiti, nel buio di tali caverne che misuriamo la cultura del nostro
presente storico e la capacità di illuminare il futuro.
E’ vero che un fatto storico importante può essere inizialmente ignorato,
ma nel momento in cui viene ri-trovato e opportunamente vagliato e ri-visto,
allora non possono esserci oscuramenti, falsificazioni od omissioni. Se questo
avvenisse sarebbe la dimostrazione non solo della dipendenza da un regime
spaventosamente potente dell’arte, della cultura e della logica, ma anche che
la cosiddetta cultura sarebbe terribilmente omologata ed omologante a un
pensiero in cui la creatività scompare a favore di una regressione
antropologica invasiva di tutta la nostra realtà.
Il libro - di cui ho auto-pubblicato il primo volume sulla piattaforma
Kindle di Amazon e dove, probabilmente, pubblicherò tutti gli altri - è
intitolato «Gennariello, Pasolini e la rivoluzione», e non può essere solo un
libro su Pasolini. Infatti, con questa prima lettera aperta, anticipando
pubblicamente e gratuitamente le chiavi di lettura di Petrolio e le intuizioni
inedite relative alla forma dell’opera, propagando un testo (il mio) che non si
occuperà dell’opera di Pasolini sic et
simpliciter ma, in certo senso, del suo autore in carne ed ossa, di me
stesso. Ossia si occuperà di tutto il contesto che sarebbe chiamato a
registrare le novità espresse dal linguaggio di Pier Paolo Pasolini.
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