Se qualcuno non fosse per nulla convinto del fatto che Beethoven abbia
strutturato i temi della sua «quinta sinfonia», dall’inizio alla fine, su un
motivo ritmico di 4 note, non potrei fare altro che ignorarlo, dopo averlo
rassicurato sul fatto che anche una svista così evidente, nonostante tutto, non
inficia la possibilità di fruire l’opera con un qualche profitto. Non gli
consiglierei, invece, l’ascolto di Schoenberg, che solo sulla forma si basa. Se
invece, per assurdo, fossi un direttore alle prese con un’orchestra che
concepisse una tale indegnità, allora sarei in guai seri. Il confronto non
sarebbe più basato sul terreno dell’analisi formale ma sul terreno politico. E
di un tipo politico eversivo che piega la forma ai sui scopi specifici, cioè la
distrugge senza motivazioni plausibili. Un tipo politico che distrugge la
norma, il canone, cioè la legge sulla quale si basa il linguaggio musicale. Non
ci sarebbe più ne’ direttore ne’ orchestra, e si dovrebbe solo accettare
l’evidenza. Quell’opera resterebbe scritta senza poter esser letta, a causa,
potremmo ben dire, di un attentato terroristico che impone, con la violenza,
l’assenza della legge, l’anarchia.
Venendo al caso specifico, mi preme dichiarare pubblicamente – assumendomi
un rischio pari a zero – che io ho decifrato la forma del romanzo Petrolio di
Pier Paolo Pasolini. Ho pubblicato il primo volume del mio libro su Kindle:
«Pasolini, Gennariello e la Rivoluzione».
E sono in fiduciosa attesa di risposte da editori per un’eventuale
pubblicazione cartacea. Ho scritto una lettera aperta (agli uomini di cultura
italiani, soprattutto del sud) in cui descrivo la forma di Petrolio, cioè un
canone a chiave numerica 5 e 7, le cifre sulle quali Pasolini ha strutturato
tutto il romanzo. Ma, essendo uno scrittore a tratti ingenuo, mi sono illuso
che impostando la lettera aperta su un eloquente aspetto formale,
logico-matematico
1, avrei reso
le mie osservazioni, almeno inizialmente, inattaccabili. In realtà non avevo
sufficientemente valutato che proprio l’aspetto inattaccabile (un’oggettiva
analisi formale) avrebbe potuto essere ignorato, sottovalutato, semplicemente
cancellato. Questa eventualità, verificatasi già in alcune circostanze, oggi,
dopo due settimane dalla lettera, mi impone di sostituire l’approccio formale
con quello politico. La forma può essere vanificata proprio in funzione di
politiche terroristiche che perseguono i loro scopi economico-linguistici.
Scopi caratterizzati da regressione antropologica, ai quali ci si può
contrapporre solo politicamente.
Oppongo al terrorismo un primo fatto politico. E cioè che il mio libro non
parla tanto di Pasolini, ma quanto del suo autore in carne ed ossa, cioè di me
stesso. E parla quindi di un contesto politico culturale chiamato alla
fruizione di un’opera assai particolare: Petrolio.
Sklovskij, nel 1925, a proposito del Tristram Shandy di Sterne ebbe a dire:
«su Sterne [1713-68] non è stato ancora scritto nulla, e se qualcosa è stato scritto, si tratta di banalità». Ma io aggiungo che il Tristram
arriva al nucleo del romanzo portando avanti, attraverso il suo autore, una
descrizione più volte sospesa da digressioni (la descrizione della perdita del
naso dell’eroe al momento della nascita) nel capitolo 29. Non dico che questo
sia un dato fondamentale - cioè il 29 usato col significato della smorfia -
dico solo che forse, quando Pasolini usò il nome di Tristram in Petrolio, era
consapevole della conoscenza di Sterne a proposito della smorfia napoletana.
Per quanto ne abbia letto, posso ancora dire, temendo una smentita, che questa
consapevolezza non appartiene alla storia né alla letteratura, e nemmeno alla
critica, ma solo a Pasolini. Il nome Tristram, all’interno di Petrolio, compare
nell’appunto 41, appunto che col 101 rappresenta i punti salienti del romanzo.
E, per quanto ne abbia letto, posso ancora affermare, temendo una smentita, che
il quadro del Tiziano Vecellio, cosiddetto «Amor sacro e profano» - su cui è
modellato l’appunto 101 di Petrolio - sia la rappresentazione pittorica e
allegorica di uno «Scudo di Achille»; ma, anche qui, solo nella consapevolezza
del genio Pier Paolo Pasolini. Ecco: bisogna aver sempre ben presente la
profondità di analisi dell’autore.
La profondità di analisi dovrebbe sempre appartenere alla politica. Infatti
la sua assenza trasforma la politica stessa in terrorismo. Il terrorismo, più
che pratica politica, è pratica economica di convenienza, una via veloce e
diretta. Esso tende ad accentrare e conservare un potere in poche mani. Il
terrorismo usa un suo linguaggio pseudo-politico, populista, caratterizzato da
regressione linguistica, attraverso l’abolizione della prospettiva
storico-antropologica. Per dominare su tutto un mercato liberticida deve dare
un colpo al cerchio e un altro alla botte, restare a galla, in superfice, senza
mai immergersi nei contenuti. Lanciare una pietra, un bomba o il millantatore
di turno (sulle televisioni e sui giornali), e nascondere la mano.
Un esempio emblematico di quello che dico è nel libro «La macchinazione» di
David Grieco, il millantatore di turno, uno dei tanti. Sta uscendo il suo nuovo
film che ha come interprete di Pasolini, lo sfortunato Massimo Ranieri. E per
ingraziarsi il pubblico e cercar di far cassa, Grieco, nel suo libro, saluta un
po’ tutti, vivi e morti. Ma su Zigaina si ferma un attimo e scrive: «Sono dettagli che paiono spesso interessanti, ma che altrettanto spesso sembrano sconfinare pericolosamente nella follia. Follia di Pasolini o follia di Zigaina?». E scrive ancora «E con lui muore una parte importante della memoria di Pasolini. Una memoria che forse ha contribuito a segnarne e distorcerne il ricordo». Bisognerebbe chiedergli di cosa sta
parlando. Insomma Grieco, con una pessima scivolata di stile, dimentica la
forma; infatti il gioco sul becero questionario retorico non può essere a due
ma a tre, la domanda corretta è: «Ma allora chi è folle, Pasolini Zigaina o
Grieco»!
Quest’anno, 2015, il 16 Aprile, Giuseppe Zigaina è morto all’età di 91 anni.
Egli ha decifrato il linguaggio gergale di Pasolini e per questo è stato
insignito di un premio assai importante, ma non in Italia. Ha lasciato al
Partito Radicale due documenti audio di formidabile importanza. E Grieco,
seguendo la feccia culturale, prova a farlo passare per pazzo proprio quando il
Partito Radicale se ne dimentica. Dimenticando che quella decifrazione
pasoliniana trovò un totale consenso e appoggio da parte di Marco Pannella. E,
oggi, al 40esimo si potrebbero invece riproporre quei documenti, per stimolare
nuove riflessioni. Ecco, questo è un primo dato politico contraddittorio. Dato
politico che per alcuni potrebbe essere l’unico.
E invece ne spunta un secondo: la mia decifrazione dell’opera di Pasolini,
una continuazione di quella zigainiana. Essa investe il secondo dato politico,
quello più ostico. La decifrazione della forma di Petrolio, strutturata sulle
chiavi 5 e 7, e rappresentata dal numero 21, porta direttamente a smascherare i
guitti che hanno tentato di propagandare il furto dell’appunto 21 come un fatto
storico realmente accaduto, nel segno della ennesima abominevole strumentalizzazione.
Oltre questo piccolo particolare disgustoso, tengo ad evidenziare che
Petrolio è un romanzo che, come i romanzi classici e grandiosi, rappresenta
soprattutto il potere. Lo rappresenta, attraverso un Carlo-ingegnere-torinese,
precisamente con la tecnica di Sterne descritta da Attilio Brilli: «Tristram è
per Sterne il “perverso” del proprio momento storico, colui che ne ottenebra le
certezze e ne scombina le regole». Ma (sorpresa! Non ve lo volevano dire) Carlo
è anche Carlo Albero, ma non il padre di Pasolini, bensì il padre di Vittorio
Emanuele II, cioè la personificazione del potere che non conosce soluzioni di
continuità dall’unità d’Italia ad oggi, un potere indissolubilmente legato al
potere industriale del nord, e solo del nord.
E l’altra sorpresa, ancora più gustosa, è costituita dalla cultura che
linguisticamente ha rappresentato questo potere. Essa ha percorso questi
centocinquant’anni, genealogicamente, da Faldella a Gadda (l’idolo di Serianni
e di Baricco). Su questa genealogia, Pasolini, prima di andarsene ha fatto quel
che ha fatto. E cosa avrebbe fatto? Basta leggerlo nell’appunto 102, è scritto
molto chiaramente, desadianamente, napoletanamente. Leggetevelo. Il 102 è
l’appunto, che pur essendo stato scritto, viene espunto, strappato dall’assetto
formale per evidente indegnità artistica e morale dei personaggi e della storia
che rappresentano.
Insomma, come diceva Sciascia, Benedetto Croce commise un errore bocciando
Federico De Roberto con la scusa di mancanza di poesia nel romanzo «I Viceré».
Ma Croce comprese molto bene la potenza politica di quel romanzo restato nel
buio per decenni, e così lo bocciò per quieto vivere, a favore della novella
Italia, e dopo a favore della novella repubblica, che era ancora troppo giovane
per subire tale colpo. Agì da padre un po’ troppo protettivo, diversamente
sarebbe saltata fuori tutta la trilogia: L’illusione, I Viceré e l’Imperio.
Sarebbe saltato fuori il più grande prosatore e letterato italiano di tutti i
tempi.
Pasolini mai nominò De Roberto, è vero! E nominò Wittgenstein solo per il
Partito Radicale! Ma li portò evidentemente nel suo cuore, per tutta la vita.
Altrimenti come si spiega il fatto che al centro del suo Petrolio mette proprio
il più emblematico dei motivi conduttori del romanzo derobertiano? E, inoltre,
proprio nell’appunto modellato a scudo di Achille? In araldica il De Roberto,
leggendo i Viceré, è assai ferrato, e l’esordio del suo romanzo è proprio su
uno scudo… Non vi annoio sull’ekphrasis e sulla meta semiotica, le vette linguistiche
di Pasolini. Ma, in una prospettiva di evoluzione linguistica, oggi bisogna
scegliere fra De Roberto e Pasolini, e io li scelgo entrambi.
Napoli rappresenta ancora oggi un valore culturale inestimabile per l’Italia
e il mondo intero, e Pasolini, come istintivamente il Croce, lo colse
completamente. Travestendosi da Ermes-Pulcinella (i canoni millenari di
Napoli), fondò con Petrolio un rituale linguistico e culturale che parte
proprio da quella città, precisamente a Forcella. Il segno di Virgilio.
Non è mai stata detta una solo parola sull’innegabile, evidentissimo,
geniale, pertinente e lapalissiano uso dei numeri della smorfia in Petrolio.
Perché? Come si fa a comprendere un romanzo del genere senza organizzare questi
segni così marcati? Sarebbe interessante indagare sul perché nessuno mai ha
osato notare che gli appunti numero 71 di Petrolio, intitolati tutti «IL
MERDA», corrispondono al significato della smorfia: «l’omm’e mmerd'».
È una disfunzione linguistica, un carenza del DNA o qualcosa di ancora più
nefasto? Che sia proprio la regressione antropologica di cui parla Pasolini
senza essere compreso?
Non importa, un giorno lo capiremo. Perché basta concludere che Pasolini per
rendere evidente la sua predilezione per Napoli, i napoletani, il sud Italia, e
tutti quelli vestiti da Pulcinella, su un’osservazione di Ludwig Wittgenstein2 (che Marco Pannella credo conosca a
memoria), struttura l’appunto 41 di Petrolio sulla separazione, il risveglio
dell’intelletto e la sua forma, l’adorazione e la scelta per
Napoli.
1 La
lingua è uno strumento di musica per idee. (…) Una fuga è tutta logica, tutta
scientifica. La si può trattare anche
poeticamente.
L’algebra è la poesia. Si deve scrivere come si compone
la musica.
[tratto da “Werke” di Novalis]
2 (Se
le pulci sviluppassero un rito, riguarderebbe il cane)
Si potrebbe dire che non
la loro unione (di quercia e uomo) ha dato il pretesto per questi riti, ma in
certo senso la loro separazione.
Perché il risvegliarsi
dell’intelletto avviene con una separazione dal terreno originario, dal
fondamento originario della vita. (La nascita della scelta).
(La forma dello spirito
che si risveglia è l’adorazione).
[tratto da “Note sul
Ramo d’oro di Frazer”, di Ludwig Wittgenstein]
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