L'Epochè: Storia di un uomo e del suo
corpo
«La mia non è una storia ma una parabola» cominciò il
simpatico grillo parlante «e siccome il senso di questa parabola è appunto il
rapporto di un autore con la forma che egli crea, mi sembra perfettamente
inutile fare qualsiasi preambolo su ciò che sto per raccontare. Andrea Fago
(dunque, uomo che mangia) prese normalmente il DC9 dell'Alitalia in partenza da
Roma a Città del Capo, in un normale pomeriggio di primavera dell'anno scorso.
Andava a Città del Capo per certi suoi affari, che non hanno nessuna importanza
per la storia di cui egli è protagonista. Non dirò neanche se era alto o se era
basso, se era bruno o se era biondo, se era di Roma o se era di Milano, se era
un piccolo borghese o se era un grosso borghese, se era un intellettuale o se era
un industriale: non dirò niente di lui, non solo perché tutto ciò non ha
importanza, ma perché farebbe confusione e basta. Il DC9 decollò normalmente,
fece un'ampia curva sopra il mare di Fiumicino, e puntò verso il Sud. Dentro
l'aeromobile si cominciarono a fumare le sigarette e a bere aranciate e the:
non, per quanto riguarda il Fago, 'champagne': infatti, per ragioni
strettamente funzionali, stavolta, alla nostra storia, egli va immaginato
seduto sull'ultimo sedile in coda. Non era, quindi, un passeggero di prima
classe. Ma non fatea illazioni su questo. Il primo scalo era il
Cairo, e tutto andò normalmente. L’aeroporto del Cairo è il più deprimente del
mondo, e ci si annoia mortalmente. Ma pazienza. Le due ore della sosta che poi
risultarono fatalmente tre - finirono col passare, furono chiamati i passeggeri
in transito, e il DC9 per la seconda volta decollò normalmente. Grazie a Dio
non doveva far scalo a Khartoum, ma proseguiva direttamente fino a Kampala. Ci
sarebbero state dunque alcune orette di pacifico e magnifico volo, prima sull’Egitto,
col suo Nilo verdeggiante di apprezzamenti di palmizi e cereali, e i mucchi
ocra scuro dei villaggi, poi sul Sudan, col suo interminabile deserto
meridionale, tutto meravigliosamente rosa. Il color rosa di questo deserto – mi
permetto di insistere – è effettivamente impressionante: ma impressionante
ancora è la sua immensità. Esso dura ininterrottamente, e sempre uguale, subito
dopo Khartoum fino oltre il Lago Rodolfo, quasi fino a Nairobi (puntando verso
Kampala, le foreste cominciano prima). Non capisco perché l’immensità di questo
deserto (insieme al suo color rosa) venga talmente ignorata o sottovalutata.
Non perché ciò abbia importanza (né per me né per la mia storia) ma così, per
amore della verità. In realtà esso fa più impressione del deserto del Sahara.
Non conosco l’Amazzonia (cioè, non ci ho volato sopra), ma forse è a questa che
il deserto tra Sudan e il Kenia va paragonato; col suo idilliaco, il suo
paradisiaco color rosa. In realtà (questo è il punto) non si tratta di un vero
e proprio deserto, ma di un paese, o addirittura di un piccolo continente,
fatto tutto di un intrico senza fine di complicate montagne e vallette senza un
albero (color rosa). Il cielo, implacabilmente azzurro, sembra anch’esso più
vasto del solito. È un cielo cosmico. E cade quasi a precipizio sugli orizzonti
sconfinati (offuscandosi un po' in terribili colorini che stanno tra l'azzurro
e il rosa) di quel deserto, su cui non finiscono mai di susseguirsi montagne e
vallette, come disposte da una fantasia capace di ogni possibile complicazione
- la più tortuosa, la più cavillosa - eccetto che di inventare un colore
diverso, che non sia, al massimo, una sfumatura di quel rosa. Ciò che tuttavia
dà un senso di terrore (sebbene non del tutto spiacevole) in quel deserto è,
ripeto, il fatto che esso non è un deserto, ma un enorme paese vuoto,
abbandonato da Dio e dagli uomini. Ebbene, fu proprio nel bel mezzo di questo
deserto che il DC9 dell’Alitalia precipitò. Quando Andrea Fago riaperse gli
occhi, e, con una felicità che non sarò certo io ad ambire ad esprimere, si
rese conto di essere sopravvissuto, ciò avvenne come nel cuore di un quadro
surrealistico. Egli era seduto sul suo sedile, con lo schienale rialzato, e con
la cintura – stretta sul ventre, in posizione verticale: davanti a lui c’era un
teschio carbonizzato, che ghignava. Dal berrettino civettuolo, che, appunto
surrealisticamente, era rimasto al suo posto, Andrea Fago riconobbe l’hostess.
Un centinaio di metri più in là, su un costone a falde ben
disegnate - contro una serie capricciosa di cucuzzoli, alcuni a pan di
zucchero, altri a mammella - ma curiosamente allineati in una prospettiva
perfetta, e incisi nella zuccherina, metallica perfezione delle loro forme - il
DC9 stava finendo di bruciare: era tutto nero. Solo un pezzo della coda era
stato risparmiato dalle fiamme. Il rottame di < > che sembrava vile bandone, era dipinto
di giallo con una striscia blu: finalmente dunque due colori diversi, anche
come materiale, in tutto quel sublime rosa.
Ma ora però basta scherzare: l'antefatto è finito. Avrei
potuto cominciare anche da qui. Se non avessi avuto la necessità di istituire
un rapporto sociale tra il mio protagonista e il resto degli uomini. Rapporto
sociale a voi così noto da rasentare la banalità: ed è proprio per questo che
non ho potuto parlarne se non scherzando un poco.
Del resto, ve lo ripeto. La vera storia che vi sto narrando
non è questa. La vera storia riguarda l'assoluta indipendenza delle leggi che
istituiscono una forma rispetto alle leggi di tutte le altre forme. La
continuità che unisce tutte le leggi che più in generale istituiscono
l'universo (caratterizzato dalla mancanza di ogni soluzione di continuità) non
c'è dubbio, è un dato. Ma nel suo rapporto col dato che la contraddice e la
nega, cioè la mancanza di ogni continuità - il momento dell'autonomia - essa,
almeno per un istante 'ideale', scompare. Continuità e autonomia di una forma,
sono la sua contraddizione. Ma esse non coesistono, non possono coesistere. O
c'è una o c'è l'altra. La contraddizione non è che intermittenza di
coesistenza. Hegel naturalmente si è, sia pur divinamente, sbagliato. L'unica
vera infinità è quella che egli chiama 'cattiva infinità' (dunque lo sapeva!).
Di conseguenza i due termini della contraddizione non si superano affatto, ma
procedono nell'infinità scambiandosi il diritto ad esistere a una velocità che,
per essere soprannaturale, non impedisce che tali due termini coesistenti non
possano venire presi in considerazione alternativamente e quindi venire
isolati, analizzati solo in sé. Appunto; la nostra storia isola e analizza in sé il
momento dell'autonomia della forma.
Andrea Fago osservava quegli uomini che venivano verso di lui.
Gli antichi uomini che egli conosceva così bene. Li contemplò, anzi li
riconobbe, in silenzio. Poi un sorriso straordinario stirò la sua bocca e
illuminò i suoi occhi. Era il sorriso enigmatico perché troppo profondamente
umano che nasceva dal pensiero: la continuità che c'è tra me e loro, ritornando
da loro a me, si interrompe: io sono una forma la cui conoscenza è illusione.
a ma non è il caso che si facciano
Da Petrolio di Pier Paolo Pasolini
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