Saturday, 12 October 2019

Appunto 98

L'Epochè: Storia di un uomo e del suo corpo


«La mia non è una storia ma una parabola» cominciò il simpatico grillo parlante «e siccome il senso di questa parabola è appunto il rapporto di un autore con la forma che egli crea, mi sembra perfettamente inutile fare qualsiasi preambolo su ciò che sto per raccontare. Andrea Fago (dunque, uomo che mangia) prese normalmente il DC9 dell'Alitalia in partenza da Roma a Città del Capo, in un normale pomeriggio di primavera dell'anno scorso. Andava a Città del Capo per certi suoi affari, che non hanno nessuna importanza per la storia di cui egli è protagonista. Non dirò neanche se era alto o se era basso, se era bruno o se era biondo, se era di Roma o se era di Milano, se era un piccolo borghese o se era un grosso borghese, se era un intellettuale o se era un industriale: non dirò niente di lui, non solo perché tutto ciò non ha importanza, ma perché farebbe confusione e basta. Il DC9 decollò normalmente, fece un'ampia curva sopra il mare di Fiumicino, e puntò verso il Sud. Dentro l'aeromobile si cominciarono a fumare le sigarette e a bere aranciate e the: non, per quanto riguarda il Fago, 'champagne': infatti, per ragioni strettamente funzionali, stavolta, alla nostra storia, egli va immaginato seduto sull'ultimo sedile in coda. Non era, quindi, un passeggero di prima classe. Ma non fatea illazioni su questo. Il primo scalo era il Cairo, e tutto andò normalmente. L’aeroporto del Cairo è il più deprimente del mondo, e ci si annoia mortalmente. Ma pazienza. Le due ore della sosta che poi risultarono fatalmente tre - finirono col passare, furono chiamati i passeggeri in transito, e il DC9 per la seconda volta decollò normalmente. Grazie a Dio non doveva far scalo a Khartoum, ma proseguiva direttamente fino a Kampala. Ci sarebbero state dunque alcune orette di pacifico e magnifico volo, prima sull’Egitto, col suo Nilo verdeggiante di apprezzamenti di palmizi e cereali, e i mucchi ocra scuro dei villaggi, poi sul Sudan, col suo interminabile deserto meridionale, tutto meravigliosamente rosa. Il color rosa di questo deserto – mi permetto di insistere – è effettivamente impressionante: ma impressionante ancora è la sua immensità. Esso dura ininterrottamente, e sempre uguale, subito dopo Khartoum fino oltre il Lago Rodolfo, quasi fino a Nairobi (puntando verso Kampala, le foreste cominciano prima). Non capisco perché l’immensità di questo deserto (insieme al suo color rosa) venga talmente ignorata o sottovalutata. Non perché ciò abbia importanza (né per me né per la mia storia) ma così, per amore della verità. In realtà esso fa più impressione del deserto del Sahara. Non conosco l’Amazzonia (cioè, non ci ho volato sopra), ma forse è a questa che il deserto tra Sudan e il Kenia va paragonato; col suo idilliaco, il suo paradisiaco color rosa. In realtà (questo è il punto) non si tratta di un vero e proprio deserto, ma di un paese, o addirittura di un piccolo continente, fatto tutto di un intrico senza fine di complicate montagne e vallette senza un albero (color rosa). Il cielo, implacabilmente azzurro, sembra anch’esso più vasto del solito. È un cielo cosmico. E cade quasi a precipizio sugli orizzonti sconfinati (offuscandosi un po' in terribili colorini che stanno tra l'azzurro e il rosa) di quel deserto, su cui non finiscono mai di susseguirsi montagne e vallette, come disposte da una fantasia capace di ogni possibile complicazione - la più tortuosa, la più cavillosa - eccetto che di inventare un colore diverso, che non sia, al massimo, una sfumatura di quel rosa. Ciò che tuttavia dà un senso di terrore (sebbene non del tutto spiacevole) in quel deserto è, ripeto, il fatto che esso non è un deserto, ma un enorme paese vuoto, abbandonato da Dio e dagli uomini. Ebbene, fu proprio nel bel mezzo di questo deserto che il DC9 dell’Alitalia precipitò. Quando Andrea Fago riaperse gli occhi, e, con una felicità che non sarò certo io ad ambire ad esprimere, si rese conto di essere sopravvissuto, ciò avvenne come nel cuore di un quadro surrealistico. Egli era seduto sul suo sedile, con lo schienale rialzato, e con la cintura – stretta sul ventre, in posizione verticale: davanti a lui c’era un teschio carbonizzato, che ghignava. Dal berrettino civettuolo, che, appunto surrealisticamente, era rimasto al suo posto, Andrea Fago riconobbe l’hostess.
Un centinaio di metri più in là, su un costone a falde ben disegnate - contro una serie capricciosa di cucuzzoli, alcuni a pan di zucchero, altri a mammella - ma curiosamente allineati in una prospettiva perfetta, e incisi nella zuccherina, metallica perfezione delle loro forme - il DC9 stava finendo di bruciare: era tutto nero. Solo un pezzo della coda era stato risparmiato dalle fiamme. Il rottame di    <   > che sembrava vile bandone, era dipinto di giallo con una striscia blu: finalmente dunque due colori diversi, anche come materiale, in tutto quel sublime rosa.
Ma ora però basta scherzare: l'antefatto è finito. Avrei potuto cominciare anche da qui. Se non avessi avuto la necessità di istituire un rapporto sociale tra il mio protagonista e il resto degli uomini. Rapporto sociale a voi così noto da rasentare la banalità: ed è proprio per questo che non ho potuto parlarne se non scherzando un poco.
Del resto, ve lo ripeto. La vera storia che vi sto narrando non è questa. La vera storia riguarda l'assoluta indipendenza delle leggi che istituiscono una forma rispetto alle leggi di tutte le altre forme. La continuità che unisce tutte le leggi che più in generale istituiscono l'universo (caratterizzato dalla mancanza di ogni soluzione di continuità) non c'è dubbio, è un dato. Ma nel suo rapporto col dato che la contraddice e la nega, cioè la mancanza di ogni continuità - il momento dell'autonomia - essa, almeno per un istante 'ideale', scompare. Continuità e autonomia di una forma, sono la sua contraddizione. Ma esse non coesistono, non possono coesistere. O c'è una o c'è l'altra. La contraddizione non è che intermittenza di coesistenza. Hegel naturalmente si è, sia pur divinamente, sbagliato. L'unica vera infinità è quella che egli chiama 'cattiva infinità' (dunque lo sapeva!). Di conseguenza i due termini della contraddizione non si superano affatto, ma procedono nell'infinità scambiandosi il diritto ad esistere a una velocità che, per essere soprannaturale, non impedisce che tali due termini coesistenti non possano venire presi in considerazione alternativamente e quindi venire isolati, analizzati solo in sé. Appunto; la nostra storia isola e analizza in sé il momento dell'autonomia della forma.
Andrea Fago osservava quegli uomini che venivano verso di lui. Gli antichi uomini che egli conosceva così bene. Li contemplò, anzi li riconobbe, in silenzio. Poi un sorriso straordinario stirò la sua bocca e illuminò i suoi occhi. Era il sorriso enigmatico perché troppo profondamente umano che nasceva dal pensiero: la continuità che c'è tra me e loro, ritornando da loro a me, si interrompe: io sono una forma la cui conoscenza è illusione.

a ma non è il caso che si facciano

Da Petrolio di Pier Paolo Pasolini

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