L'Epochè:
Storia di mille
e un
personaggio
«Premessa
assolutamente necessaria al mio racconto» cominciò con tipica aria sorniona il
secondo narratore, quasi desiderasse addormentarsi «è questa: tutto ciò che io
vi riferirò, non è apparso nel teatro del mondo ma nel teatro della mia testa,
non si è svolto nello spazio della realtà ma nello spazio della mia
immaginazione, non si è, infine, concluso secondo le regole contraddittorie
del gioco dell'esistenza, ma si è concluso secondo le regole contraddittorie
del gioco della mia ragione.
Il personaggio
primo, e, diciamo capostipite, era uno. Lo chiamerò (per motivi miei personali)
'Dio di Saulo'. La sua unicità era invisibile, semplicemente perché l'occhio
non riusciva ad abbracciarla tutta. La sua identità, di conseguenza, era
misteriosa. Non c'è dubbio che egli era buono, protettore, eternamente
presente, infinitamente affettuoso, regolarmente generoso di cibo, di calore e
di sonno.
Io venivo dalla
morte. Ed ero appena entrato piangendo in un meraviglioso Giardino. Piano
piano, per merito di questo Dio di Saulo, smisi di piangere, e cominciai a
conoscere le gioie del meraviglioso Giardino in cui ero entrato. Già comunque
mi ero adattato alla mia nuova condizione, contando di rimanerci per sempre.
Invece fu proprio lui, il Dio di Saulo, a cacciarmi anche da lì.
Fu a quel
momento che io diventai un narratore: il narratore, cioè, che vi fa questo
racconto. Non appena infatti smisi di piangere e disperarmi per questa seconda
cacciata, e cominciai a guardarmi intorno per la prima volta, lo vidi. Era un
povero mostro (come potei poi ricostruire quando fui in grado di farlo): un
povero mostro disgraziato, meschino, tutto preso dal dovere di sopravvivere,
mangiare e procurare agli altri da mangiare, lavorare, sudare, aspettare una
mercede, ringraziare, ricominciare a lavorare fino a tardi, riposarsi in un
sonno sempre troppo scarso, rialzarsi, riprendere tutto daccapo. Fu osservando
questa sua vita che mi venne voglia di scrivere un Romanzo.
Ma un
personaggio solo, quell'unico che conoscevo, non bastava a fare una storia:
occorreva almeno un antagonista. Feci perciò quello che usano fare in genere i
romanzieri: cioè da un personaggio reale, che conoscevo, ne feci due.
Non saprei descrivervi
il personaggio primo, il Dio di Saulo, che, ripeto, mi era apparso prima come
potente e buono (qualcosa che stava tra il toro e la nutrice), poi mi era
apparso come nemico e punitore, cacciandomi gratuitamente, per una colpa che
non conoscevo, dal Luogo quasi sospeso e aereo dove mi trovavo così bene; e,
infine, mi era apparso come un povero diavolo, nel tempo stesso potente e
impotente, autoritario e benefattore. Insomma, quel personaggio non saprei
descriverlo.
So invece
descrivere abbastanza bene i due personaggi in cui la mia fantasia di
romanziere l'ha scisso.
Il primo è un
uomo sui quarantacinque cinquant'anni, piccolo, dall'organismo macilento, ma
pieno di un'energia, più che giovanile, infantile, da 'scugnizzo' (la mia
famiglia è di origine meridionale povera). I suoi occhi sono vivi e sempre come
un po' esaltati; i capelli molto brizzolati quasi bianchi, che però gli cascano
in una banda sull'orecchio e sugli occhi giovanilmente. Il naso e la bocca
pronunciati (la bocca sempre semiaperta in quell'espressione tra stupita,
servile e esaltata degli occhi). È nell'insieme una figura buffa, come morso da
una tarantola, per cui è sempre un po' in agitazione. Il suo sorriso è forte e
allegro, sempre da scugnizzo, o meglio da xxx (perché per la precisione la mia
famiglia è calabrese); e, quando è serio, lo è inaspettatamente, perché da lui
ci si attende sempre una servizievole allegria, quasi da maschera comica.
Tuttavia, nascostamente, come tutti i meridionali, malgrado quella faccia così
sfacciatamente da manovale o imbianchino, ci tiene alla sua dignità ed è forse
anche un po' permaloso, oltre che facile al pianto.
L'altro
personaggio è una donna. Anch'essa piccola di statura, corta di gamba. Ma,
contrariamente all'uomo, è in carne, benché abbia un anno o due più di lui: una
ciccia che prorompe dalla veste di seta cruda popolana con cui si fascia il
corpo nei giorni di cerimonia. Non è grassa,
però ha appunto quella pinguedine giovanile che tuttavia non l'appesantisce.
Anche nel suo viso è sempre stampato una specie di sorriso comico che affiora
irresistibile agli occhi troppo espressivi (d'un colore bruno-rossiccio, come
quelli dell'uomo). I capelli sono bianchi, il naso, la bocca, gli zigomi,
anch'essi pronunciati, tipicamente meridionali. Anch'essa è un poco una
maschera da cui ci si aspetta sempre che faccia ridere o sorridere ... Per
esempio, per una specie di rozzezza atavica, o di afasia, essa non riesce a pronunciare
se non in modo buffissimo, molti nomi inconsueti: non solo, ma pur abitando
tanti anni lontano dalla Calabria, non ha imparato che pochissime parole
italiane: e le poche che sa pronunciare bene, le pronuncia con aria compita e
cerimoniosa: cosa che fa ridere come quando storpia comicamente, mettiamo, la
parola >''Claudio Villa''<. Tuttavia anch'essa, come l'uomo, dietro tutto
questo nasconde un forte senso di dignità; è ostinata nelle sue idee, e sa fare
bene i suoi calcoli.
Ebbene, quando
mi trovai con questi due personaggi inventati, e così oggettivamente distinti
l'uno dall'altro, capii che essi erano in realtà un unico personaggio, e che,
se erano antagonisti, il loro antagonismo era in realtà una lotta interiore.
Appunto perché
erano un personaggio unico, come Don Chisciotte e Sancio Pancia, tendevano
irresistibilmente alla loro unicità originaria.
Essi, per
resistere disuniti, dovevano rappresentare due simboli opposti di una realtà
sia pur unica. Tuttavia, anche così, la loro opposizione non poteva che essere
all'infinito iterativa: ripetersi in una serie di episodi tutti
sostanzialmente uguali.
L'aver diviso
in due un personaggio unico, caduto sotto la sfera della mia esperienza e del
mio interesse, mi aveva garantito il dramma: ma un dramma simbolico, cioè
troppo dominato dalla ragione. Ordine.
Chissà perché,
non era questo che volevo.
Allora
rimpastai di nuovo i due personaggi in uno solo: non riottenendo però che
vagamente l'ormai mitico personaggio primo, il Dio di Saulo. Egli era stato
ormai irrimediabilmente manomesso, e, una volta ricostruito, non poteva che portare i segni della
manomissione storica che aveva subito.
D'altra parte,
come dice Melville: "I padri non hanno l'abitudine di rivelarsi
completamente ai loro figli ... ". Soprattutto, e a maggior ragione,
aggiungerei i 'padri primi'.
Una volta
ricostruita la figura del Dio di Saulo, la presi e la smembrai. Come in certi
miti - e poi riti - cosiddetti selvaggi, ne sparsi qua e là le membra strappate
dal corpo, sotterrandole come semi nella terra. Ben presto quei semi
spuntarono: e io fui attorniato da una vera e propria folla di personaggi, che
avevano tutti 'qualcosa' di quel personaggio primo: 'qualcosa' dunque, di
parziale, ma che essi avevano tuttavia sviluppato in una loro completezza.
Voglio dire che anche se erano comuni, meschini, ristretti, rattrappiti, monchi
(com'è la maggior parte degli uomini) in quanto parziali tuttavia contenevano
anch'essi in sé una potenziale totalità, appunto, che è ugualmente misteriosa e
infinita che quella del 'Dio'.
Ora tutta
quella folla di personaggi che era a disposizione della mia fantasia di
romanziere non potevano più dirsi 'simboli'. Essi erano casuali parti di un
tutto, divenuti misteriosamente totalità, ossia uomini. Facevano caoticamente
parte della realtà, potevano essere dominati da una mente ordinatrice solo a
patto di essere astratta e generalizzante. Essi erano insomma il Disordine.
Erano lì
intorno a me a dimostrarmi con estrema e incontrovertibile vivezza che il tempo
storico non coincide in pratica mai col tempo vissuto.
A questo punto
però mi si presentò un'altra improrogabile necessità. Che cosa opporre a quel
vivente disordine? Se quella folla - misteriosa e piena della dignità umana, è
vero, ma tuttavia instabile, vuota, matta - era la protagonista, qual era
l'antagonista?
Era semplice. L’antagonista
ero io.
Ma nel momento
in cui pensai a me, come unico possibile antagonista, cioè come un concetto, mi
accorsi, che in concreto, io non sapevo chi ero. Non potevo abbracciare la mia
unicità, che mi riusciva dunque praticamente invisibile (come già, ricordate?,
quella del Dio di Saulo); e di conseguenza la mia identità mi riusciva
perfettamente misteriosa.
Ma la mia mente
di narratore era terribilmente fertile. Cosa feci? Da quel tutto che io ero
incombendo, per così dire, dentro me stesso, ne ritagliai una parte. Non so
bene che criteri seguissi nel ritagliarla. Certamente, almeno in apparenza e in
superficie, erano criteri di comodo: quelli che mi davano piacere. Nel momento
stesso in cui questa operazione non mi fosse parsa divertente, non avrei potuto
andare avanti. Alla fine, la figura di me stesso, come antagonista, saltò
fuori, più o meno elaborata e rifinita. Ed eccomi qua. Mi vedete. Un
piccolo meridionale settentrionalizzato, brutto, minuto, col naso accentuato,
tra aquilino e camuso (come certi arabi), la bocca carnosa e un po'
schifosamente rossa, gli occhi troppo vivi dentro due enormi borse rugose, la
fonte stempiata, i capelli artisticamente lunghi sul colletto non tanto pulito.
Qualcosa di eternamente adolescenziale corregge, del resto, in me tutto questo,
e mi rende quasi gradevole: ho un riso squillante, un po' matto ma ingenuo, e
mi cattiva molto il benvolere degli altri, specie delle donne, con cui sono
terribilmente sfortunato ma anche abbastanza fortunato, quell'aria supplice che
io nascondo così bene nel mio mite ridere, aria supplice che tende a farmi
perdonare il mio segreto. Non solo, ma gioca a mio favore anche l'essere
appartenuto al mondo della povertà e addirittura della fame.
Bene, ma questa non è che una parte di me. In conclusione
anche di me io ho operato una scissione, un dualismo. Lo stesso che avevo
operato nel Dio di Saulo. Anche Saulo è stato due. E ognuna delle sue due parti
aveva finito col divenire simbolica. E dare con ciò ordine al mondo (e
leggibilità al mio eventuale romanzo).
No. Questo proprio non lo volevo.
Non volevo questo comodo dualismo chisciottesco e borghese.
Non volevo la contraddizione comodamente superata da una sintesi, e il pacifico
procedere, sia pure 'a schidionata' lungo il processo unilineare della storia.
No, no, ripeto, lo storico non può coincidere mai col vissuto, a meno che
non vogliamo mentire a noi stessi.
Mi presi e mi smembrai. Quello che avevo fatto col Dio di
Saulo lo feci con Saulo. Dopo essermi ricostruito, mi smembrai. Dovevo essere
tutti, non due. Non due 'me stessi' opposti tra loro come la luce e l'ombra,
l'incompiuto e il compiuto, l'ignorare e il sapere, l'illimitato e il limitato,
il dentro e il fuori, e chi più ne ha più ne metta, difendendo sempre poi la
stessa cosa.
Dalle mie membra sparse, nacque un'altra folla. Come non vi
ho descritto la folla nata dalle membra sparse del Dio di Saulo, così non vi
descriverò la folla nata dalle membra sparse di Saulo. Sarebbe inutile. Non
farei che un elenco. Affacciatevi alla finestra, e vedrete la folla nata dalla
polverizzazione del Padre, il Dio di Saulo: la folla che cammina per strada, o vi
sosta, come un inestricabile nodo gordiano, grandi, piccoli, vecchi, giovani,
un benzinaro, venti automobilisti, quindici giovanotti a un bar, un piccolo
supermarket con donne e bambini, due poliziotti in motocicletta: la luce è
tenebrosa, è sera, la trasparenza dell'aria è allucinatoria, si accendono le
prime luci, dei ragazzini irrompono di corsa, portando allegria, è l'ora di
cena ...
Se invece volete vedere la folla nata dalla polverizzazione
del personaggio del figlio, cioè di Saulo, guardatevi intorno qua dentro.
S'intende che è un'idea approssimativa che ne potete avere. Le cose sono molto
più ordinate (progettate) e confuse (superiorità del progetto su se stesso) di
così.
Il mio romanzo non 'a schidionata' ma 'a brulichio' era
pronto. Cominciai le prime operazioni, cioè a comporre i personaggi. Le due
folle opposte costituivano, è vero, un dualismo. Ma era un dualismo reale, non
simbolico. Esso era pieno del mistero delle origini. Non potrei dire per
esempio che la folla dei personaggi nata dalla frantumazione del Dio di Saulo,
fosse l"oggettività', voi lo capite. Né, al contrario, che la folla dei
personaggi nati dalla frantumazione del personaggio di Saulo, fosse la
'soggettività'. Oggettività e soggettività erano elementi costituenti di
ambedue le folle dei personaggi. Almeno per quel che riguarda la vita singola o
interiore. Ma anche socialmente era la stessa cosa. Potrei dire che la
polverizzazione del personaggio del Dio di Saulo costituisce una folla povera o
proletaria? No: perché il Dio di Saulo era per eccellenza il Padrone. Potrei
dire allora che la polverizzazione del personaggio di Saulo costituisce una
folla borghese? No: perché Saulo era per definizione l'Inferiore. Inoltre sia
il Dio di Saulo in quanto Padrone, sia Saulo in quanto Sottoposto, erano
poveri. Nell'esperienza classista reale, insomma, permane lo stesso pasticcio
che nell'esperienza interiore. Le mie due folle sono le due folle della realtà:
esse sono contemporaneamente due e una.
Da ciò prende senso la mia ulteriore manipolazione. Appunto,
come stavo dicendovi, la costruzione a mosaico dei miei personaggi, che
venivano selezionati dal brulichio solo per esservi di nuovo immessi. Per
esempio, ecco là, nella polverizzazione delle figure paterne, un giovane dai
capelli chiari e dall'occhio, smarrito e un po' esaltato, nero: egli è
all'apparenza un sottoproletario che fa un saltuario lavoro di lucidatore di mobili.
Ed ecco qua, nella polverizzazione delle figure figliali, un giovane
allampanato e un po' gobbo, coi capelli scuri e l'occhio, mitemente ridente,
azzurro: egli è all'apparenza uno studente in cui la passione politica è
intralciata da un oscuro nodo di paure e angosce interiori che egli nasconde
con quel suo riso adolescente. Ebbene, io mescolo i due personaggi: trasformo i
capelli chiari in capelli scuri, gli occhi neri in occhi azzurri, presto la
passione politica al sottoproletario (facendone dunque una figura assolutamente
eccezionale e sorprendente nel senso poetico della parola), e lascio allo
studente (diventato basso di statura e in carne) il suo nodo di paure e angosce
non compensate da nulla, non opposte a nulla (ecco un altro personaggio poetico).
Dunque, il mio romanzo stava per prendere forma ... Forma:
questa è, ahimè, la parola. Tale forma aveva le sue leggi interne, che la
istituivano e la conservavanoa. E tutto ciò ricreava un nuovo
ordine. Se lo storico non coincideva col vissuto, se non per ipocrisia, ecco
che il vissuto, prepotentemente, voleva istituirsi come storico.
Era, per me, lo scacco, la fine dell'illusione della
libertà.
a atte prima a istituirla, poi a conservarla
Vi confesso che mi sarei adattato e rassegnato: e che avrei
continuato a scrivere il mio romanzo, il più possibile liberamente, secondo la
filosofia del 'meno peggio', se contemporaneamente non avessi preso coscienza,
come si dice, di un altro fatto.
Anzi, di due fatti.
Il primo è questo. Nel progettare e nel cominciare a
scrivere il mio romanzo, io in effetti ho attuato qualcos'altro che progettare
e scrivere il mio romanzo: io ho cioè organizzato in me il senso o la funzione
della realtà; e una volta che ho organizzato il senso e la funzione della
realtà, io ho cercato di impadronirmi della realtà. Impadronirmene magari sul
mite e intellettuale piano conoscitivo o espressivo: ma ciò nondimeno, in
sostanza, brutalmente e violentemente, come accade per ogni possesso, per ogni
conquista.
Il secondo fatto è il seguente. Nello stesso tempo in cui
progettavo e scrivevo il mio romanzo, cioè ricercavo il senso della realtà e ne
prendevo possesso, proprio nell'atto creativo che tutto questo implicava, io
desideravo anche di liberarmi di me stesso, cioè di morire. Morire nella mia
creazione: morire come in effetti si muore, di parto: morire, come in effetti
si muore, eiaculando nel ventre materno.
In realtà questo desiderio misterioso, che, senza che io me
ne accorgessi, aveva accompagnato tutto l’intenso, complesso, infinito lavorio che
vi ho descritto, piano piano venne alla luce, vittorioso, E mi si disegnò
chiaro e netto nella coscienza. Di colpo, tutti i desideri concorrenti, furono
eliminati.
Lasciai il manoscritto del mio romanzo sul tavolo (era già
un enorme cumulo di appunti e di frammenti), e partii per la Calabria.
Ne ricordavo, come in un sogno, il mare, che avevo visto da
bambino, un Natale che i miei genitori mi ci avevano portato: non so come
avessero potuto raggranellare i soldi per quell'unico ritorno al loro paese.
Il paese era in realtà una frazioncina, fatta tutta di case
piccole come dadi, un po' goffe a causa della calce data a vivo, come nei
paesi arabi; con solo una piazzetta vagamente borbonica, da presepio. Era a
mezza costa tra monti selvatici e inameni. Ai piedi di questi monti scorreva la
ferrovia, e, dietro la ferrovia, oltre una piccola spiaggia sassosa, bianca,
con dei piccoli scogli aguzzi, si stendeva il mare.
Quando vi arrivai davanti, scendendo dal paese, era proprio
come l'avevo visto da piccolo. Una specie di barriera azzurra che pareva
sospesa sull'azzurro un po' più chiaro del cielo. C'era caldo e silenzio. Non
si sentivano neanche gli uccelli cantare.
Mi denudai, e entrai nell'acqua, camminando faticosamente
tra i sassi e gli scoglietti aguzzi: volevo arrivare là dove non si toccava, e
così morire.
La mia decisione era calma e assoluta, forse perché presa,
in qualche modo al di fuori di me. Il morire annegato in quel mare non mi dava
in realtà né piacere né terrore: era semplicemente la sola soluzione che mi
restava, un dovere da compiere senza alcuna possibilità di pentimento.
Mi spinsi dunque fino al punto in cui non toccavo più coi
piedi, e, poiché non so nuotare, mi bastava, a quel punto, fare un piccolo
salto in avanti e lasciarmi andare. Così feci, e così mi trovai immerso
completamente dentro l'acqua.
Che visione di suprema bellezza si parò davanti ai miei
occhi! La luce, lì sotto era diffusa e nel tempo stesso piena come di lampi e
vortici, dolcissimi, e di ombre trasparenti, che disegnavano intorno un
immenso paesaggio paradisiaco. Dunque non ero, come credevo, a poche decine di
metri dalla costa, ma proprio negli abissi marini: il fondo, che le luci e le
ombre accennavano fluttuando, era quello inesplorato dell'oceano. Tutto
intorno a me era tiepido, oltre che morbidamente luminoso: e la respirazione
era meravigliosamente facile e leggera. In quell'immensità io salivo e
discendevo, facevo lenti giri su me stesso, beatamente: non potrei dire che
stavo nuotando, il mio lento guizzare là dentro assomigliava piuttosto a un
volo senza ali ... Ecco, la mia storia è tutta qui. Essa - è decisamente il
caso di dirlo -"desinit in piscem": ma per essere allucinatoria, non
dovete credere che essa sia meno reale.»
Tratto da Petrolio di Pier Paolo Pasolini
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