Thursday, 24 October 2019

Appunto 99


L'Epochè: Storia di mille
e un personaggio 

«Premessa assolutamente necessaria al mio racconto» comin­ciò con tipica aria sorniona il secondo narratore, quasi deside­rasse addormentarsi «è questa: tutto ciò che io vi riferirò, non è apparso nel teatro del mondo ma nel teatro della mia testa, non si è svolto nello spazio della realtà ma nello spazio della mia immaginazione, non si è, infine, concluso secondo le rego­le contraddittorie del gioco dell'esistenza, ma si è concluso se­condo le regole contraddittorie del gioco della mia ragione.

Il personaggio primo, e, diciamo capostipite, era uno. Lo chiamerò (per motivi miei personali) 'Dio di Saulo'. La sua unicità era invisibile, semplicemente perché l'occhio non riusciva ad abbracciarla tutta. La sua identità, di conseguenza, era misteriosa. Non c'è dubbio che egli era buono, protettore, eternamente presente, infinitamente affettuoso, regolarmente generoso di cibo, di calore e di sonno.

Io venivo dalla morte. Ed ero appena entrato piangendo in un meraviglioso Giardino. Piano piano, per merito di questo Dio di Saulo, smisi di piangere, e cominciai a conoscere le gioie del meraviglioso Giardino in cui ero entrato. Già comun­que mi ero adattato alla mia nuova condizione, contando di ri­manerci per sempre. Invece fu proprio lui, il Dio di Saulo, a cacciarmi anche da lì.

Fu a quel momento che io diventai un narratore: il narratore, cioè, che vi fa questo racconto. Non appena infatti smisi di piangere e disperarmi per questa seconda cacciata, e comin­ciai a guardarmi intorno per la prima volta, lo vidi. Era un povero mostro (come potei poi ricostruire quando fui in grado di farlo): un povero mostro disgraziato, meschino, tutto preso dal dovere di sopravvivere, mangiare e procurare agli altri da mangiare, lavorare, sudare, aspettare una mercede, ringraziare, ricominciare a lavorare fino a tardi, riposarsi in un sonno sempre troppo scarso, rialzarsi, riprendere tutto daccapo. Fu osservando questa sua vita che mi venne voglia di scrivere un Romanzo.

Ma un personaggio solo, quell'unico che conoscevo, non ba­stava a fare una storia: occorreva almeno un antagonista. Feci perciò quello che usano fare in genere i romanzieri: cioè da un personaggio reale, che conoscevo, ne feci due.

Non saprei descrivervi il personaggio primo, il Dio di Saulo, che, ripeto, mi era apparso prima come potente e buono (qual­cosa che stava tra il toro e la nutrice), poi mi era apparso come nemico e punitore, cacciandomi gratuitamente, per una colpa che non conoscevo, dal Luogo quasi sospeso e aereo dove mi trovavo così bene; e, infine, mi era apparso come un povero diavolo, nel tempo stesso potente e impotente, autoritario e benefattore. Insomma, quel personaggio non saprei descriverlo.

So invece descrivere abbastanza bene i due personaggi in cui la mia fantasia di romanziere l'ha scisso.

Il primo è un uomo sui quarantacinque cinquant'anni, piccolo, dall'organismo macilento, ma pieno di un'energia, più che giovanile, infantile, da 'scugnizzo' (la mia famiglia è di origine meridionale povera). I suoi occhi sono vivi e sempre come un po' esaltati; i capelli molto brizzolati quasi bianchi, che però gli cascano in una banda sull'orecchio e sugli occhi giova­nilmente. Il naso e la bocca pronunciati (la bocca sempre se­miaperta in quell'espressione tra stupita, servile e esaltata degli occhi). È nell'insieme una figura buffa, come morso da una tarantola, per cui è sempre un po' in agitazione. Il suo sorriso è forte e allegro, sempre da scugnizzo, o meglio da xxx (perché per la precisione la mia famiglia è calabrese); e, quando è serio, lo è inaspettatamente, perché da lui ci si attende sempre una servizievole allegria, quasi da maschera comica. Tuttavia, nascostamente, come tutti i meridionali, malgrado quella fac­cia così sfacciatamente da manovale o imbianchino, ci tiene alla sua dignità ed è forse anche un po' permaloso, oltre che facile al pianto.

L'altro personaggio è una donna. Anch'essa piccola di statura, corta di gamba. Ma, contrariamente all'uomo, è in carne, benché abbia un anno o due più di lui: una ciccia che prorompe dalla veste di seta cruda popolana con cui si fascia il corpo nei giorni di cerimonia. Non è grassa, però ha appunto quella pinguedine giovanile che tuttavia non l'appesantisce. Anche nel suo viso è sempre stampato una specie di sorriso comico che affiora irresistibile agli occhi troppo espressivi (d'un colore bruno-rossiccio, come quelli dell'uomo). I capelli sono bian­chi, il naso, la bocca, gli zigomi, anch'essi pronunciati, tipicamente meridionali. Anch'essa è un poco una maschera da cui ci si aspetta sempre che faccia ridere o sorridere ... Per esempio, per una specie di rozzezza atavica, o di afasia, essa non riesce a pronunciare se non in modo buffissimo, molti nomi inconsueti: non solo, ma pur abitando tanti anni lontano dalla Calabria, non ha imparato che pochissime parole italiane: e le poche che sa pronunciare bene, le pronuncia con aria compita e cerimoniosa: cosa che fa ridere come quando storpia comicamente, mettiamo, la parola >''Claudio Villa''<. Tuttavia anch'essa, come l'uomo, dietro tutto questo nasconde un forte senso di dignità; è ostinata nelle sue idee, e sa fare bene i suoi calcoli.

Ebbene, quando mi trovai con questi due personaggi inventati, e così oggettivamente distinti l'uno dall'altro, capii che es­si erano in realtà un unico personaggio, e che, se erano anta­gonisti, il loro antagonismo era in realtà una lotta interiore.

Appunto perché erano un personaggio unico, come Don Chisciotte e Sancio Pancia, tendevano irresistibilmente alla lo­ro unicità originaria.

Essi, per resistere disuniti, dovevano rappresentare due sim­boli opposti di una realtà sia pur unica. Tuttavia, anche così, la loro opposizione non poteva che essere all'infinito iterativa: ri­petersi in una serie di episodi tutti sostanzialmente uguali.

L'aver diviso in due un personaggio unico, caduto sotto la sfera della mia esperienza e del mio interesse, mi aveva garan­tito il dramma: ma un dramma simbolico, cioè troppo domi­nato dalla ragione. Ordine.

Chissà perché, non era questo che volevo.

Allora rimpastai di nuovo i due personaggi in uno solo: non riottenendo però che vagamente l'ormai mitico personaggio primo, il Dio di Saulo. Egli era stato ormai irrimediabilmente manomesso, e, una volta ricostruito, non poteva che portare i segni della manomissione storica che aveva subito.

D'altra parte, come dice Melville: "I padri non hanno l'abitu­dine di rivelarsi completamente ai loro figli ... ". Soprattutto, e a maggior ragione, aggiungerei i 'padri primi'.

Una volta ricostruita la figura del Dio di Saulo, la presi e la smembrai. Come in certi miti - e poi riti - cosiddetti selvaggi, ne sparsi qua e là le membra strappate dal corpo, sotterrandole come semi nella terra. Ben presto quei semi spuntarono: e io fui attorniato da una vera e propria folla di personaggi, che avevano tutti 'qualcosa' di quel personaggio primo: 'qualcosa' dunque, di parziale, ma che essi avevano tuttavia sviluppato in una loro completezza. Voglio dire che anche se erano comuni, meschini, ristretti, rattrappiti, monchi (com'è la maggior parte degli uomini) in quanto parziali tuttavia contenevano anch'essi in sé una potenziale totalità, appunto, che è ugualmente misteriosa e infinita che quella del 'Dio'.

Ora tutta quella folla di personaggi che era a disposizione della mia fantasia di romanziere non potevano più dirsi 'simboli'. Essi erano casuali parti di un tutto, divenuti misteriosamente totalità, ossia uomini. Facevano caoticamente parte della realtà, potevano essere dominati da una mente ordinatrice solo a patto di essere astratta e generalizzante. Essi erano insomma il Disordine.

Erano lì intorno a me a dimostrarmi con estrema e incontrovertibile vivezza che il tempo storico non coincide in pratica mai col tempo vissuto.

A questo punto però mi si presentò un'altra improrogabile necessità. Che cosa opporre a quel vivente disordine? Se quella folla - misteriosa e piena della dignità umana, è vero, ma tuttavia instabile, vuota, matta - era la protagonista, qual era l'antagonista?

Era semplice. L’antagonista ero io.

Ma nel momento in cui pensai a me, come unico possibile antagonista, cioè come un concetto, mi accorsi, che in concreto, io non sapevo chi ero. Non potevo abbracciare la mia unicità, che mi riusciva dunque praticamente invisibile (come già, ricordate?, quella del Dio di Saulo); e di conseguenza la mia identità mi riusciva perfettamente misteriosa.

Ma la mia mente di narratore era terribilmente fertile. Cosa feci? Da quel tutto che io ero incombendo, per così dire, den­tro me stesso, ne ritagliai una parte. Non so bene che criteri seguissi nel ritagliarla. Certamente, almeno in apparenza e in superficie, erano criteri di comodo: quelli che mi davano piacere. Nel momento stesso in cui questa operazione non mi fosse parsa divertente, non avrei potuto andare avanti. Alla fine, la figura di me stesso, come antagonista, saltò fuori, più o meno elaborata e rifinita. Ed eccomi qua. Mi vedete. Un piccolo meridionale settentrionalizzato, brutto, minuto, col naso accentuato, tra aquilino e camuso (come certi arabi), la bocca carnosa e un po' schifosamente rossa, gli occhi troppo vivi dentro due enormi borse rugose, la fonte stempiata, i capelli artisticamente lunghi sul colletto non tanto pulito. Qualcosa di eternamente adolescenziale corregge, del resto, in me tutto questo, e mi rende quasi gradevole: ho un riso squillante, un po' matto ma ingenuo, e mi cattiva molto il benvolere degli altri, specie delle donne, con cui sono terribilmente sfortunato ma anche abbastanza fortunato, quell'aria supplice che io nascondo così bene nel mio mite ridere, aria supplice che tende a farmi perdonare il mio segreto. Non solo, ma gioca a mio favore anche l'essere appartenuto al mondo della povertà e addirittura della fame.

Bene, ma questa non è che una parte di me. In conclusione anche di me io ho operato una scissione, un dualismo. Lo stesso che avevo operato nel Dio di Saulo. Anche Saulo è stato due. E ognuna delle sue due parti aveva finito col divenire simbolica. E dare con ciò ordine al mondo (e leggibilità al mio eventuale romanzo).

No. Questo proprio non lo volevo.

Non volevo questo comodo dualismo chisciottesco e borghese. Non volevo la contraddizione comodamente superata da una sintesi, e il pacifico procedere, sia pure 'a schidionata' lungo il processo unilineare della storia. No, no, ripeto, lo storico non può coincidere mai col vissuto, a meno che non vogliamo mentire a noi stessi.

Mi presi e mi smembrai. Quello che avevo fatto col Dio di Saulo lo feci con Saulo. Dopo essermi ricostruito, mi smembrai. Dovevo essere tutti, non due. Non due 'me stessi' opposti tra loro come la luce e l'ombra, l'incompiuto e il compiuto, l'ignorare e il sapere, l'illimitato e il limitato, il dentro e il fuori, e chi più ne ha più ne metta, difendendo sempre poi la stessa cosa.

Dalle mie membra sparse, nacque un'altra folla. Come non vi ho descritto la folla nata dalle membra sparse del Dio di Saulo, così non vi descriverò la folla nata dalle membra sparse di Saulo. Sarebbe inutile. Non farei che un elenco. Affacciatevi alla finestra, e vedrete la folla nata dalla polverizzazione del Padre, il Dio di Saulo: la folla che cammina per strada, o vi sosta, come un inestricabile nodo gordiano, grandi, piccoli, vecchi, giovani, un benzinaro, venti automobilisti, quindici giovanotti a un bar, un piccolo supermarket con donne e bambini, due poliziotti in motocicletta: la luce è tenebrosa, è sera, la trasparenza dell'aria è allucinatoria, si accendono le prime luci, dei ragazzini irrompono di corsa, portando allegria, è l'ora di cena ...

Se invece volete vedere la folla nata dalla polverizzazione del personaggio del figlio, cioè di Saulo, guardatevi intorno qua dentro. S'intende che è un'idea approssimativa che ne potete avere. Le cose sono molto più ordinate (progettate) e confuse (superiorità del progetto su se stesso) di così.

Il mio romanzo non 'a schidionata' ma 'a brulichio' era pronto. Cominciai le prime operazioni, cioè a comporre i personaggi. Le due folle opposte costituivano, è vero, un dualismo. Ma era un dualismo reale, non simbolico. Esso era pieno del mistero delle origini. Non potrei dire per esempio che la folla dei personaggi nata dalla frantumazione del Dio di Saulo, fosse l"oggettività', voi lo capite. Né, al contrario, che la folla dei personaggi nati dalla frantumazione del personaggio di Saulo, fosse la 'soggettività'. Oggettività e soggettività erano elementi costituenti di ambedue le folle dei personaggi. Almeno per quel che riguarda la vita singola o interiore. Ma anche socialmente era la stessa cosa. Potrei dire che la polverizzazione del personaggio del Dio di Saulo costituisce una folla povera o proletaria? No: perché il Dio di Saulo era per eccellenza il Padrone. Potrei dire allora che la polverizzazione del personaggio di Saulo costituisce una folla borghese? No: perché Saulo era per definizione l'Inferiore. Inoltre sia il Dio di Saulo in quanto Padrone, sia Saulo in quanto Sottoposto, erano poveri. Nell'esperienza classista reale, insomma, permane lo stes­so pasticcio che nell'esperienza interiore. Le mie due folle sono le due folle della realtà: esse sono contemporaneamente due e una.

Da ciò prende senso la mia ulteriore manipolazione. Appunto, come stavo dicendovi, la costruzione a mosaico dei miei personaggi, che venivano selezionati dal brulichio solo per es­servi di nuovo immessi. Per esempio, ecco là, nella polverizzazione delle figure paterne, un giovane dai capelli chiari e dall'occhio, smarrito e un po' esaltato, nero: egli è all'apparenza un sottoproletario che fa un saltuario lavoro di lucidatore di mobili. Ed ecco qua, nella polverizzazione delle figure figliali, un giovane allampanato e un po' gobbo, coi capelli scuri e l'occhio, mitemente ridente, azzurro: egli è all'apparenza uno studente in cui la passione politica è intralciata da un oscuro no­do di paure e angosce interiori che egli nasconde con quel suo riso adolescente. Ebbene, io mescolo i due personaggi: trasformo i capelli chiari in capelli scuri, gli occhi neri in occhi azzurri, presto la passione politica al sottoproletario (facendone dunque una figura assolutamente eccezionale e sorprendente nel senso poetico della parola), e lascio allo studente (diventato basso di statura e in carne) il suo nodo di paure e angosce non compensate da nulla, non opposte a nulla (ecco un altro personaggio poetico).
Dunque, il mio romanzo stava per prendere forma ... Forma: questa è, ahimè, la parola. Tale forma aveva le sue leggi interne, che la istituivano e la conservavanoa. E tutto ciò ricreava un nuovo ordine. Se lo storico non coincideva col vissuto, se non per ipocrisia, ecco che il vissuto, prepotentemente, voleva istituirsi come storico.

Era, per me, lo scacco, la fine dell'illusione della libertà.

a atte prima a istituirla, poi a conservarla

Vi confesso che mi sarei adattato e rassegnato: e che avrei continuato a scrivere il mio romanzo, il più possibile libera­mente, secondo la filosofia del 'meno peggio', se contempora­neamente non avessi preso coscienza, come si dice, di un altro fatto.

Anzi, di due fatti.

Il primo è questo. Nel progettare e nel cominciare a scrivere il mio romanzo, io in effetti ho attuato qualcos'altro che progettare e scrivere il mio romanzo: io ho cioè organizzato in me il senso o la funzione della realtà; e una volta che ho organizzato il senso e la funzione della realtà, io ho cercato di impa­dronirmi della realtà. Impadronirmene magari sul mite e intel­lettuale piano conoscitivo o espressivo: ma ciò nondimeno, in sostanza, brutalmente e violentemente, come accade per ogni possesso, per ogni conquista.

Il secondo fatto è il seguente. Nello stesso tempo in cui progettavo e scrivevo il mio romanzo, cioè ricercavo il senso della realtà e ne prendevo possesso, proprio nell'atto creativo che tutto questo implicava, io desideravo anche di liberarmi di me stesso, cioè di morire. Morire nella mia creazione: morire come in effetti si muore, di parto: morire, come in effetti si muore, eiaculando nel ventre materno.

In realtà questo desiderio misterioso, che, senza che io me ne accorgessi, aveva accompagnato tutto l’intenso, complesso, infinito lavorio che vi ho descritto, piano piano venne alla luce, vittorioso, E mi si disegnò chiaro e netto nella coscienza. Di colpo, tutti i desideri concorrenti, furono eliminati.

Lasciai il manoscritto del mio romanzo sul tavolo (era già un enorme cumulo di appunti e di frammenti), e partii per la Calabria.

Ne ricordavo, come in un sogno, il mare, che avevo visto da bambino, un Natale che i miei genitori mi ci avevano portato: non so come avessero potuto raggranellare i soldi per quell'unico ritorno al loro paese.

Il paese era in realtà una frazioncina, fatta tutta di case pic­cole come dadi, un po' goffe a causa della calce data a vivo, co­me nei paesi arabi; con solo una piazzetta vagamente borboni­ca, da presepio. Era a mezza costa tra monti selvatici e inameni. Ai piedi di questi monti scorreva la ferrovia, e, dietro la ferrovia, oltre una piccola spiaggia sassosa, bianca, con dei piccoli scogli aguzzi, si stendeva il mare.

Quando vi arrivai davanti, scendendo dal paese, era proprio come l'avevo visto da piccolo. Una specie di barriera azzurra che pareva sospesa sull'azzurro un po' più chiaro del cielo. C'e­ra caldo e silenzio. Non si sentivano neanche gli uccelli cantare.

Mi denudai, e entrai nell'acqua, camminando faticosamente tra i sassi e gli scoglietti aguzzi: volevo arrivare là dove non si toccava, e così morire.

La mia decisione era calma e assoluta, forse perché presa, in qualche modo al di fuori di me. Il morire annegato in quel mare non mi dava in realtà né piacere né terrore: era semplice­mente la sola soluzione che mi restava, un dovere da compiere senza alcuna possibilità di pentimento.

Mi spinsi dunque fino al punto in cui non toccavo più coi piedi, e, poiché non so nuotare, mi bastava, a quel punto, fare un piccolo salto in avanti e lasciarmi andare. Così feci, e così mi trovai immerso completamente dentro l'acqua.

Che visione di suprema bellezza si parò davanti ai miei oc­chi! La luce, lì sotto era diffusa e nel tempo stesso piena come di lampi e vortici, dolcissimi, e di ombre trasparenti, che dise­gnavano intorno un immenso paesaggio paradisiaco. Dunque non ero, come credevo, a poche decine di metri dalla costa, ma proprio negli abissi marini: il fondo, che le luci e le ombre ac­cennavano fluttuando, era quello inesplorato dell'oceano. Tutto intorno a me era tiepido, oltre che morbidamente luminoso: e la respirazione era meravigliosamente facile e leggera. In quell'immensità io salivo e discendevo, facevo lenti giri su me stesso, beatamente: non potrei dire che stavo nuotando, il mio lento guizzare là dentro assomigliava piuttosto a un volo senza ali ... Ecco, la mia storia è tutta qui. Essa - è decisamente il ca­so di dirlo -"desinit in piscem": ma per essere allucinatoria, non dovete credere che essa sia meno reale.»


Tratto da Petrolio di Pier Paolo Pasolini

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