Posts sul gruppo di Pier Paolo Pasolini
I RACCONTI DELL’EPOCHE’ DI PETROLIO DI PIER PAOLO
PASOLINI
Sto per scrivere una delle cose più folli che possa
immaginare. Riguarda l’appunto 101 di
Petrolio: La storia di un padre e le sue due figlie. Per farlo partirò dalla prima storia dell'Epochè.
Tutto lo scritto prende ispirazione da un'opera
pittorica del Tiziano, la quale ha le tematiche specifiche dello scudo di
Achille, ossia un manufatto simbolico che Omero descrive con lo strumento della
letteratura.
Gli spunti iniziali sono due: il primo riguarda la
data della morte di Pasolini, 2 novembre 1975, il secondo è il fatto che il 2
novembre 1975 fu il giorno della festa indiana del Diwali, la festa che
Pasolini descrive nell'Epochè, nel racconto "storico" (non più epico)
che scrive dopo aver concluso la narrazione dei 7 racconti dell'Epochè: il
racconto ambientato in Nepal: "Storia delle stragi". Qualcuno
potrebbe allora giustamente notare che il fatto riguardante la coincidenza tra
il 2 novembre e il Diwali del '75 possa essere solo casuale e quindi la storia
che descrive un omicidio avvenuto in Nepal lo sia altrettanto. Ma ammettendo
che siano casuali dovremmo ammettere che sia casuale pure il fatto che solo nel
1975 il Diwali sia caduto proprio il 2 novembre. Quest’anno, per esempio, il
Diwali cade il 27 ottobre. E sia casuale che, nell'Epochè, Pasolini parli con
insistenza di notti senza luna, cioè di notti come quella del Diwali, ossia
come quella del suo omicidio, ossia come quella dell'omicidio del giornalista
in Nepal. Se invece non fosse casuale allora dovremmo chiederci perché Pasolini
dopo aver concluso l'Epochè, cioè una serie di 7 racconti di letteratura,
espone "la storia delle stragi" ossia un fatto storico (a suo dire)
realmente accaduto. Un fatto di cronaca.
Cerchiamo di ritornare pian piano alla "Storia di
un padre e delle sue due figlie" appunto 101, tenendo in mente la frase
del giornalista dell'appunto intitolato “Storia delle stragi”: "Le
fasi sono due, due sono le fasi".
La scrittura di Pasolini procede per disseminazione di
indizi che una volta colti consentono al lettore di comprendere il significato
dell'opera. Queste disseminazioni sono soltanto tenui accenni, somiglianze,
parziali analogie, raffigurazioni mentali, simboli, numeri.
Per questo motivo credo che il modo migliore di
procedere nella scrittura sia quello capace di rievocare l'intuizione del
lettore e farla procedere in modo naturale verso la comprensione, che però,
inizialmente, è soltanto la comprensione di quel singolo lettore. Il lettore
ovviamente sarei io.
Compresi la profondità di Petrolio, restandone
alquanto sconvolto, quando lessi l’appunto 41. Compresi infatti che questa
lettura sarebbe durata tutta la vita, e probabilmente mi avrebbe condotto a
decifrare solo una parte di questo immenso monumento letterario.
Ci sono molte belle storie in Petrolio, ma il mio
interesse all’epoca era focalizzato sull’Epochè, perché avevo compreso che
questa serie di scritti erano l’apice del romanzo, e che rappresentavano, nel
progetto dell’autore, il mistero all'interno del romanzo stesso.
E quindi attirato da questo mistero e avendo compreso
che la parola “ciceone” contenuta nell’Epochè per ben due volte (precisamente
all’inizio e alla fine delle 7 storie), proprio al mistero classico annuivano.
Cioè al mistero di Eleusi, ma non solo. Pasolini rievocava le religioni
misteriche come quelle eleusine o come quelle legate a Mitra.
Su Eleusi comprendevo che non c’è alcuna storiografica
in grado di descrivere le fasi del mistero, è tuttora mistero. Invece su Mitra
abbiamo molto di più, sappiamo ad esempio quanti erano gli stadi dell’iniziazione,
7 per l’appunto, e abbiamo anche la descrizione di queste fasi o stadi. E non
mi sfuggiva nemmeno che ovviamente, come tutti possono comprendere leggendo
l'Epochè, ci fossero citazioni riguardanti la teologia cristiana: San Paolo, Sant'Agostino...
APPUNTO 98
Ma Mitra mi venne in mente in relazione al numero 7 e
dunque alle 7 storie contenute nell’Epochè, eccetto la Storia delle stragi che
non è un racconto letterario ma un fatto di cronaca, o almeno Pasolini così
dice.
Inoltre fui attratto da questa ipotesi perché la prima
storia è la storia di uno che muore, o che, essendo stato coinvolto in una
sciagura aerea deve essere per forza morto, anche se l’autore dice che è
l’unico superstite. O, se vogliamo essere più precisi, quell'uomo viene iniziato
alla morte. Insomma le sette storie procedono dalla morte per arrivare alla
vita, dal buio per arrivare alla luce, o, meglio, alla festa delle luci, come in
un’iniziazione mitriaca del resto.
E allora cominciai a notare che il corvo, corax, è
l’animale che rappresenta il primo stato di iniziazione mitriaca. E così una
sottilissima e insignificante correlazione tra il volo d’aereo e il volo
d’uccello, tra il colore nero del corvo e il colore nero dell’aereo bruciato
descritto in Petrolio, dove solo la coda è intatta.
E, nella coda, che potrebbe essere la coda di un
animale o meglio di un uccello, si trova il signor Fago, descritto da Pasolini
come "uomo che mangia". E cosa avrebbe mangiato se fosse stato un
uccello come il corvo? Avrebbe mangiato i morti ovviamente.
E, infatti, il contagio con la morte non può essere
descritto in modo più convincente che alludendo all’atto di mangiare i morti.
L’atto che rende magico e significante il corvo nel primo mistero mitriaco che
a ritroso ripercorre la vita partendo dalla morte.
Il corvo Pasolini che finisce in pasto a Totò e
Ninetto, adesso rappresenta l'animale che attraverso la morte procede verso la
luce
Il titolo dell'appunto della prima storia dell'Epochè,
dove si parla del signor Fago, l'uomo che mangia, è "La storia di un uomo
e del suo corpo". Adesso, l'altra assonanza è costituita dalla parola
corpo, che è il corpo di uno che non muore ma che dovrebbe essere morto.
E la parola corpo è associata a corvo: CORVO e CORPO.
Insomma si potrebbe arrivare ad un'altra associazione cambiando il titolo
dell'appunto: "La storia di un uomo (Fago) che si nutre del suo
corpo". Cioè la storia di Pasolini, uno scrittore che si nutre del suo
corpo.
C’è una cosa abbastanza inaspettata: Pasolini fa una
correlazione fra i deserti del Sahara e il deserto meridionale del Sudan
direttamente con l'Amazzonia. Solo da pochissimo con l'ausilio dei satelliti
abbiamo compreso che la fertilità dell'Amazzonia è dovuta allo spostamento
della sabbia di quei deserti direttamente sull' Amazzonia.
Un fatto che non credo di aver capito è: perché la
coda del DC9 Alitalia è dipinta in giallo e blu?
Dovrebbe essere chiaro che Pasolini non scrive la
parola "corvo" ma usa la parola "corpo" e "grillo
parlante" per alludevi. Non usa i colori della bandiera italiana per lo
stesso motivo, cioè ne sottolinea l'importanza trasformandoli da Rosso e Verde
a Giallo e Blu. Dovrebbe essere altrettanto chiaro il fatto che il corpo di
Pasolini, ossia la materia di cui lui, il corvo, si nutre, non è semplicemente
il corpo dell'autore ma ciò in cui Pasolini identifica il suo corpo. E quindi
dovrebbe essere chiaro che, parlando del deserto meridionale del Sudan,
Pasolini parli di una parte del globo terrestre, cioè di una parte del suo
corpo che è parte di un intero e immenso corpo cosmico: Pasolini nutrendosi di
sé stesso si nutre del Cosmo.
A questo punto bisogna finire la lettura perché è la
seconda parte di questo racconto ad essere la più interessante e la più ostica.
Cominciamo dalla prima frase della storia di Fago, nella quale Pasolini
preannuncia il contenuto della seconda parte del racconto:
«La mia non è una storia ma una parabola» cominciò il
simpatico grillo parlante «e siccome il senso di questa parabola è appunto il
rapporto di un autore con la forma che egli crea, mi sembra perfettamente
inutile fare qualsiasi preambolo su ciò che sto per raccontare.
Il problema di Pasolini in Petrolio è la FORMA, e su
questa FORMA che Pasolini ci costringerà a riflettere nella seconda parte del
racconto. Ovviamente per forma Pasolini intende la forma di tutte le forme,
ossia la realtà. Ossia il Cosmo, la materia di cui lui Fago si nutre.
Nei racconti dell'Epochè non ci sono morti eccetto che
nell'ultimo racconto (storia delle stragi), ma potremmo ipotizzare che anche
nel primo racconto ci sia scappato il morto o, almeno, uno che avrebbe dovuto
esserlo: il sig. Fago del DC9 dell'Alitalia, che porta un'altra bandiera.
Pasolini non ambisce a descrivere la gioia di Fago,
quella gioia determinata dalla consapevolezza di essere miracolosamente
sopravvissuto (non vorrebbe essere nei suoi panni evidentemente) e del resto, se
il Fago avesse preso un biglietto di prima classe, sarebbe morto sul colpo. Ma
su questo, come ci ammonisce Pasolini attraverso il narratore, cioè sul fatto
che Fago abbia comprato un biglietto di seconda classe invece che di prima, non
bisogna fare illazioni. Ma quel biglietto di seconda classe che ha posto il
protagonista della storia in coda all'aereo, lo avrà salvato davvero dalla
morte?
Non credo a giudicare dal testo e specialmente
dall'ultima frase del racconto: «Era il sorriso enigmatico perché troppo
profondamente umano che nasceva dal pensiero: la continuità che c'è tra me e
loro, ritornando da loro a me, si interrompe: io sono una forma la cui
conoscenza è illusione. »
Evidentemente Fago non è riuscito a sopravvivere se
non giusto il tempo per partorire quel suo pensiero finale.
Lo scetticismo che rivela la frase «io sono una
forma la cui conoscenza è illusione», ci immerge nello scetticismo di
Pasolini riguardo la sua forma di romanzo. E lo scetticismo ci riporta al
titolo di tutte queste storie in questa particolare sezione del romanzo:
L'Epochè. Cioè la sospensione del giudizio dei filosofi. Ma forse il
protagonista con quella sua frase vuole anche parlaci del suo corpo che è il
tema del racconto, un corpo che è destinato a degenerare nel cosmo e la
conoscenza del cosmo è pura illusione. Ma questa potrebbe essere un'errata
interpretazione, quella che Pasolini stesso individua come errore di Hegel.
Se questa ultima fase descrivesse la consapevolezza di
un uomo che sta per morire - un uomo che, sopravvivendo ad un incidente aereo,
ha la possibilità di comprendere sia il fatto che è ancora vivo, sia il fatto
che sta per morire - allora darebbe al protagonista della vicenda un carattere
autobiografico. Avremmo un narratore che diventa il protagonista, cioè un
narratore-protagonista a cui l'autore dà voce. Quindi l’autore darebbe voce ad
un narratore che essendo anche protagonista, per forza di cose e nel caso
specifico di questo racconto, sta parlando da morto. Cioè la voce narrante
starebbe realizzando ironicamente la più grande ambizione di uno scrittore.
Oppure la voce narrante si sta chiedendo qual è il potere di interferenza
dell’opera dopo la morte dell’autore. E quindi si chiede non quale opera
realizzare ma qual è la forma, qual è struttura che dà all’opera un carattere
di infinità.
E non si capisce se si tratti di un discorso libero
diretto o indiretto o nessuno dei due (il monologo di un manuale?). Anche le
virgolette, che fanno capolino all'inizio della narrazione, si aprono e si
chiudono una prima volta per poi aprirsi e non chiudersi più. Una sacra
confusione che tende ad usare, come si avverte all'inizio, la tecnica della parabola.
Ossia la narrazione del verosimile come comparazione esemplificativa, in cui
oltre a chi scrive c'è la figura del narrante. Ma qui il narrante, ecco la
confusione, a differenza della parabola dei vangeli, è a sua volta una
invenzione dell'autore, un personaggio che si confonde con lo stesso autore. La
confusione, dunque, consiste nel fatto che i tre soggetti (autore, narrante e
protagonista) confluiscono in una sola persona.
Se il pensiero del Fago è un pensiero di un morente
allora il suo racconto è simile all'ultimo dell'Epochè, dove il
protagonista-giornalista, prima di morire, è ancora cosciente e quindi morendo
fa delle rivelazioni, cioè dice qualcosa al lettore, proprio come Fago.
A questo punto è bene chiedersi qual è la necessità di
creare una forma che abbia carattere di infinità?
Concludendo sul primo racconto dell’Epochè, prima di
introdurre il secondo, c’è da dire le ultime cose.
All’inizio del racconto il narratore ci informa del
fatto che «il senso di questa parabola è appunto il rapporto di un autore
con la forma che egli crea», nel senso che l’autore stesso è inserito
all’interno dell’impianto formale. Ma dice anche che «la vera storia
riguarda l'assoluta indipendenza delle leggi che istituiscono una forma rispetto
alle leggi di tutte le altre forme». Cioè dice che la volontà dell’autore,
in questo caso Pasolini, è istituire una forma che sia contigua a tutte le
altre forme, ma anche indipendente da esse. Ossia una forma che manifesti la
sua infinità nella contraddizione tra continuità e autonomia rispetto a tutte
le altre. In definitiva Pasolini porta la questione ad un livello molto più
alto, il problema linguistico.
L’autore Pasolini ritiene che la forma mostri la sua
infinità proprio nell’atto della sua indipendenza, ossia nel momento in cui
interrompe la continuità con le altre, e proprio per questo è una illusione.
Quindi l’infinità della forma sta proprio nella necessità di questa illusione.
Ma a cosa è necessaria l’illusione, oltre che alla creazione di una forma?
Credo che essa sia necessaria all’istinto di conservazione. Ovviamente è
l’istinto di conservazione di un autore che deve creare tale forma e non certo
l’istinto di conservazione della persona-autore. Dunque il rapporto tra un uomo
e il suo corpo – ricordiamo che il titolo dice proprio Storia di un uomo e
del suo corpo – è fondamentale per creare una forma di cui faccia parte
l’autore stesso. La sua vita e la sua morte. L'autore deve mangiare e digerire
il suo corpo, o il suo corvo (uccellacci e uccellini), o il suo corpo dev'esser
mangiato dal suo corvo, come potrebbe accadere al Fago nel deserto meridionale
del Sudan, che con il suo colore rosa proprio ad un corpo assomiglia.
L’autore Pasolini, come il suo protagonista Fago (uomo
che mangia), somigliano per vie diverse al corvo (variazione della
parola corpo), cioè l’animale che mangia le carogne e che simboleggia il
primo grado di iniziazione mitriaca, ossia l'altro “motivo” nascosto su cui si
basa il primo racconto dell’Epochè. Il dio protettore del primo grado di
iniziazione mitriaca è il dio Mercurio, un metallo liquido che, in quanto tale,
può essere contiguo e indipendente rispetto a tutte le forme.
Mercurio, metallo degli alchimisti, che potremmo
chiamare anche Hermes è l’altro motivo nascosto all’interno del romanzo
Petrolio. È un motivo del romanzo come lo è il tricolore italiano
nascosto dall’autore attraverso lo straniamento dei suoi colori che da verde
e rosso diventano giallo e blu sulla coda del DC9 dell'Alitalia
precipitato come un corvo nero sul corpo del deserto meridionale del Sudan,
quel deserto incredibilmente rosa.
Il romanzo Petrolio ha uno scopo che è quello di
creare una forma, la necessità di questo scopo è implicita nei motivi del racconto.
Essi assumono il carattere di indizi, talvolta insignificanti, talvolta
nascosti, talvolta misteriosi, talvolta falsamente erronei. Lo scopo del
lettore è dunque scoprire la necessità del romanzo o della forma di questo
romanzo attraverso gli indizi che l'autore, sotto varie tipologie e tecniche
linguistiche, dissemina all'interno del suo romanzo. La necessità del romanzo è
determinata dal funzionamento di tutti i motivi all'interno dell'unità formale.
Senza questi "motivi", organizzati e funzionanti, non può esserci
unità formale, e il romanzo Petrolio non potrà mai essere considerato un'opera
letteraria compiuta.
APPUNTO 98a
Per introdurre l'appunto in questione vorrei porre
l'attenzione sul fatto che esso contraddice tutta la critica ufficiale quando
essa afferma che Petrolio avrebbe dovuto essere un romanzo di oltre 2000 pagine
(avvalendosi di dichiarazioni dello stesso Pasolini?) e che, di conseguenza,
Pasolini pensava di vivere a lungo. Infatti l'autore stesso afferma che il
romanzo lo avrebbe tenuto occupato per il resto della sua vita. Verità che
tende a sfuggire alle stesse persone che lo sostengono. In realtà solo se si
calcolano le omissioni si arriva ad un romanzo di 2000 pagine, l’affermare che
la stesura di un romanzo durerà tutta la vita dell’autore significa solo
questo, cioè che l’autore muore quando il romanzo è finito.
L’appunto 98a dimostra esattamente il contrario di
quello che sostiene la critica, in quanto contiene dichiarazioni che fissano
date inconfutabili. È chiaro, infatti, che l'autore indica al lettore che egli
scrive questa pagina poco prima di essere ucciso. Data che avrebbe dovuto
essere anche quella di pubblicazione.
In questo appunto Pasolini sollecita il lettore
attraverso innumerevoli contesti. Tanto per cominciare il titolo ci invita ad
essere sospettosi. Ossia, il titolo, «Storia della ricostruzione di una
storia», mette in moto un infinito gioco di collegamenti contestuali nel
quale il povero lettore dovrà destreggiarsi.
Il primo contesto è certamente l'ospedale,
probabilmente giapponese, dove il dottor Tsushima lavora. E vi lavora
evidentemente di notte. Egli immagina una fine del mondo e ricostruisce le vite
o la storia di una famiglia. Proprio come Pasolini, che in quella notte del
primo novembre del 1975 montava (ricostruiva) il suo film Salò (una delle sue
storie) e immaginava la sua fine del mondo.
E quindi possiamo ipotizzare il primo collegamento
usando il cognome del dottore Tsushima in modo da metterlo in relazione con
l'isola di Tsushima che si trova appunto in Giappone, nella prefettura di
Nagasaki, la città dove fu lanciata, nel 1945, la seconda bomba atomica dopo
quella di Hiroshima.
Quindi, quando il dottore avverte la fine del mondo,
ha probabilmente già saputo di Hiroshima ed è quindi immerso in un contesto di
fine del mondo che di lì a poco (tre giorni, il tempo di una luna nuova) si
abbatterà anche su Nagasaki, la stessa prefettura in cui si trova la città che
porta il suo stesso nome Tsushima.
A proposito di fine del mondo, Pasolini ne fa una lista
di tre differenti tipologie. E cioè fini causate dalla pericolosità della
natura, dalla pericolosità dell'uomo e, infine, dalla finitezza della stessa
natura.
Ebbene, la città di Tsushima potrebbe rappresentare
simbolicamente proprio le prime due tipologie, nel senso che, da un punto di
vista storico, precisamente nel XIII secolo, i mongoli attaccarono per ben due
volte il Giappone cominciando proprio dall'isola di Tsushima e, pur facendo
vittime, non riuscirono a conquistare il Giappone a causa di due tifoni che si
abbatterono sulle loro flotte militari distruggendole. Quindi, per ben due
volte il Giappone fu salvato dalla pericolosità dell'uomo attraverso la
pericolosità della natura.
La storia di Tsushima risalente al XIII secolo è
certamente un elemento nascosto (come la bandiera italiana del racconto
precedente), cioè uno di quei motivi che dovranno poi essere perfettamente
funzionanti all'interno di tutto il romanzo.
Ma andiamo per gradi. Pasolini fa la descrizione delle
tipologie cronologiche o storiche (o antropologiche) delle diverse possibilità
che il mondo finisca:
pericolosità della natura pericolosità
dell'uomo finitezza
della natura
Sappiamo che il personaggio si chiama Tsushima. Questo
ci ha portato – procedendo a ritroso, come nell’iniziazione mitriaca o a canone
inverso, come nel mottetto rinascimentale - attraverso l'evidente contesto
della distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki, alla storia dell'isola di
Tsushima del XIII secolo da cui si evince che in ben due casi il Giappone è
stato salvato dall'invasione dei Mongoli da perturbazioni metereologiche
(uragani, tifoni…), cioè la "pericolosità dell'uomo" è stata
neutralizzata dalla "pericolosità della natura". O, meglio, dovremmo
dire che la pericolosità della natura ha interferito con la pericolosità
dell’uomo. Perché, ovviamente, non è razionale pensare che la natura, per
propria volontà, abbia distrutto le flotte mongole.
Osserviamo, dunque, come nell'elenco che fa l'autore
di fini del mondo sia assente una correlazione tra le prime due, cioè
non viene esplicitato il fatto che la pericolosità dell'uomo può essere,
in casi eccezionali e casuali, neutralizzata dalla pericolosità della natura.
Pasolini dà al lettore solo un indizio, costituito dal cognome del personaggio Tsushima.
A questo punto, il lettore dovrebbe seguire i consigli
che, alla fine del racconto, l’autore elargisce: «attraverso un puro
lancio dell'immaginazione e della capacità 'visionaria' il dott. ricostruisce
l'intera storia di una famiglia.»
Seguendo solo la logica potremmo arrivare a ciò che l’autore
indirettamente suggerisce, e cioè che se la pericolosità della natura
può per puro caso interferire con la pericolosità dell’uomo, allora
anche tutte e due insieme possono, e questa volta non per caso, interferire con
la finitezza della natura.
Anzi potremmo dire che, da un punto di vista logico, è
proprio così: la fine del mondo, ipotizzata per ragioni di finitezza della
natura, mette in causa sia la pericolosità della natura che la
pericolosità dell’uomo. Ecco perché la finitezza della natura si
presenterebbe come fine definitiva del mondo, o almeno del mondo che conosciamo
oggi. Scrive l’autore: «Certo
io non invidio quelli che oggi hanno vent'anni, e tanto meno i loro primi
figli.»
Pasolini scrive più o meno nel 1975 e quindi dal 1945,
cioè dalle bombe atomiche, sono passati (come scrive l’autore in questo stesso
racconto) “una trentina d’anni”. Cioè nel 1975 comincia la terza fine del
mondo, quella determinata dalla finitezza della natura.
Ovviamente il contesto a cui il lettore deve far
riferimento non è quello di un'unica storia. Il contesto reale è quello del
romanzo nella sua totalità, con tutti i motivi nascosti a cui abbiamo accennato
partendo dalla prima storia dell'Epochè. Questi due racconti dovranno funzionare
insieme prima di poter accennare al terzo.
L’autore descrive l’abilità dell’uomo nell’aver fatto
fronte alla «pericolosità
della natura» e
che apparentemente la pericolosità della natura sia stata scongiurata.
Ovviamente non descrive una possibile soluzione per i successivi due problemi,
ossia pericolosità dell’uomo e finitezza della natura.
Ma il protagonista, il dott. Tomoo, è immerso proprio
nella seconda specie di fine del mondo, la pericolosità dell’uomo (bomba
atomica nello specifico). E quindi questo protagonista oltre a rendersi conto
che la fine sta arrivando, procede anche ad alcune azioni apparentemente
estranee al contesto. Ossia “culto dei morti”, “ricostruzioni di scene delle
vite” connesse ad altre scene di altre vite, intera ricostruzione della storia
di una famiglia.
Il nome e il personaggio Tomoo, oltre ad avere il
significato di “amico”, “colto-consapevole” e ”saggio”, è anche un medico. Ma
che tipo di medico dovrebbe essere il dott. Tomoo? Forse uno psicologo, un
antropologo, un antropsicologo? Probabilmente sì, perché le azioni che svolge
sono le azioni che potrebbero servire proprio al superamento di una crisi da
fine del mondo.
Quindi Pasolini oltre ad elencare le fini del mondo
accenna sicuramente anche alle possibili soluzioni. Infatti le tecniche per il
superamento della crisi del cordoglio potrebbero essere utili anche alla crisi
collegata alla fine del mondo per pericolosità dell’uomo o della natura. E
inoltre questa “conoscenza”, questa “saggezza" (Tomoo) potrebbero
senz’altro essere utili al superamento del problema più arduo da affrontare: la
finitezza della natura.
L’atto di ricostruire le vite, e quindi le storie (il
titolo del racconto è proprio questo) è un atto che serve a superare l’oblio,
e, se l’oblio è stato causato da una fine del mondo, allora l’azione della
ricostruzione serve a dare attraverso una nuova vita una nuova consapevolezza del
mondo.
Ma tutto questo non serve all’autore se non ai fini
specifici del suo romanzo, ossia la creazione di una forma capace di
sopravvivere alla fine del mondo. Infatti troviamo una strana nota con la quale
l’autore esprime ironicamente il suo tirarsi fuori dalle fini del mondo e in
particolare dalla finitezza della natura. In pratica è come se dicesse in modo
esplicito: sono fatti vostri, io ormai ho già vissuto.
La strana nota la troviamo all’inizio del terzo
capoverso sulla parola “poteva”, il rimando ci porta alla parola “può”.
L’autore passa dall’imperfetto al presente. Ossia dice al lettore: io scrivo
“poteva“ ma tu leggi “può“. Per te continua ad essere un problema, per me ormai
è superato.
È arrivato il momento di concludere anche la lettura
di questa storia nella consapevolezza di aver trascurato molti dettagli a causa
sia della mia ignoranza che della necessità di abbreviare il più possibile.
Infatti cerco di concentrarmi sulla finalità del romanzo, piuttosto che sulla
profondità evocativa. In sostanza la mia maggiore ignoranza è certamente quella
relativa alla letteratura in genere, credo quindi che parecchi riferimenti
letterari mi sfuggano. Pazienza. Del resto Pasolini usava miriadi di spunti
letterari (e non solo letterari), anche di letteratura specialistica o desueta…
Forse dai lettori potrebbe venire qualche suggerimento in tal senso…
Come dicevo i due racconti illustrati finora devono o
dovrebbero funzionare insieme.
Ritornando un attimo al secondo racconto potremmo
cominciare col dire che anche qui ci troviamo su una tematica morte-rinascita.
E anche qui ci troviamo al cospetto della forma che, se nel primo racconto è
decisamente fatto esplicito, nel secondo diventa implicito ma altrettanto
chiaro, certamente da decifrare, soprattutto se teniamo presente ciò che
l’autore scrive in precedenza.
E cioè la necessità di analizzare la forma nei suoi
due differenti momenti: di continuità e di autonomia. E quindi abbiamo nel primo
racconto il rapporto dell’individuo con la morte e dunque con il suo corpo,
ossia il rapporto dell’autore con la sua forma, e nel secondo racconto abbiamo
la stessa analisi ad un livello più alto, ossia l’analisi di fine del mondo
come atto autonomo di discontinuità, alternato dal suo superamento e quindi
l’analisi della continuità. In questo caso “continuità” ed “autonomia” della
forma non vengono analizzate sulla storia di un singolo individuo (il sig.
Fago) ma sulla società nel suo complesso. Cioè sul corpo di un autore con lo
spessore di Pasolini.
La continuità si realizza in questo secondo brano con
la ricostruzione di una storia, ossia, come il titolo suggerisce, con “la
storia di una ricostruzione di una storia”. La ricostruzione del mondo dopo la
sua fine.
Sappiamo anche che la ricostruzione del modo dopo la
sua fine passa necessariamente attraverso una nuova consapevolezza di sé. Tale
nuova consapevolezza la potremmo certamente paragonare ad una rinascita o
meglio ad una trasformazione. A questo punto ci viene in soccorso la “grande
guerra” (come fine del mondo) per quanto riguarda la psicoanalisi junghiana
(simboli della trasformazione) e lo studio demartiniano di “Morte e pianto
rituale”, studio che parla di fine del mondo come perdita definitiva e tecniche
tradizionali per il superamento del cordoglio, per recuperare sé stessi al
mondo.
Inoltre, concludendo velocemente, un simbolo di
trasformazione è certamente la crisalide e la crisalide somiglia anche alla
sposa che veste il suo abito con il suo velo. Alludo quindi al secondo stadio
dell’iniziazione mitriaca ossia allo stadio che ha come nome Nymphus che
potrebbe rappresentare la sposa o lo sposo. Stadio rappresentato inoltre da un
“geco”, un rettile capace di mimetizzarsi, o da un serpente, un rettile che
cambia la sua pelle. È il grado di iniziazione che porta fuori ciò che è
nascosto trasformandolo.
Quindi il secondo racconto dell’Epochè dovrebbe alludere
al secondo grado di iniziazione al mitraismo, proprio come il primo racconto
alluderebbe al rispettivo primo grado.
Ma per il momento sono solo ipotesi
La ricostruzione di una storia è la ricostruzione
della storia di Pasolini, ossia del suo romanzo più importante, Petrolio.
Questa ricostruzione spetta al lettore
A questo punto possiamo introdurre la terza storia
dell'Epochè: Storia di mille e un personaggio.
Considerando ciò che ho scritto finora, il titolo e
una citazione all'interno della storia, non dovrebbe essere difficile arrivare
alle mie stesse conclusioni.
Non avrei voluto scrivere nulla su quest'appunto di
Petrolio perché si spiega completamente da solo. Il fatto che esso si spieghi
da solo insieme al fatto che sia una delle pagine di letteratura più imponenti
che siano mai state scritte da un poeta, la dice lunga sul livello della critica
ufficiale.
Qui non c'è nulla che Pasolini non chiarisca
definitivamente...
Tempo fa assistetti ad uno spettacolo in un teatro
londinese, sponsorizzato dall’associazione culturale legata al consolato
italiano. Quello spettacolo si intitolava “MA” ed era dedicato a Pier Paolo
Pasolini. Tutto era atto ad evocare il suo rapporto con la madre (MA) e quindi
tutto era basato su l’errore grossolano di connettere l’opera di Pasolini ad un
gigantesco complesso edipico.
In realtà l’opera del poeta e la sua stessa
personalità sono quanto di più indipendente si possa immaginare dalla figura
materna. “Mostruoso è chi è nato / dalle viscere di una donna morta. / E io,
feto adulto, mi aggiro / più moderno di ogni moderno / a cercare fratelli che
non sono più”
Le viscere della donna morta sono le sue viscere e non
quelle della madre da cui è completamente “emancipato”.
La poetica pasoliniana è invece legata alla morte di
suo fratello Guido (partigiano). La volontà del poeta di creare una forma, un
romanzo, nel tentativo di ricercare il senso della realtà e prenderne possesso,
lo porta a desiderare di liberarsi di se stesso, cioè di morire eiaculando nel
ventre materno, ossia desidera fecondare la realtà all’interno del ventre del
mondo, l’oceano. È il poeta che celebra la fecondazione della morte all’interno
della stessa vita che è sempre Oceano.
Il nodo gordiano creato con mille personaggi è simile
al nodo che con un solo colpo di lancia viene scisso da Alessandro, lo stesso
nodo che tiene legate le mani del soldato (Miles) nel terzo grado di
iniziazione mitriaca e che con un solo colpo di lancia viene tagliato dal
sacerdote per liberare l’adepto. Miles, parola latina che indica il soldato ma
anche l’esercito, così come il titolo di questa “storia di mille e un personaggio”,
è singolare e plurale insieme, è singolo ma anche moltitudine.
“Desinit in piscem” infine ci racconta tutto sulla
cultura di Pasolini. È una citazione “dell’Arte poetica di Orazio (vv. 3-4: ut
turpiter atrum Desinat in piscem mulier formosa superne «sicché una donna,
bella superiormente, finisca in uno sconcio pesce») in cui il poeta allude,
secondo i principî dell’estetica classica, a opera d’arte che pecchi per
mancanza d’unità, cioè d’armonia e rispondenza tra le parti.”
Ma può mancare di unità un’opera che intenda fecondare
il mondo finendo necessariamente come un pesce nell’oceano?
Sono nuovamente in viaggio. Quindi passerà qualche
giorno e poi farò il punto su quello che ho scritto fino ad ora. Progetterò
anche qualcosa da scrivere sulla pagina di PPP a riguardo. E passeremo al
quarto grado di iniziazione mitriaca, sul quale non c'è da dire molto, in
Petrolio è una pagina bianca. Quindi procederemo velocemente verso quello che
mi ero prefisso: La storia di un padre e delle sue due figlie. La pagina più
importante di Petrolio.
Avrò scritto poco meno di 20 cartelle in 20 giorni. Mi
sono fatto alcune domande a cui non ho dato ancora risposta. Una di queste è quella
relativa alla bandiera italiana che viene “straniata” nel primo racconto
dell’epochè sulla coda del DC9 dell’Alitalia. Le domande che invece non mi sono
ancora posto riguardano l’ultimo brano dell’epochè qui trattato, ossia quello
intitolato “La storia di mille e un personaggio”.
Le domande che mi pongo sono le seguenti: perché
Pasolini, immedesimandosi in uno scrittore che lascia incompiuto il suo
manoscritto per morire a mare, immagina d’essere calabrese?
Perché immagina di essere emigrato al nord e di essere
tornato da bambino, in una vacanza invernale, nella sua terra d’origine
accompagnato dai suoi genitori?
Perché per morire a mare ha bisogno di ritornare
nuovamente in Calabria?
Queste tre domande devono necessariamente considerarsi
appartenenti alla stessa “specie” di quella riguardante la “bandiera italiana”,
infatti queste domande appartengono ad uno stesso “tema” o “motivo” del
romanzo. Un tema primario volontariamente nascosto a causa della sua
importanza.
Descrivendo il primo appunto, ho affrontato il
problema del rapporto del poeta con la forma, ossia il problema del rapporto di
un uomo (Pasolini) con il suo corpo. Qui il corpo del poeta si veste di
“infinità” o almeno si “illude” di farlo attraverso il corpo del Deserto
Meridionale del Sudan, straordinariamente rosa, e il suo corvo, il “Corax”,
ossia il DC9 dell’Alitalia dove viaggia il signor Fago, un uomo che mangia e
che dunque verrà a sua volta mangiato.
Di Mitra abbiamo – nella mia immaginazione - il corvo,
Corax, e abbiamo il pianeta di riferimento che è Mercurio, ossia un metallo
liquido in grado di plasmare tutte le forme e che – sempre nella mia
immaginazione – è assonante col metallo fuso o bruciato del DC9 Alitalia. Ma il
dio o pianeta Mercurio è anche lo psicopompo Hermes che accompagna
nell’esperienza della morte, la tematica prima dell’iniziazione mitriaca.
E diciamo qualcosa in più anche sulla seconda storia,
quella che fa riferimento - sempre nella mia immaginazione - al secondo grado
di iniziazione Mitriaca. Qui il corpo del poeta diventa il corpo dell’umanità,
perché si passa dalla descrizione dell'esperienza di morte del singolo (nel
primo appunto) all’analisi delle differenti fini del mondo (nel secondo), ossia
l’esperienza di morte dell’umanità. Pasolini consiglia implicitamente di
ricostruire le storie delle vite, ossia di mettere in atto la terapia
necessaria al superamento del cordoglio e della fine del mondo. La fine del
mondo non riguarda più il singolo ma riguarda la società. A questo punto
inserirò elementi nuovi che allargheranno la visione contestuale d’insieme.
Questi elementi stranianti confondono il lettore e lo
mettono nella condizione di dover ammettere che la comprensione è ancora
lontana. Un DC 9 dell’Alitalia che ha la coda colorata in giallo e in blu e la
storia di un “poeta dialettale friulano” che si immedesima in uno scrittore
calabrese suicida, uno che lascia che la sua opera “desinat in piscem” (resti
incompiuta), suggeriscono al lettore di mettere ancora più a fuoco il
microscopio della lettura.
Approcciando un documento da decifrare, tutte le
ipotesi potrebbero, inizialmente, essere valide. E io fra tutte le ipotesi ho
cominciato a valutarne una in particolare. Come dicevo all’inizio, questo mio
scritto nasce dalla necessità di voler scrivere una delle cose più folli che io
possa immaginare di scrivere, cioè di mettere nero su bianco la mia personale
interpretazione - che mi rimbalza nella mente da una ventina d’anni -
dell’appunto 101, “La storia di un padre e delle sue due figlie”.
Essendo questa storia all’interno dell’Epochè, ed
essendo l’Epochè il fulcro dell’intero romanzo “Petrolio”, ho dovuto leggere
tutto dall’inizio e fra non molto arriverò all’appunto 101.
Prima di farlo devo completare lo schema fin qui
esposto e approfondire di conseguenza alcuni aspetti del secondo e del terzo
racconto dell’Epochè. E' stato utile, dunque, per allargare la prospettiva,
partire dalla descrizione del primo appunto per procedere poi al secondo e al
terzo.
Ad implementare il passaggio dal personale al sociale,
verso la fine del secondo racconto, Pasolini introduce la parola “famiglia”. E
seguendo la mia ipotesi qui abbiamo gli elementi mitriaci quali Nymphus (sposo)
e il pianeta Venere, dea dell'amore. Tutti elementi inerenti alla vita sociale
e quindi il riferimento è sia alla società che alla famiglia.
Considerando la bomba atomica come problema
dell'umanità, la famiglia, in quanto nucleo sociale primo, è sicuramente il
primo luogo di approccio terapeutico.
L’autore scrive:
A) “...attraverso un puro lancio dell'immaginazione e
della capacità 'visionaria' il dott. ricostruisce l'intera storia di una
famiglia. Si tratta di un racconto giallo 'di potere'* S'incanta a guardare un
personaggio che a sua volta sta ricordando i morti: e ciò lo insospettisce.”
Prima di tentare una spiegazione più esaustiva di
questo periodo, rileggiamo un attimo cosa scrive invece all’inizio
B) “Aggiungo, quasi a prefazione di questo mio
racconto, che del resto una terza 'fine del mondo' (ma questo il dott. Tomoo
Tsushima ancora non poteva saperlo) sarebbe cominciata da lì a una trentina d'anni.”
Su questa frase ho già scritto che Pasolini indica
precisamente l’epoca in cui sta scrivendo: una trentina d’anni dalla seconda
fine del mondo, quella del dott. Tsushima, cioè una trentina d’anni dopo il
1945. E quindi ho sottolineato il fatto che Pasolini vuole far intendere al
lettore che lui sta scrivendo questa pagina nel 1975. Non avrebbe potuto essere
diversamente, infatti i riferimenti alle atomiche che colpirono il Giappone
sono, per quanto impliciti, molto evidenti. Quindi osservavo che le
dichiarazioni postume sul fatto che Petrolio avrebbe dovuto essere molto più
corposo e che quindi la pubblicazione avrebbe dovuto essere molto più in là del
‘75 (morte di Pasolini) erano nettamente smentite da questa pagina di Petrolio.
Infatti l’autore, visto che lo ha fatto tante volte, se avesse avuto qualche
perplessità sullo spazio temporale dal ‘45 alla pubblicazione del romanzo,
avrebbe certamente lasciato delle XXXX. Il fatto che abbia indicato implicitamente
il 1975 ci fa comprendere o che il suo romanzo stesse per terminare, o che il
1975 era una data centrale nella vita dello scrittore.
Oltre queste osservazioni vorrei farne di nuove,
parlando di un tema centrale dell’opera pasoliniana. Se l’autore indica come
atto fondamentale la “ricostruzione di una storia” (vedi il titolo, lettera B)
e quindi come atto fondamentale del protagonista Tsushima l’aver ricostruito
l’intera storia di una famiglia, allora le cose si complicano. Poniamo la
nostra attenzione sull’ultima frase (B): “S'incanta a guardare un personaggio
che a sua volta sta ricordando i morti: e ciò lo insospettisce”. Qui pare che
l’autore riproponga il titolo “storia della ricostruzione di una storia”,
perché l’atto più importante per l’autore è descrivere la storia della
ricostruzione di una storia, che è anch’essa (la storia) una “ricostruzione”. E
potremmo dire -invece che “ricostruzione” - “trasformazione”, trasformazione
come “superamento del cordoglio”, come atto terapeutico.
Ecco perché il dottore sta guardando un personaggio
che a sua volta sta ricordando i morti. Egli ricostruisce la storia di un uomo
che a sua volta ricostruisce nella sua memoria la vita dei suoi cari. Ma si
insospettisce! E allora poniamoci un’altra domanda: quando il dott. Tsushima si
insospettisce? Quando appunto sente odore di fine del mondo come avviene
all’inizio di questo appunto. Ma il dott Tsushima anche alla fine del racconto
si insospettisce e fiuta anche una terza fine del mondo.
Concludendo
Pasolini, come egli stesso ammette, non è mai riuscito
- o probabilmente per lunghissimo tempo – ad elaborare propriamente la morte di
suo fratello Guido, il partigiano che aveva come nome di battaglia Hermes. E
questo è accaduto, sempre secondo quello che l’autore ci ha fatto sapere, per
poter meglio focalizzare la sua attenzione sul dolore della madre. Una madre,
maestra elementare che presentava i suoi figli con la frase “ecco i miei
gioielli” e continuò a farlo anche quando Guido non c’era più: “ecco i miei
gioielli” ella diceva, presentando però il solo Pier Paolo. Questa è la poetica
pasoliniana, il nocciolo centrale, la costante onnipresente. Cioè questa è la
ricostruzione della storia di una famiglia. E la sua fine del mondo avvenne,
proprio come ammette lo scrittore nel 1975 nel suo ultimo romanzo incompiuto, una
trentina d’anni dal 1975, cioè nello stesso anno dello scoppio della bomba
atomica in Giappone. Ma per quanto riguarda la terza fine del mondo, quella,
come dice Pasolini, è cominciata nel 1975, quando lui, il poeta, è morto.
“Aggiungo, quasi a prefazione di questo mio racconto,
che del resto una terza 'fine del mondo' (ma questo il dott. Tomoo Tsushima
ancora non poteva saperlo) sarebbe cominciata da lì a una trentina d'anni.”
La bandiera italiana sulla coda del DC9, pian piano
pare stia riacquistando i suoi colori originali.
Fin qui abbiamo anche compreso che Pasolini attraverso
un’iperbole allude alla morte del fratello Guido, cioè introducendola
attraverso la "seconda fine del mondo” quella scatenata dalla pericolosità
dell’uomo. E, lasciatemelo dire, sempre attraverso un’iperbole allude alla sua
fine, quella dell'autore, attraverso “la terza fine del mondo” quella causata
dalla finitezza della natura. Ricordate quando il poeta si poneva il problema,
anche attraverso Hegel, della finitezza (infinità) della forma? Ecco, ci
risiamo, Pasolini ha sempre in testa la forma, o meglio la finitezza (o
infinità) della forma come finitezza della natura. Aspetto credo mai trattato
da un letterato.
E quindi qual è lo scopo di una storia, lo scopo di
uno scrittore? Quello più altro intendo, quello per il quale può essere
giustamente chiamato “Poeta”. È appunto uno scopo terapeutico, ossia la
capacità di descrivere e raccontare la realtà per prendersene cura, per
ricostruirla, per trasformarla.
Ecco, quindi, la necessità di creare una miriade di
personaggi a forma brulicante, cioè lo sforzo immane dello scrittore della
terza storia dell’Epochè. Un poeta sdoppiato che lotta contro sé stesso, come
nell’antica tradizione descritta da Robert Graves nel suo arcinoto volume “La
dea bianca”. Come nell’antica battaglia descritta nel “Ramo d’oro” di Frazer.
Ed ecco quindi che pian piano dopo Mercurio, la Venere del secondo racconto,
dopo Marte del terzo, arriveremo a Giove e successivamente proprio alla “dea
bianca”, il pianeta che tutela i poeti, la Luna.
Ma ci vuole ancora un po’ di pazienza, e cercare di
chiarire qualche altro nuovo elemento contenuto nel terzo racconto, “La storia
di mille e un personaggio”, la storia del dio di Saulo e del suo antagonista,
Pasolini.
La conversione di Pier Paolo Pasolini
Il dio di Saulo è indubbiamente riferito a San Paolo
di Tarso che precedentemente alla sua conversione veniva chiamato Saulo.
Seguendo lo sviluppo di “La storia di mille e un personaggio”, possiamo
comprendere che Saulo sia l’autore stesso. Abbiamo il protagonista scrittore
(Pasolini) e il suo dio. Ovviamente tralascio i collegamenti fra San Paolo e
Pier Paolo Pasolini, che sono argomento arcinoto alla critica in quanto è lo
stesso Pasolini ad usare San Paolo sia come personaggio, sia come titolo della
sua sceneggiatura, appunto, su San Paolo.
Il dio di San Paolo fu senz'altro il dio dei
cristiani, ma il dio di Saulo fu certamente un dio “pagano”. Quindi Pasolini
usando la parola “Saulo” fa riferimento ad un dio diverso dal dio cristiano.
Non sappiamo chi possa essere, anche perché gli dèi
erano tanti all'epoca. Ma seguendo la mia ipotesi, ossia il collegamento tra i
gradi di iniziazione mitriaca e i racconti dell’epochè, questo dio di Saulo
potrebbe essere anche Marte, cioè il pianeta tutelare del terzo grado di
iniziazione.
Marte inoltre indica anche il carattere di questo
scritto. Uno scritto che si sviluppa in un antagonismo prima fra Saulo e il suo
dio e poi fra le migliaia di personaggi in cui si smembrano i due. È una
battaglia di contrapposizione più che una guerra, ma pur sempre un qualcosa di
attinente allo sdoppiamento del poeta e alla lotta contro il suo doppio di cui
ci informa Robert Graves nel suo “La dea Bianca”.
Marte è anche il dio tutelare del mese di marzo, e a
tale proposito sappiamo che Pasolini nacque proprio a marzo.
Inoltre il terzo grado di iniziazione mitriaca fa
riferimento al ”Miles” cioè al soldato. La parola “Miles” oltre ad essere
musicalmente simile alla parola “mille” (La storia di mille e un personaggio) -
così come è avvenuto fra la parola “corpo” e la parola “corvo” del primo
racconto - è anche indicativa sia del singolo soldato che degli eserciti, e
questo è a sua volta sorprendentemente attinente sia al titolo “la storia di
mille e un personaggio” e sia allo sviluppo della vicenda che descrive lo
smembramento dei due antagonisti in moltitudini.
Questa storia dell’Epochè è anche la continuazione di
quella storia di una intera famiglia del brano precedente. Ossia, su un piano
autobiografico, è la continuazione della storia della famiglia Pasolini.
Il protagonista Saulo conobbe - ne ebbe diretta consapevolezza
- il suo dio Marte, dio della guerra, dopo la morte del fratello Guido. E
quindi dice che egli veniva dalla morte e quel dio lo accolse e gli diede
serenità, ma fu cacciato via da quella situazione di serenità dallo stesso dio
che lo aveva accolto. Ossia l’autore allude alla fuga dal Friuli dopo lo
scandalo del Ramuscello.
È a questo punto della biografia, emigrando a Roma,
che l’autore conosce realmente il sud dell’Italia e comincia ad identificarsi
con quel brulichio di corpi che erano i corpi che infestavano le borgate romane
degli anni Cinquanta, un brulichio di emigranti meridionali.
È qui fra la "plebe" meridionale che avviene
la conversione di Saulo-Pasolini. Quindi la forma della sua opera comincia a
delinearsi come forma che non può essere più a schidionata, come era stato con
la letteratura russa o contemporanea immediatamente precedente, ma doveva
trasformarsi in brulichio.
Adesso possiamo propriamente rispondere alla domanda.
Perché i colori della bandiera italiana sulla coda del
DC9 dell'Alitalia sono straniati?
Semplicemente perché quell'Italia per la quale sia
Guido che Pier Paolo Pasolini sono morti, non esiste.
E queste due morti sono servite affinché l'Italia
esistesse.
Il romanzo Petrolio serve a fare anche l'Italia.
2 novembre 2019, domenica, 44° della morte del poeta
Intervento al partito radicale a Napoli...
23 agosto 2020 alle ore 11:18
Il 5 ottobre 2019 cominciai a scrivere la mia analisi
dell’Epochè di Petrolio su questo gruppo nella speranza molto remota che
potesse arrivare qualche osservazione, suggerimento, aiuto o critica e anche
critica aspra da qualcuno degli iscritti.
Nel ’19 eravamo in pochi, adesso pare che siamo in
tanti.
Ovviamente tutto avviene nella consapevolezza che
quello che ho scritto e spero continuerò a scrivere potrebbe essere “rubato” (è
una speranza più che una preoccupazione), ma anche nella certezza assoluta che
nessuno al mondo potrebbe arrivare alle mie conclusioni finali.
Quindi, prima di ricominciare a scrivere, invito tutti
a leggere quello che scrissi dal 5 ottobre 2019 al 1° novembre dello stesso
anno, a leggere e a fare osservazioni.
https://perchesiamotuttiinpericolo.blogspot.com/2019/10/posts-sul-gruppo-di-pier-paolo-pasolini.html
Gli argomenti affrontati riguardavano la forma del
romanzo come “corpo del poeta”, come corpo del cosmo, e la sua fine. Fine
intesa dunque come “fine del mondo”.
Subito dopo quel mio improvviso silenzio è arrivato il
COVID, quasi come arriva la carezza di un genitore che raccomanda al proprio
figlio di comportarsi bene.
Negli anni 70, Pasolini in vita, ero un bimbo, e
un’estate nel mese d’agosto, un anno in cui Pasolini provocava scandali sui
giornali (almeno ricordo che la gente ne parlava), andai in vacanza ad Ischia,
(ricordo che nell’aliscafo mio padre mi presentò Paolo Poli che si intrattenne
con me in un dialogo riguardante i fumetti e mi confessò che alla mia età lui
preferiva Diabolik), ai Maronti, credo nell’Hotel Maronti. Bene, un giorno il
mare era molto mosso e io credetti bene di salire sul piccolo pontile di legno
per tentare di rendere il mare più aggressivo col potere della mia mente. Ad un
certo punto, credendo di esserci riuscito, notai che le onde diventavano
pericolosamente alte, fino al punto che ebbi paura e scappai via dal pontile.
Ricordo ancora quella sensazione di potenza allucinata
e impotenza terrorizzante insieme, la stessa sensazione che ho provato parlando
di fini del mondo proprio mentre arrivava il Covid.
Ma, bando alle paranoie, adesso devo ricominciare
essendo certo che quando avrò scritto altre 20 cartelle (almeno spero) sarò
ancora vivo e vegeto.
Con “Storia di mille e un personaggio”, della serie di
racconti dell’Epochè, all’interno del romanzo Petrolio di Pier Paolo Pasolini,
siamo precisamente all’Appunto 99.
Da qui in poi, da numeri di appunti a due cifre,
passeremo a leggere appunti contrassegnati con un numero a tre cifre e precisamente
all’appunto 100 e seguenti fino a 133.
Queste osservazioni potrebbero apparire come quelle di
un idiota. In realtà per chi ha attentamente letto Petrolio sono invece segnali
importanti attraverso i quali avere la consapevolezza dell’incessante progressione
del poema.
Qui, nei primi appunti a 3 cifre, siamo al culmine
dello svolgimento e i 3 o 4 appunti seguenti (100, 101, 102 e 103) rappresentano
la fine dello sviluppo, dov’è concentrata tutta la tensione e la potenza del
romanzo.
Secondo la mia teoria, nell’appunto 100, dovremmo
essere nel corrispondente quarto stadio di iniziazione mitriaca, e infatti
Pasolini vi allude attraverso il titolo: “Storia di quattro critici e di
quattro pittori”. Cioè vi allude attraverso il numero 4.
Il dio o pianeta tutelare è Giove, re di tutti gli
dèi. Siamo dunque al culmine della potenza narrativa, ma vi approdiamo
attraverso un titolo che è apposto ad una pagina bianca.
Non possiamo addentrarci approfonditamente
nell’analisi delle pagine bianche del romanzo per il semplice fatto che la
pubblicazione editoriale non è fedele al punto da poter essere uno strumento di
lettura e studio completo. Però in questo caso, cioè per la pagina bianca con
il titolo “Storia di quattro critici e di quattro pittori”, possiamo certamente
affermare che c’è una forte analogia con la prima pagina del romanzo.
Possiamo dunque dire che queste due pagine bianche
preludono, in ordine di lettura, all’introduzione o parte prima del romanzo e
la successiva alla parte seconda o terza, a seconda di come si voglia
suddividere il romanzo, cioè se si voglia suddividerlo (secondo le indicazioni
dello stesso autore) in due o anche in tre parti.
Avendo capito il motivo della pagina bianca, il motivo
del numero 100 a tre cifre e il motivo del numero 4, ci resta da comprendere il
motivo legato alle figure dei “critici” e dei “pittori”.
Ma su questo probabilmente ci si potrà azzardare in
una ipotesi di motivazione solo dopo aver letto e analizzato l’appunto
successivo: Appunto 101 / L'Epochè: Storia di un padre e delle sue due figlie.
Per essere ancora più precisi riguardo le pagine
bianche di cui sopra e cioè quelle relative all’introduzione del romanzo
(Antefatti con relativa pagina bianca e nota: questo romanzo non comincia) e
all’introduzione della terza parte del romanzo (Storia di quattro critici e
quattro pittori), bisogna sottolineare con forza che l’inizio del romanzo con
relativa pagina bianca e la terza parte del romanzo con relativa pagina bianca,
sono allusione a momenti storici in cui il poeta è nell’impossibilità di
comunicare.
Cioè sono allusivi dei momenti relativi alla biografia
dell’autore, precisamente si riferiscono alla nascita e alla morte del poeta.
Petrolio costituisce una esemplificazione dell’essenza, della substantia
alchemica pasoliniana, l’Oleum Petrae, petrolio.
Questa introduzione alla seconda parte del poema con
pagina bianca, che è in sostanza l’introduzione alla morte di Pasolini, è sia
un preludio alla parte che si aprirà solo dopo e cioè con gli appunti 103 e
104, che l’introduzione all’appunto 101 dove l’autore svela con una formidabile
tecnica narrativa il dato storico biografico della sua morte, fissandolo in una
data astronomica precisa.
Per rispondere meglio a Francesco Spinelli
(interlocutore di questo gruppo fb) riguardo all'aborto e riportando
l'argomento all'analisi dell'Epochè, tengo a ribadire che le pagine bianche di
Petrolio relative all'introduzione al romanzo e all'introduzione alla sua
seconda parte, riguardano la Nascita e la Morte del poeta, cioè momenti autobiografici
in cui l'autore è nell'impossibilità di comunicare. Ma altrettanto si deve dire
che una persona che nasce è una pagina bianca che verrà scritta poi per tutta
la vita dal nascituro. Come una persona che muore? Precisamente! Perché anche
chi muore è una pagina bianca che verrà scritta dai posteri!
Cioè riporto l'attenzione sull'importanza che aveva
per Pasolini la sua biografia, dalla nascita alla morte, all'interno del
romanzo. (Vedi quello che ho scritto riguardo la fine individuale, le diverse
tipologie di fine del mondo e la ricostruzione di una storia di un'intera
famiglia). Nel senso che la morte è per l'autore Pasolini una seconda nascita o
addirittura la vera nascita. Cioè la pagina sulla quale scriveranno i posteri.
È per questo che deve essere bianca, la ricostruisce il lettore.
Quindi ritornando all'aborto Pasolini è ambiguamente
dialogante con i radicali a riguardo del referendum e infatti sposta il
problema dal generale al particolare e cioè a "questa madre, a questo
figlio, a questa pancia"!
Infatti scrive l'articolo "Sono contro
l'aborto" (lui stesso chiarisce che quel titolo non è suo ma il semplice
titolo errato del titolista del quotidiano) a 287 giorni dalla sua morte cioè a
41 settimane precise dalla sua morte, cioè a una distanza temporale di una
GESTAZIONE (qui ci sarebbe da dire che è biologicamente certo, oggi, che la
nascita del primogenito è nella quasi totalità dei casi da calcolarsi in 41
settimane).
Nel senso appunto che per Pasolini la morte era una
RINASCITA per se stesso e non poteva essere inquadrato nella generalità del
problema sociale (a meno che non si vada a scavare più a fondo: sul problema
dell'eutanasia e della sopravvivenza del pianeta terra: la finitezza della
natura), lui cercava di scongiurare in tutti i modi che la sua morte, cioè la
sua RINASCITA, avrebbe potuto corrispondere malauguratamente ad un aborto. Cioè
una fine del mondo DEFINITIVA
In buona sostanza I racconti dell’Epochè sono
anch’essi (come l’intero romanzo) divisi in due parti, PROGETTO E MISTERO (progetto
di un mistero). Il punto di divisione o congiunzione è in questo caso una
pagina bianca ossia l’appunto 100, cioè una pagina che prelude alla morte
dell’autore o, per meglio dire, alla nascita del poeta.
Abbiamo già ricordato che la prima pagina di Petrolio
è anch’essa una pagina bianca, e dobbiamo adesso ricordare che anche la prima
pagina dell’Epochè è una pagina bianca con il solo titolo “L’Epochè” /
"appunto 100".
Essa è un altro appunto 100 che àncora le 53 pagine
dell’Epochè all’intero romanzo.
Il secondo appunto numero 100, Storia di quattro
critici e quattro pittori, avente pagina bianca, si pone al centro degli
appunti dell’Epochè - appunti caratterizzati da “STORIE” - e che hanno i
seguenti numeri 98 – 98a - 99 – (100) – 101 – 102 – 102a
Con la simmetrica ripetizione numerica dei numeri 98 e
102 e la lettera ‘a’, Pasolini sottolinea la centralità dell’appunto 100
(cento), cioè di un appunto con pagina bianca che divide l’Epochè in due parti
simmetriche.
Nella prima parte dell’Epochè (appunti 98 – 98a – 99)
abbiamo trattato grosso modo la forma del romanzo che deve passare attraverso
la morte individuale del poeta e le tre diverse tipologie di fine del mondo.
Cioè qui il poeta si pone pragmaticamente, filosoficamente e soprattutto da un
punto di vista letterario il problema hegeliano dell’infinità.
Nella seconda parte invece (101 – 102 – 102a), avendo
risolto il problema attraverso i tre racconti, l'autore si accinge invece a
prepararsi alla “nuova vita” attraverso un approccio mistico e più propriamente
meta-semiotico.
È quindi la storia di un autore che supera, per così
dire, sé stesso, uscendo completamente allo scoperto.
Adesso non posso più rimandare. Sono arrivato
all’appunto 101, la storia di un padre e delle sue due figlie.
In questa fase iniziale di analisi dell’appunto 101,
che reputo il più importante di tutto Petrolio, insieme al primo appunto 41, e
all'appunto 55, mi concentro su quello che mi interessa di più.
E quello che mi interessa di più è l’opinione di
ognuno di voi riguardo un fatto specifico.
La trama o il tema di questo appunto è basato sul
potere e la strategia che il genitore, in questo caso Agostino, esercita nei
confronti delle sue due figlie Laura e Adriana. Il padre impone il matrimonio a
quella che vuole farsi monaca e la clausura a quella che invece vuole fare vita
mondana.
La stessa identica tematica, accennata solo
brevemente, l’ho trovata per puro caso in un altro romanzo, I Viceré di De
Roberto. La Principessa Uzenda aveva riservato la stessa sorte a due delle sue
figlie.
Questo romanzo di De Roberto è un romanzo storico,
probabilmente il massimo della letteratura italiana. Quindi se Pasolini ne ha
usato una tematica nel suo Petrolio, il motivo è certamente anche questo. Ma
d'altronde la mia conoscenza letteraria è limitatissima e non posso sapere se
altri letterati abbiano usato questa tematica.
Potete aiutarmi (mi rivolgo ai lettori di questo
gruppo fb su Pasolini) almeno su questo?
Qualcuno di voi può avere un’idea anche approssimativa
sulla rarità o unicità di questa tematica familiare rispetto alla letteratura
mondiale fino al 1975?
L’altra cosa da non sottovalutare, ancora su I Viceré,
è l’introito del romanzo insieme ad un’altra parte più interna, nelle quali si
parla dello stemma nobiliare e del suo linguaggio meta-semiotico.
Il linguaggio meta-semiotico dello stemma nobiliare ci
tornerà utile in questo stesso appunto. Mentre invece il De Roberto con il suo
romanzo storico ci tornerà utile nell’appunto che analizzeremo successivamente:
Appunto 102 / Storia di due padri e di due figli.
In attesa di altri vostri contributi sull’origine
letteraria del tema di un padre che impone la clausura alla figlia amante della
vita modana e altrettanto impone la vita mondana all’altra che invece vuole
farsi monaca, scrivo brevemente sul contesto del romanzo che ci ha condotto
all’appunto 101.
Il problema per Pasolini è la forma del romanzo, nel
senso del linguaggio. Una forma e un linguaggio che attraversano il corpo del
poeta e della società in cui egli si esprime. Una società che pur vedendo il
decuplicarsi dei suoi strumenti espressivi scorge anche la possibilità di una
regressione non solo linguistica ma anche di sopravvivenza. Una regressione,
come diceva Pasolini, antropologica.
Fin quando la fine del mondo non sarà arrivata c’è
sempre la possibilità e la speranza di scongiurarla. Ma anche se arrivasse, l’importante
sarebbe fermare la regressione antropologica in modo che essa non raggiunga un
punto di non ritorno. Cioè che la società sia in grado di far fronte a
qualunque fine del mondo attraverso una sintesi linguistica capace di
ricostruire il senso della vita e della storia umana per un suo nuovo inizio.
Questo è il romanzo Petrolio: il tentativo di
inventare una forma espressiva capace di contenere linguisticamente il senso
della storia dell’umanità, al fine di potersene prendere cura, di poterla ricostruire
e reinventare in un qualunque futuro possibile. Per Pasolini, ovviamente, non è
stato possibile fare tutto questo senza, contemporaneamente, morire.
Come ho già detto, questo appunto 101, insieme al
primo dei due appunti numero 41, costituisce il massimo dello sforzo espressivo
del poeta, perché in questi due appunti, attraverso il racconto, si intrecciano
infiniti significati storico-religiosi che vorrebbero tendere, attraverso la
metasemiotica, alla creazione del mito.
Evidentemente per Pasolini il mito costituisce l’apice
assoluto della cultura.
Abbiamo visto che le pagine bianche non sono pagine
che l’autore banalmente non abbia avuto tempo di scrivere, ma appartengono a
quel mondo dei segni che fanno intimamente parte della letteratura. La letteratura
è l’insieme di tutti i linguaggi ma anche di tutti i segni dell’umanità.
Quindi il complesso di tutti i segni del romanzo in
questione contribuisce al significato e alla forma del romanzo. Infatti il
significato di Petrolio è essenzialmente la sua Forma: ossia uno spazio capace
di essere utile all’umanità, che possa contenerla e quindi ricrearla.
Apparentemente nulla, in questo romanzo, è privo di
senso. Nessuna pagina bianca, nessun nome, nessuna data, nessuna X, nessun
numero è messo a caso, ma tutte le miriadi di frammenti di questa polvere
cosmica al momento caotica partecipano, come veri e propri motivi letterari, al
significato del poema.
Qui, nell’appunto 101, ogni cosa partecipa ad una
tensione narrativa capace di evocare il senso di tutta la storia della
letteratura. C’è addirittura l’interpretazione folgorante di uno dei più famosi
quadri mai dipinti e fra i più analizzati al mondo ma che nessun critico d’arte
ha mai compreso. O almeno io così credo, ingenuamente.
Mai compreso perché analizzato da una critica lontana
anni luce da quel linguaggio meta-semiotico che, anche in questo caso, Pasolini
recupera alla memoria e all’umanità.
Sarà forse per questo che l’appunto precedente si
intitola “la storia di quattro critici e quattro pittori”?
Ovviamente tutto questo dovrò spiegarlo e mi costerà,
almeno spero, non molta fatica.
Anche questo appunto 101, che mi accingo a leggere e
comprendere, è la storia di una famiglia, una famiglia che ripercorre i
millenni della storia umana, una storia da ricostruire.
Sperando ancora in altri contributi sulle
"monache di Monza", qui potete leggere l'appunto 101 per darmi una
mano a districarmi specialmente sul personaggio Agostino. Ma chi è Agostino?
Nobile dell'aristocrazia nera? Personaggio fascista? Esponente della Destra
Storica? Sant'Agostino? San Paolo? Pier Paolo Pasolini che abita la sua Torre
di Chia nella Tuscia? E chi sono Laura e Adriana? E Tertulliano? Le scale a V
capovolta (capo-volta)?
- A proposito se qualcuno di vuoi conoscesse Dino
Pedriali e il dott Emanuele Trevi, vi prego di invitarli a partecipare
Grazie -
La difficoltà di questo appunto 101 sta nel collegare
tutte le stratificazioni diverse in cui si dipana. Il numero delle
stratificazioni è tale che non riesco ad ordinarle nel pensiero in
un’esposizione felice e comprensibile, la memoria diventa debole e l’impressione
è quella di non riuscire a dominare tutto il materiale, soprattutto di non
riuscire ad analizzare ulteriormente l’intero magma.
Abbiamo un primo contesto AUTOBIOGRAFICO (fino agli
ultimi giorni con Dino Pedriali)
Un secondo STORICO-FILOSOFICO
Un terzo POLITICO
Un quarto ASTRONOMICO
Un quinto PITTORICO
Un sesto ANTROPOLOGICO
Un settimo RELIGIOSO
Probabilmente avrete capito che se vi faccio delle
domande è solo perché non so cosa scrivere, e non so da dove cominciare. Cerco
disperatamente di ricevere uno spunto o una spinta da parte vostra.
Liviana Covre ha linkato un post di Piero Colussi
sulla morte di Naldini, cugino di Pasolini, di poche ore fa. Naldini mi fa
venire in mente soprattutto Zigaina che non elevava solo le braccia al celo in
segno di gioia ma soprattutto lo spirito ("alfabeto degli amici"
Naldini, 2004). Quindi partirò da Zigaina per cominciare ad analizzare
l’appunto 101, e non certo da Naldini.
Zigaina, nei suoi mirabili saggi su Pasolini, editi
dal suo amico editore Marsilio, ha più volte ribadito quanto Pasolini tenesse a
definirsi un cristiano delle origini. Del resto l’Epochè, cioè la sospensione
del giudizio difronte ad un evento come la nascita di un nuovo profeta o di una
nuova era, ci riporta in quel contesto storico appena precedente all’era
cristiana del primo secolo avanti Cristo.
E ovviamente i nomi di Tertulliano e Agostino sono
nomi fra i più grandi degli apologeti del primo cristianesimo. E qui tutto
procede.
I problemi compaiono immediatamente quando però
Pasolini descrive Agostino come ex fascista e uomo di destra. È questo è tanto
problematico che se potessimo immaginare di non essere più, come invece credo,
fra una stragrande maggioranza di persone colte e di sinistra ma, al contrario,
in un gruppo di neofascisti, avrei avuto certamente molte incitazioni e
partecipazione attiva.
Il fatto che voi siate per la maggior parte di
sinistra e per giunta abbastanza colti vi rende muti dinanzi a qualcosa che non
vi mette a vostro agio.
Sarebbe semplice ovviamente smontare le velleità
neofasciste di appropriazione, basterebbe far notare che Tertulliano e Agostino
provengono da Tunisia e Algeria e sappiamo che i neofascisti di oggi non
potrebbero digerire affatto questa realtà “culturale”.
Ma ciò, evidentemente, potrebbe bastare ai neofascisti
per desistere, ma a voi di sinistra non basta.
Allora bisogna spiegare perché qui Agostino-Pasolini è
un uomo di Destra.
In realtà lo spiega benissimo nello stesso appunto:
“La fondazione di quella grande Destra che egli — caso
probabilmente unico in una società come quella italiana — aveva così precisa e
limpida nella testa. E magari gli inevitabili legami col neofascismo, che egli
continuava a disprezzare, ma, che, nella sua strategia, non poteva essere
ignorato.”
È solo una questione “strategica”: Pasolini credeva
che anche fra le persone di destra ci fossero persone di grande valore intellettuale
(vedi caso Pound e relativa appropriazione indebita di Casa Pound che
ingenuamente scimmiotta Pasolini), e che quindi, nonostante tutto, adoperando
la loro intelligenza, avrebbero potuto comprendere e quindi funzionare
all’interno di quella stessa strategia.
L’importante è far riprendere colore a quella bandiera
italiana straniata sulla coda del DC9 e che invece dovrà sventolare alta dopo
aver letto l’appunto 102, l’appunto immediatamente successivo a questo.
C’è una certa differenza fra i primi tre racconti
dell’Epochè e i secondi tre, anzi i secondi quattro (infatti all’interno
dell’appunto 102 ci sono due racconti). Come abbiamo visto essi sono divisi da
una pagina bianca intitolata: “Appunto 100 / Storia di quattro critici e
quattro pittori”.
E la differenza consiste nella comparsa di un eroe
differente da quelli che hanno caratterizzato i primi tre racconti. Avevamo, in
questi primi tre racconti, il viaggiatore Fago, il dott. Tsushima, e lo
scrittore calabrese. Questi personaggi pur essendo riferibili tutti allo
scrittore, in senso autobiografico, restavano ancora lontani dal contesto
storico più specifico del poeta. Diciamo che i loro contesti erano ancora
preparatori rispetto alla realtà in cui lo scrittore Pasolini ha agito dagli
anni 50 agli anni 70.
Nel primo racconto abbiamo il personaggio Fago nel
deserto del Sahara.
Nel secondo il dott. Tsushima in Giappone.
Nel terzo abbiamo lo Scrittore calabrese in Calabria
(emigrato chissà dove).
A tutti questi personaggi manca qualcosa che a
Pasolini serve, anche allo stesso scrittore calabrese che sembra il più vicino
a Pasolini, manca il tratto mistico della santità.
Quindi passando all’appunto 101 / storia di un padre e
delle sue due figlie, abbiamo Agostino.
Agostino è certamente anche Sant’Agostino, San Paolo e
soprattutto Pier Paolo Pasolini.
Infatti:
Nel quarto racconto abbiamo Agostino, vicino Roma,
ritirato nella Tuscia, come Pasolini nella torre di Chia!
Una Roma di cui si ricorda l’aristocrazia nera, il
fascismo, lo specifico politico caratterizzante l’Italia.
E Agostino-Pasolini non è solo uno scrittore, un
maestro di retorica, ma è soprattutto un intellettuale. Un personaggio che a
Roma e da Roma divenne famoso nel mondo intero. Un destino che nel racconto 101
vuole riservare alle sue due figlie.
Leggendo e cercando di interpretare gli scritti di un
personaggio come Pier Paolo Pasolini, si parte chiaramente in svantaggio. Nel
senso che non conosciamo le fonti delle ispirazioni pasoliniane. E questo
svantaggio è tanto più ampio quanto è più grande la complessità dello scritto
che andiamo ad interpretare.
L’unico vantaggio che il lettore può controbilanciare
è certamente il tempo e la pazienza che egli ha a disposizione per digerire
lentamente i contenuti e fare ricerche nei contesti che man mano prendono forma
o si dissolvono come ipotesi inconsistenti.
Anche se io come lettore non ho le conoscenze
pasoliniane, nemmeno alla lontana, e non ho, a maggior ragione, la capacità di
entrare nella complessa personalità del Pasolini autore, posso però farmi delle
domande sulle parti, all’interno del testo, che ritengo incongruenti o
misteriose.
Venendo al testo in questione, appunto 101, ammesso e
non concesso che dietro Agostino si nasconda lo stesso autore Pasolini, cerco
di sintetizzare l’argomento del fascismo nel modo seguente.
Agostino era stato fascista, nel senso che lo aveva
accettato come si accetta il paternalismo di una grande Destra, ma subito dopo
il fascismo, analizzato con strumenti idonei, si era rivelato una pericolosa
(sinistra) buffonata. La fondazione di una grande Destra era il suo progetto.
Per quanto riguarda Pasolini potremmo dire le stesse
cose: Pasolini era stato fascista, nel senso che aveva indossato con una certa
disinvoltura l’uniforme fascista dei GUF. Però la fondazione di quella grande
Destra non era mai stata la sua aspirazione di vita, ma la sua aspirazione di
romanziere.
Infatti, a mio parere, l’autore non si riferisce alla
grande Destra del Regno d’Italia antecedente al fascismo.
Nel senso che Pasolini, uomo di sinistra, che era
stato in gioventù segretario della sezione del PCI di San Giovanni, una volta
diventato romanziere di enormi ambizioni, doveva assumere nel suo ultimo
romanzo Petrolio un Agostino; al fine di porlo dalla parte della vera grande
Destra. Solo in questo modo, cioè attraverso questa strategia, l’autore riesce
non solo a coinvolgere culturalmente i neofascisti ma soprattutto a guadagnare
anche la “grande Destra” - unitamente alla grande Sinistra che era già sua - in
un manufatto poetico cosmogonico.
Cos’è questo manufatto poetico cosmogonico?
Lo chiarirò, e spero lo chiariremo insieme, qui di
seguito, attraverso una comparazione fra la sintesi di una particolare
peculiarità della personalità di Sant’Agostino e una peculiarità altrettanto
particolare della personalità di Pier Paolo Pasolini.
L'opera instauratrice di Agostino, a proposito della
semiotica e della metasemiotica, è caratterizzata da un ecumenismo che si
sviluppa partendo dalla retorica per arrivare all’ermeneutica - discipline che
integra nella teoria logica del segno, la logica che riscopre i segni come
«intenzionali» e «naturali». L'autore occupa, dunque, un posto preminente nel
passaggio delle tradizioni dal mondo antico verso il Medioevo. Ma come
suggerisce Tzvetan Todorov:
«È esattamente a questo punto che diventa necessario prendere
le distanze dal destino personale di Agostino per interrogarsi sul prezzo che
ha dovuto pagare la conoscenza per poter generare la semiotica.»
Questo prezzo possiamo immaginarlo, ma il prezzo del
caso poetico pasoliniano qual è, visto che probabilmente il destino personale
di Pasolini è inscritto all’interno della sua Opera?
Eccoci, dunque, allo specifico pasoliniano che, stando
allo stesso scrittore - che lo descrive nell’appendice ad Atti impuri (Douce)
nel 1947 - si manifesta intorno ai 13 anni d’età, molto tempo prima di quei
traumi che caratterizzeranno la sua vita (morte del fratello e trasferimento a
Roma).
Ecco cosa scrive Pasolini a proposito dello scudo di
Achille descritto da Omero nell’Iliade.
«Ma entrato nella pubertà il disegno acquistò un altro
senso (Angelo è ora alle soglie del mutamento): le aspirazioni false ispirate
dall'educazione famigliare e dai maestri, mescolandosi a quelle ardentemente
fantastiche provenienti dalla lettura di Omero o di Verne, mi fornivano tutto
un mondo, un altro mondo, che io trepidante cercavo di tradurre negli ormai
odiosi fogli del mio album. È a questo punto che il discorso dovrebbe cadere
sullo scudo di Achille: quanto mi abbia fatto soffrire quel tremendo scudo sarebbe
troppo lungo e difficile dire. Fu allora che provai la prima angoscia davanti
al rapporto delle due durate così diverse fra loro quali sono la realtà e la
sua rappresentazione. Ed ero davvero malcapitato in quel canto dell’Iliade, in
cui il reale e la sua indicazione devono a quella che si definisce ingenuità
epica una fusione che par fatta apposta per condurre
alla disperazione quel ragazzo troppo pauroso di non capire che io ero. I
prestiti reciproci tra i buoi i giudici le fanciulle veri e i buoi
i giudici le fanciulle finti, erano qualcosa come un ondeggiamento che rendeva
ossessiva la mia perplessità. Ricordo che un giorno suddivisi un foglio in
dieci spicchi, e vi figurai la creazione del mondo: avevo appena tredici anni,
e abitavo a Cremona. La cucina era il teatro delle mie avventurose manovre
mentali , e mi vedeva chino su quel foglio , da null'altro assillato che dal
puro problema del rapporto tra il reale e il finto. »
E dobbiamo anche renderci conto che, per quanto sia
innovativo e vitale tutto questo da un punto di vista linguistico, è purtroppo
molto difficile parlarne. E a questo proposito, sempre il nostro Todorov,
chiarisce la tragica questione come segue.
«Più l'attività simbolizzante è intensa, più produce
quell'anticorpo che è l'affermazione metasimbolica secondo cui il simbolo ci è
sconosciuto. Fatte le debite proporzioni, così come non si è voluto ammettere
che la terra non è il centro dell'universo, o che l'uomo proviene dagli
animali, e che la ragione non è la sola padrona dei suoi gesti, si afferma che
il linguaggio è il solo modo di rappresentazione e che questo linguaggio è
fatto soltanto di segni, in senso ristretto, quindi di logica, quindi di
ragione. Più esattamente, dato che è difficile ignorare completamente il
simbolo, dichiariamo che noi, uomini adulti e normali dell'Occidente
contemporaneo, siamo esenti dalle debolezze legate al pensiero simbolico, e che
questo esiste soltanto presso gli altri: gli animali, i bambini, le donne, i
pazzi, i poeti ( questi pazzi inoffensivi), i selvaggi, gli antichi, i quali
invece non conoscono che questo. Ne risulta una curiosa situazione: per secoli,
gli uomini hanno descritto i loro simboli, ma pretendendo di osservare i segni
degli altri. C'è da credere che una censura vigilante autorizzasse a parlare
del simbolico soltanto ricorrendo a termini di copertura, come «follia»,
«infanzia», «selvaggi», «preistoria». Un tabù territoriale (i selvaggi),
temporale (gli ominidi e i bambini), biologico (gli animali e le donne) o
ideologico (i pazzi e gli artisti) ha impedito di ammettere il simbolico nella
nostra vita e, in particolar modo, nella nostra lingua. Ora - questa sarà la
mia tesi - le descrizioni del segno «selvaggio » ( quello degli altri) sono
descrizioni selvagge del simbolo (il nostro)»
L’angoscia di un Pasolini tredicenne alle prese con il
disegno dello scudo di Achille, attraverso la lettura dell’Iliade di Omero, è
l’angoscia di chi si rispecchia come Narciso nell’Oceano, cioè nel luogo dove
comincia e finisce la vita, e dove spesso albeggia e tramonta il sole. Tale
angoscia deriva dall’aver comparato la profondità dell’Oceano, i suoi profondi
abissi spazio-temporali, direttamente con sé stesso. È come scoprire
improvvisamente la corrispondenza fra la propria psiche e il cosmo come rappresentazione.
Infatti è Pasolini stesso a dirlo in quello stesso brano:
“par fatta apposta per condurre alla disperazione
quel ragazzo troppo pauroso di non capire che io ero” [mio
il grassetto]
Ma cerchiamo di chiarirlo ancora meglio attraverso
alcune citazioni
Schelling:
Nel simbolo, «il finito è insieme l'infinito
stesso, e non lo significa soltanto»
Moritz:
“a buon diritto queste rappresentazioni noi le
chiamiamo simboliche( ... ) È la cosa, senza essere la cosa, è comunque la
cosa, un'immagine riassunta nello specchio della mente e comunque identica
all'oggetto”
Todorov:
In questo caso il gesto [per Pasolini quello di
disegnare] non è altro che il lavoro cominciato nell'aria all'esterno, e il
concetto manuale rivivificato all'interno. È quindi il linguaggio naturale.
Giacché qui non vi è nessuna convenzione. Il segno è il segno naturale, poiché
è il significato stesso.
Goethe :
La simbolica trasforma il fenomeno in idea, l'idea in
immagine, e in modo tale che l'idea rimanga sempre infinitamente attiva e inaccessibile
nell’immagine e che, pur se detta in tutte le lingue, rimanga indicibile.
Novalis:
[Nei] veri ed autentici simboli ( ... )
pur partendo da oggetti semplici e naturali ( ... ) si arriva alle idee che non
si conoscevano prima, che rimangono eternamente inafferrabili in sé stesse,
senza che si spoglino, sia pur di poco, della loro individualità e della loro
propria natura. ( ... ) Infatti è proprio del simbolo che la rappresentazione e
il rappresentato, in costante scambio reciproco, incitino e costringano la
mente ad indugiare più a lungo e a penetrare più profondamente.
Schlegel:
Secondo Schelling «l'infinito rappresentato in modo
finito è la bellezza» definizione in cui, come è giusto, è già contenuto il
sublime. Su questo io sono pienamente d'accordo; vorrei soltanto formulare
meglio questa espressione: il bello è una rappresentazione simbolica
dell'infinito. Così, infatti, diviene al tempo stesso chiaro come l'infinito
possa comparire nel finito (...) Come può l'infinito essere portato alla superficie,
apparire? Solo simbolicamente, in immagini e segni ( ... ) Fare poesia (nel
senso più largo del poetico che si trova alla base di tutte le arti) non è
nient'altro che un eterno simbolizzare.
È in sostanza una sorta di annullamento del linguaggio
che trasmigra direttamente a livello dell’azione e del corpo.
Scrive Pasolini in una delle sue più famose poesie
Perciò io vorrei soltanto vivere
pur essendo poeta
perché la vita si esprime anche solo con sé stessa.
Vorrei esprimermi con gli esempi.
Gettare il mio corpo nella lotta.
Ma se le azioni della vita sono espressive,
anche l’espressione è azione.
Ovviamente qui per "vivere" ed
"esprimersi" si intende "vivere" ed "esprimersi"
eternamente.
In questa stessa poesia egli esprime il desiderio di
andare a vivere nella Torre di Viterbo, nella Tuscia, a scrivere musica, in
quanto la musica è un’arte che si esprime con la sua stessa azione. Ma in
questa poesia troviamo, oltre alla Tuscia (topos che ci riguarda direttamente
per l’analisi dell’appunto 101 in questione), anche una forte assonanza con la
citazione di Sant’Agostino e San Paolo, dello stesso appunto 101. Qui il costo
del cambiamento di “stile” come invenzione di un nuovo linguaggio traspare
plasticamente.
Lo dice Sant’Agostino: "Non unitevi con le
parole, ma unitevi con la parola fatta carne" (De spiritu et littera),
ricordandosi, evidentemente di San Paolo: "... poiché è evidente che siete
una lettera di Cristo, redatta da noi suoi ministri e scritta non già con
inchiostro, bensì con lo spirito di Dio vivo: non su tavole di pietra, ma su
tavole che sono i vostri cuori di carne" (II Corinti, iii , 3). [Appunto
101]
La “parola fatta carne” è l’azione stessa che quando
diventa “esempio” è anche “mito” o “simbolo”. Per quello che riguarda poi “la
lettera di Cristo” sembrerebbe proprio un’allegoria - un’allusione al suo
romanzo, un tentativo di descrivere l’umanità attraverso il linguaggio dei
segni e dei simboli, ossia attraverso il mito, anche quello di Cristo.
La parte generale è quasi completa, adesso mancano
tutti i particolari, gli infiniti topos dei contesti specifici: personaggi,
luoghi, nomi, cognomi, numeri, stili architettonici, e molto altro ancora.
Potrei tagliare la testa al toro dicendo, senza
spiegarlo, che il numero dell’appunto 101 è, semplicemente, un geroglifico. E,
inoltre, aggiungere che lo è in un senso quasi letterale, nella misura in cui l’Olivetti
“lettera 22”, macchina da scrivere di Pasolini, poteva rappresentarlo. E in
questo modo avrei “spiegato” in poche parole tutto il romanzo senza sprecare
energie.
Sono invece determinato, dalla posizione in cui mi
trovo, a spiegarlo ma anche a mettere dei confini precisi a quello che dirò.
Questi confini si determinano autonomamente a causa dei miei limiti personali
ma sono determinati anche dalla mia volontà di focalizzare l’Epochè.
Ovviamente devo almeno accennare al riguardo dei
collegamenti formali fra l’Epochè e tutto il romanzo, e allora, dovendo solo
accennare, non potrò riscrivere le centinaia di pagine che ho scritto altrove.
Il secondo ambito sul quale dovrò accennare senza approfondire
è purtroppo proprio all’interno di questo appunto 101, e riguarda soprattutto
l’ambito storico.
Nella storia dell’Appunto 99, immediatamente
precedente a quella che trattiamo adesso (101), Pasolini, come ho già chiarito,
dice tutto nei minimi dettagli ma non dà nessuna prova che questa sua “volontà”
sia stata realmente portata a compimento. Mentre invece nel 101 avremo, alla
fine della mia analisi, una prova, riconfermata poi nell’appunto 103 che narra
di un giornalista morto in Nepal. In più questo appunto 101 si riallaccia al 41
dove l’autore usa la stessa tecnica della creazione del mito attraverso la
simbologia e, anche qui, nel 41, trae ispirazione da un brano di Ernesto De
Martino, come avviene anche nell’appunto 101. E, invece di farsi ispirare da
Agostino, trae spunto da un altro linguista-filosofo (ma senza dichiararlo),
Wittgenstein. Anche in questo appunto 41, come nel 101, c’è un prepotente
protagonismo della luna.
Un altro appunto a cui si riallaccia all’Epochè in
modo intenso, oltre al 41, è certamente l’Appunto 55, nel qual la parola luna
appare innumerevoli volte. In questo appunto si descrive, attraverso la
ripetitività dell’atto sessuale, e quindi attraverso la strategia dell’imitazione
musicale, la forma numerica e simbolica del romanzo il cui protagonista
nascosto è Ermes. Questa forma si basa esclusivamente sulla biografia
dell’autore. Inoltre l’autore allude al linguaggio dei segni e alla nascita
dell’uso dei segni.
Tutti gli Appunti di questo romanzo hanno la loro
importanza, certamente quelli dell’Epochè insieme al 41 e al 55 sono i più
significativi, ma su altri due egualmente fondamentali potremmo approfondire
con grande difficoltà o, addirittura, non potremmo approfondire affatto. Mi
riferisco agli appunti 33 e 133.
Leggendo gli appunti 99 e 101 possiamo comprendere che
l’autore è morto, ha deciso di lasciare la scena, e gli appunti 33 (pagina
vuota nell’edizione Einaudi e Mondadori) e l’appunto 133 (scritto che non si
può ricollegare al 33 dove nulla appare scritto) dovrebbero essere estremamente
fondamentali per la lettura del romanzo. Ecco il motivo per una ristampa
ANASTATICA.
L’Epochè comincia al numero 98, almeno lì c’è il primo
racconto, infatti il 97 è solo un’introduzione e non porta l’appellativo
“Epochè”. Dal 98 fino alla fine del Romanzo i numeri in successione ci sono
tutti, non c’è nessun numero che manca all’appello. Invece nella parte
precedente e cioè dal numero 1 al 97 i numeri che mancano sono molti. Anche attraverso
questa differenza formale si comprende il senso dei numeri e di conseguenza si
comprende che l’autore è morto, e lo ha annunciato.
Adesso possiamo passare ad analizzare l’aspetto del
contesto storico della storia del 101 e anche delle sue ulteriori embricazioni
storiche e contestuali.
I nomi proprio Agostino e Tertulliano, insieme alle
citazioni di San Paolo e Sant’Agostino introducono la tematica del
cristianesimo all’interno dell’Epochè: il dio di Saulo (appunto 99) che diventa
il dio di San Paolo. Agostino e Tertulliano sono apologeti cristiani e i
cristiani delle origini, come Zigaina ha ricordato, sono cari a Pasolini. Ma
Tertulliano oltre ad essere stato apologeta cristiano fu anche in gioventù
iniziato al mitraismo.
Robert Graves scrive nel suo testo “La dea bianca”.
"-Anche gli dèi solari Dioniso, Apollo e Mithra
erano tutti nati nel solstizio d’inverno, e in questo periodo dell’anno la
Chiesa cristiana, nel 273, pose la festa della Natività di Gesù. Un secolo più
tardi san Giovanni Crisostomo scriveva che questa data era stata scelta perché
“i cristiani potessero compiere le loro celebrazioni sacre senza molestia,
essendo i pagani impegnati nei loro riti idolatri”, ma la dichiarava anche
eminentemente adatta per colui che era “il Sole della Giustizia”-"
Ovviamente la faccenda si complica su Agostino che
oltre ad essere un santo è anche l’istitutore della semiologia. E come se non
bastasse il nome Agostino è accostato al cognome Borghese. Abbiamo, quindi, da
una parte tutta la teologia cristiana, la filosofia e la letteratura e
dall’altra una famiglia che oltre ad essere stata influente sulla storia
d’Italia per secoli ha anche accumulato una collezione d’arte che non ha pari
al modo, dalla quale è nato anche il Louvre di Parigi.
Quindi come Pasolini avvertiva nel titolo e pagina
bianca dell’appunto 100, immediatamente precedente, questa è la “Storia di
quattro critici e quattro pittori”. Ma il numero 4 è solo in riferimento al
quarto stadio del mistero di Mitra (un rito solare) - di fatti qui, altro che
quattro, anche mille non sarebbero sufficienti. Il brulichio dei corpi
dell'umanità dell'appunto 99, qui, nel 101, diventa il brulichio della sua
produzione culturale. Un altro brulichio che corrisponde alla forma del poema
Petrolio.
Un certo signor Antonio Novelli ha postato una foto su
questo gruppo, descrivendola come tratta dal Decameron di Pasolini, a quanto
pare era una foto dove lo stesso signor Novelli faceva la comparsa e reggeva la
chiesa. Lui ha scritto “reggevo la chiesa di Santa Chiara a Napoli” (ovviamente
era la Chiesa e non una chiesa), la chiesa dove Pasolini, nello stesso film,
interpretava un allievo o lo stesso Giotto. La foto non si vedeva, ma io l’ho
trovata e inserita nella chat, dopodiché tutto è svanito nel nulla, pare che
Novelli abbia cancellato tutto.
Oggi 19/09/2020, è San Gennaro e come tradizione vuole
c’è stato il miracolo. Questa volta nel Duomo ovviamente, la processione a
Santa Chiara con la traslazione delle reliquie si svolge il sabato precedente
alla prima domenica di maggio, e oggi, come accade sovente, il sangue era già
sciolto. Il primo maggio 1976, a Santa Chiara, il miracolo non ci fu,
avvenimento più unico che raro, e non ci fu per i successivi 8 giorni. Il
miracolo avviene il 19 settembre, il primo sabato precedente alla prima
domenica di maggio, e il 16 dicembre (giorno in cui nel 1631 San Gennaro fermò
la lava del Vesuvio) . Sarei curioso di sapere se nello stesso giorno che il
presidente Giovanni Leone conferì il “premio Pirandello per il Teatro” a Eduardo
De Filippo, 16 dicembre 1975, San Gennaro abbia fatto o meno il suo miracolo.
A proposito della forma brulicante ho allegato il
quadro di Micco Spataro che rappresenta proprio il miracolo del 16 dicembre del
1631. Con tutti i fedeli: straccioni, appestati, battenti, confraternite,
accompagnati dal viceré e dall’arcivescovo e tutti alle prese con la
processione del santo che dovrà salvare la città di Napoli dall’eruzione del
Vesuvio.
Con queste descrizioni cerco di mettere a fuoco il
termine pasoliniano brulicante soprattutto in riferimento alla parola magma.
Per questo aggiungo un brano di Pasolini del 1961 tratto da “Reame di Napoli”.
Questo brano ci aiuterà ad accennare anche all’appunto dell’Epochè numero 102.
«REAME DI NAPOLI
Che dolore occuparsi delle testimonianze di questo
Reame: e, insieme, che greve gioia. Più, questi testimoni, le raccontano
grosse, più la loro prosa si fa grassa. «Per mio flagello mi trovo in questa
stanza senza cacatoio. Piscio senza reverenza dentro una pignatta, per penuria de'
pitali ... » (Marino). E poi c'è sempre una abbietta, servile, sbracata
invocazione alla Madonna, alla Santissima Vergine: l'unto spagnolesco e
borbonico, la fifa della ruota. Feci, stracci, cadaveri e pestilenze: con
questo materiale fetente il letterato umanistico costruisce prose di estrema
raffinatezza (Basile): lo arriccia, lo pettina, lo scolpisce, ne fa regge
stilistiche, asimmetriche, magmatiche.
È l'unico materiale a sua disposizione, i sensi non
accepiscono
altro: nella gloria sensuale del Sud pare che non si
possa coltivare altro che questa oggettività fecale, frolla, decomposta. Il
mondo è quello lì. Voglio dire l'ambiente, l'oggetto del realismo. Il
letterato, umanista , ne è come assorbito: aggredito con tale violenza, che il
suo umanesimo, sottoprodotto d'imitazione, non può che mettersene al servizio,
riceverlo senza dominarlo, lasciandolo informe: si limita a esorcizzarlo, cioè
a prenderlo con spirito mimetico, passivo, quasi adulatorio: fino a farne un
oggetto estremamente letterario. Non per niente siamo nel centro del barocco.
«La distinzione delle classi non mi è mai entrata in capo» (De Sanctis). Certo:
la miseria generale dà una vicinanza fisica alle classi che quasi ne abolisce
la distinzione (naturalmente nel momento estetico ). Così troviamo sempre il
picaro e il letterato a braccetto, spalla a spalla, come due compari. Il picaro
è un letterato in potenza, il letterato sa tutto del picaro: dalla sua astuzia
più raffinata e ruffiana alla sua debolezza più sordida e penosa. Sono due commensali
che fanno un solo pasto.
Il realismo creaturale - non c'è altro nella calda
epicadella miseria degli stati del Sud - non solo è, per sua natura, privo di
pietà (c'è del finto pietismo, mescolato alle proteste di fede confessionale),
ma anche di bonomia, di paternalismo. Il letterato non è il buon padre della
sua creatura , vivente tra gli stracci: ma ne è il simpatetico interprete, il
cugino mimetico. Terrori da torturati e intrepidezze da trivio, sono condivisi.
Quello che conta è il brulichio, un verme di mille vermi:
Io chiammo Grazio, Ciullo e Menechiello,
E Cola , e Ciccio, e Rienzo e Pascariello ...
Il dialetto non poteva non irrompere lutulento e quasi
fisicamente caldo dentro questi linguaggi uniti dalla costante della miseria sociale:
dall'iterarsi di una identica situazione letteratura-vita in secoli di storia.
Quando non è così, o si ha il prodotto popolare o
l'umanesimo allo stato puro, la retorica umanistica, asettica e ageografica, in
pensi di disperata imitazione toscana (con in fondo in fondo l'umanesimo vero,
il classicismo in natura).»
Pare che questa oggettività fecale sia stata usata
alla lettera da Pasolini nell’appunto 102
Sto cercando di descrivere l’aspetto generale del
particolare oggetto letterario Pasoliniano. Partire da una panoramica generale
dopo aver descritto anche i particolari dei racconti dell’Epochè che precedono
questo è stato più facile.
Attraverso questa descrizione generale ho cercato di
amplificare il concetto di forma brulicante, una forma viva, femminile, un
magma, un mare, ma anche lo spazio con i suoi astri, rappresentato nell’appunto
102a, e anche fecale, quello che riguarda esclusivamente l’appunto 102.
Quindi il magma dell’umanità, della sua produzione
(artistica o fecale che sia), ma anche della terra e del cielo, cioè il magma
di un cratere vulcanico o la volta celeste con i suoi astri. Parliamo dunque
della rappresentazione spazio-temporale del cosmo, un cosmo inteso come interno
o esterno a seconda del punto di vista dell’osservatore, e, quindi, che
contiene anche l’interno oltre a ciò che c’è intorno a noi, cioè oltre alle
sole assi spazio-temporali. Una sorta di buco nero che attira tutto cioè che
esiste e che può distruggerlo ma anche ricrearlo. Una sorta di leviatano o di
caos, che può essere anche cosmo, la materia di cui l’autore si nutre.
Come dicevo Pasolini è riuscito, unendo un nome
(Agostino) ad un cognome (Borghese), a creare un brulichio storico culturale
sorprendente. Agostino come istitutore della semiologia e i Borghese come
collezionisti di opere d’arte.
E se il nome Agostino accostato a quello di San Paolo
ci suggeriscono il filo autobiografico che conduce all’autore, anche il nome dei
Borghese ci offrono questo filo, anzi in questo caso è una vera e propria
corda. Una corda che vuole alludere alla Nobiltà dell’autore.
Arriviamo a comprendere questo dai tropi geografici
che l’autore ci offre all’interno del 101. Questi tropi geografici sono tre: la
capitale, la Tuscia e l’isola Borghese. Solo il tropo “Isola Borghese” è
specifico di un luogo preciso ma gli altri due sono invece corroborati, come
esplicazione ulteriore, da alcuni elementi architettonici che l’autore
descrive: “palazzotti dalle scalinate esterne a v rovesciata”, e poi “uno
scultore ‘bambocciante', aveva ricavato una fontana con dei personaggi mitici a
‘trompe-l’œil’.”
La V rovesciata e lo stile ‘trope- l’œil’ ci diranno
qualcosa in più dopo.
Adesso se associamo il cognome Borghese ai luoghi,
potrebbero venir fuori, oltre al luogo specificato precisamente dallo stesso
autore quando scrive “isola Borghese” - ma che si trova fuori contesto, cioè
non si trova nella Tuscia ma a molti chilometri di distanza e cioè sul Lago di
Garda – anche il luogo della capitale (Roma), e in questo caso il luogo
potrebbe essere certamente “Palazzo Borghese”, mentre l’altro nella Tuscia
dovrebbe essere proprio la Torre di Chia, appartenuta agli Orsini, ai Lante
della Rovere, ai Borghese e a Pier Paolo Pasolini.
Pasolini, dunque, entra a far parte della lista dei
“Nobili” che furono i proprietari della fortezza, famiglia Borghese compresa.
Lo stile a V rovesciata riguarda le finestre della
fortezza di Chia e non riguarda il palazzo Borghese ma riguarda invece la
Galleria Borghese, che ha infatti le scale a V rovesciata. Cioè riguarda il
palazzo che ospitò le opere d’arte provenienti dal Palazzo Borghese agli inizi
del ‘900.
Quindi Pasolini mette l’accento su due proprietà e
cioè la Galleria Borghese e la Torre di Chia, due proprietà che furono dei
Borghese.
La torre di Chia è una fortezza, questo lo dobbiamo
tenere a mente per metterlo in relazione con il bunker di cui parla in
Gennariello (articoli pedagogici per un ragazzo napoletano) dove Pasolini
accenna al linguaggio delle cose che cambia nella storia ("o munn'
cagna"), e al manufatto cosmogonico che sto cercando di sviscerare con
questa analisi. Lo stile ‘trope- l’œil’ si riferisce ai ruderi della Torre di
Chia e soprattutto alle foto di Pedriali che in quella Torre fotografò Pasolini
sia vestito che nudo, qui ne vediamo una: Pasolini che come un novello Mitra
esce dalla roccia della sua caverna di pietra.
Crimi non si è accontentato del fatto che gli italiani
disinformati, tagliandosi le dita, abbiamo votato "si" e, quindi, che
il si abbia vinto (era scontato). Ma, attraverso una dichiarazione ufficiale,
ha inviato un'implicita minaccia mafiosa, nemmeno tanto nascosta, a
Radioradicale, cioè al Partito Radicale. (dopo ve la farò ascoltare)
Questa mia osservazione squisitamente politica
introduce la prossima analisi dell'appunto 101. Avrei voluto parlare prima,
brevemente, del Pasolini-Caravaggio. Invece parlerò prima del
Pasolini-Politico.
Crimi mi ha fatto cambiare idea riguardo l’ordine di
esposizione delle embricazioni di significato dell’appunto 101.
Avrei voluto accennare ad un argomento più breve e
lineare, che è il problema Pasolini-Caravaggio, ma affronterò prima quello
difficile: il Pasolini-Politico.
Il problema delle embricazioni politiche dell’appunto
101, a cui ho accennato parlando provocatoriamente della Destra Storica, del
Fascismo e del neo Fascismo - evocati dal personaggio Agostino - a differenza
del tema caravaggesco, non può essere ignorato nella trattazione. E nonostante
la mia ignoranza in materia, questa certamente “cosmica”, dovrò comunque
disegnarne almeno i confini.
Il motivo per il quale non si può fare a meno di
ignorare il fatto Politico deriva da una ragione formale inerente al testo in
questione, precisamente deriva dal fatto che Pasolini ad un certo punto nomina
«l’Isola Borghese» che è in realtà «l’Isola del Garda».
Nominando tale proprietà, l’embricazione storica,
sprofondando nei secoli, parrebbe offrire orizzonti ancora più inesplorati, che
partono dall’epoca romana (Insula Cranie) e passano per Federico Barbarossa,
San Francesco d’Assisi, sant’Antonio di Padova, Dante Alighieri («Loco è nel
mezzo là dove 'l trentino / pastore e quel di Brescia e 'l veronese / segnar
poria, s'e' fesse quel cammino», Inferno, Canto XX), san Bernardino da Siena,
Napoleone Bonaparte…
È ovvio che Pasolini non può sprofondare il lettore in
questo mare magnum senza offrirgli almeno un appiglio per non affondare. Come
sarebbe altrettanto assurdo che l’autore imponesse al lettore di conoscere a
menadito tutte le opere d’arte della Galleria Borghese, fra le quali (è bene
dirlo) ci sono anche le tele del Caravaggio.
Le sponde che salvano il lettore dal “lago di Garda”
sono certamente due, da una parte il proprietario della villa - ovviamente è
uno della famiglia Borghese del ramo romano – e dall’altra la tematica generale
del racconto del 101, cioè il matrimonio per interesse, e specificamente
interesse nobiliare. Cioè una tematica caratteristica della letteratura
ottocentesca (Verga, Manzoni, De Roberto) e del romanzo storico ottocentesco. E
per essere onesti bisogna dire che, nel caso specifico, fu certamente
matrimonio d’amore ma scaturito principalmente dall’interesse.
Il personaggio in questione, quindi, non può essere
altri che Scipione Borghese, che ereditò l'Isola da sua moglie, Ina de Ferrari,
figlia della principessa russa d’Annenkoff (probabilmente illegittima dello
Zar) e del genovese duca De Ferrari (imprenditore e finanziere annobiliato nel
1872). E questa volta il perseguitato dalla famiglia affinché trovi, prima che
sia troppo tardi, qualche nobile consorte che possa salvare le sorti della
dinastia Borghese è un uomo nel pieno della sua giovinezza, il suo nome, come
ho detto è Scipione Borghese. Il principe sfogandosi con sua madre scrive «Né
papà, né nessuno degli zii si sono trovati a 22 anni a fare questo mestiere,
(cacciatore di ereditiere) rispetto al quale, compreso quello di pulire le
fogne, sono gioielli di mestiere».
I motivi strategici per cui Pasolini usa questo
stupendo personaggio dell’élites degli inizi del XX secolo sono molti e ne farò
un elenco preciso.
Ma non perdiamo di vista i nostri confini: tutte
queste embricazioni rientrano nel significato generale di Petrolio e nella
tematica del racconto del 101.
Indubbiamente Pasolini sceglie bene il suo personaggio
Agostino.
E quando dice che il suo cognome è “Borghese” gli
basta solo aggiungere il luogo dell'Isola del Garda, l’”Isola Borghese”, per far
scattare, diciamolo pure, la dichiarata e cosciente paranoia del suo
nevrotico lettore.
Tanto che, codesto lettore, lascia immediatamente San
Paolo, Sant’Agostino e la semiologia per tuffarsi direttamente nelle analogie
fra il personaggio Agostino-Pasolini e quello appena scoperto, Scipione
Borghese, divenuto proprietario dell’Isola del Garda dopo il matrimonio con la
duchessa Anna Maria De Ferrari.
1) Il suo cognome è Borghese, come Agostino
2) Scipione appartiene alla nobiltà nera, come
Agostino
3) Ha fatto un matrimonio d’interesse (attinente alla
tematica del racconto, in cui il genitore Agostino decide per il futuro delle
figlie)
4) Diventa vedovo (la moglie muore annegata nel Lago
di Garda), come Agostino
5) Ha due figlie , come Agostino
6) Una delle due figlie si chiama Santa, questo ci
ricorda la santità di una delle due figlie di Agostino.
7) Scipione è un’intellettuale, come Agostino, come
Pasolini
8) Muore a 56 anni, un’età prossima a quella di
Pasolini
Ovvio che qui il caso ha fatto bene le cose, con la
sola eccezione della scelta dell’autore che approfittando del caso crea
la sua storia.
Ma le relazioni significanti non si fermano qui,
queste sopra elencate sono solo il punto da cui parte l’autore per
riallacciarsi all’intero romanzo attraverso tutta la storia italiana, dalla
breccia di Porta Pia fino alla sua morte, quella dell'autore.
Un romanzo, quello di Pasolini, che ha come motivo
primo l’Italia di suo fratello partigiano.
Il principe Scipione Borghese era principe di Sulmona
e questo titolo nobiliare fu creato da Carlo V, nei tempi in cui il Regno di
Napoli divenne una provincia il cui governo si era spostato altrove (come
ricorda Benedetto Croce nella “Storia del regno di Napoli" e Pier Paolo
Pasolini in “Gennariello”).
E Carlo V, re di Napoli nonché imperatore del Sacro
Romano Impero, insignì, nel 1526, di tale titolo, Carlo di Lannoy, come
riconoscimento del buon governo svolto in qualità di vicerè di Napoli. Perché
come ricorda sempre il Croce, quel breve periodo fu ricordato come l’epoca
d’oro del viceregno, periodo in cui si contano gli unici vicerè non spagnoli.
I principi Lannoy finirono nel 1604 e così il titolo
nobiliare del principato di Sulmona venne ricreato da Filippo III re di Spagna
e del regno di Napoli, per il nipote di papa Paolo V (Camillo Borghese),
Marcantonio II Borghese. Filippo III vendette il principato e la città di
Sulmona alla famiglia Borghese. Tale titolo fu poi riconosciuto ai Borghese
anche dal nuovo Regno d’Italia.
E quindi abbiamo trovato un altro elemento, se pur
lontano, per l’ipotesi che Pasolini, nonostante tutte le apparenze e
resistenze, avesse letto “I Viceré” di De Roberto e che quindi abbia voluto
riconoscerne, in questo appunto 101, il grande valore letterario e, nello
specifico, di romanzo storico di capitale e fondamentale importanza per tutta
letteratura italiana. Al contrario di quanto fece, per motivi politici e di
convenienza, lo stesso Benedetto Croce.
Ricordo che gli elementi di cui sopra sono
innanzitutto la tematica del potere repressivo genitoriale sulle scelte dei
figli, lo stemma nobiliare e il suo linguaggio meta-semiotico, e, adesso, anche
la correlazione storica fra i Borghese, i Re e i viceré del regno di Napoli.
Per finire: tutto questo anche in rapporto a Papa
Paolo V, Camillo Borghese, zio del cardinale Scipione Borghese (grande
estimatore del Caravaggio in vita) che creò l’omonima villa. Villa che Pasolini
indica implicitamente nell’appunto 101 parlando di palazzi seicenteschi con
scale a V rovesciata.
Ma torniamo nuovamente all’800.
Scipione Borghese, nato in Toscana, decimo principe di
Sulmona, dovette studiare nell’accademia militare di Torino a causa della crisi
economica famigliare, fu inoltre viaggiatore, esploratore, alpinista, pilota
automobilistico (nel 1907 vinse al raid Pechino-Parigi), tenente colonnello
(medaglia d’argento, medaglia di bronzo e due croci di guerra), fondò la
rivista Lo Spettatore e fu inoltre uomo politico e
deputato del regno d’Italia. Egli nacque nel febbraio del 1871, pochi mesi
prima della breccia di Porta Pia.
Suo nonno, Marcantonio V, nato invece a Parigi, era
nipote di Camillo Borghese cognato di Napoleone Bonaparte (costrinse Camillo a
vendere alla Francia 344 pezzi della collezione Borghese), fu membro del
Consiglio della Cassa di Risparmio, grande azionista della Banca Romana, fu
presidente (col Regno d’Italia nel 1876) della Banca Generale di Roma,
firmatario con Depretis per la costruzione delle società ferroviarie Adriatica
e Mediterranea. Con il figlio Paolo (padre di Scipione) ebbe un posto da
protagonista nel piano regolatore della capitale. Gli zii Francesco (fondatore
del Banco di Roma), Felice (dirigente della Società Molini e Magazzini) e il
padre (fra gli amministratori della banca Industriale e la banca Artistico
Operaia) partecipavano a tutte le iniziative economiche e commerciali di Roma
capitale.
La casata dei Borghese, affatto belligerante con i
Savoia, si distanziò dagli aristocratici neri più intransigenti come il
principe Filippo Lancellotti o come il duca Scipione Salviati, ottenendo
l’appoggio del ministro di Real Casa Urbano Rattazzi Jr.
Cioè una di quelle famiglie nobili piemontesi che
Pasolini, attraverso versi sparsi – inseriti in Petrolio - delle poesie di
Guido Gozzano (antagonista di D’Annunzio), cita alla pag. 58 dell’edizione
Einaudi.
…………………..……….. Casa Ansaldo
Casa Rattazzi, Casa D’Azeglio, Casa Oddone
Cioè quelle famiglie che fecero man bassa sui
cittadini dell’ex regno delle due Sicilie, dell’ex Stato Pontificio, e di tutto
il Regno d’Italia in accordo con i nobili locali.
E infatti, poco tempo dopo, con la crisi del 1887,
quell’appoggio del Rattazzi divenne insufficiente per salvare dalla rovina la
famiglia Borghese già coinvolta nel disastro speculativo di villa Ludovisi che
fu rasa al suolo. Crisi e scandalo che coinvolse gran parte del parlamento,
ministri, giornalisti e anche regnanti come Umberto I che proprio del Rattazzi
si servì per trasferimenti all’estero che finanziavano i suoi, potremmo dire
“rattazziamienti”, pruriti libidinosi.
Quindi coinvolse un vero e proprio “brulichio” di
borghesia e nobiltà, a danno del “brulichio plebeo”. Tutto quel brulichio
borghese che Pasolini rappresenta in Carlo, protagonista di Petrolio, dal quale
il dato autobiografico è tratto in salvo dalla scissione in due del personaggio
Carlo I. Quindi tutte le avventure sessuali di Carlo, almeno nella parte più
inaccettabile e raccapricciante, appartengono tutte a Carlo Alberto, non a
Pasolini, cioè uno che aveva il nome del padre di Pier Paolo Pasolini ma che
non gli somigliava affatto, perché quello era anche il nome, o soprattutto il
nome, del padre del primo re d’Italia, Vittorio Emanuele II, figlio di Carlo
Alberto. Così Pasolini disegna l’ombra del suo personaggio: cioè attraverso la
nascita della nobiltà regnante dell’Italia unita, che porterà al fascismo e
successivamente anche al neofascismo. La bandiera straniata del DC 9
dell’Alitalia, agli occhi dello spaesato lettore, acquista ulteriori elementi
di significato.
La speculazione edilizia, che all’epoca si mascherava
con il nome di “Risanamento”, non portò solo alla rovina dei Borghese, ma alla
rovina dell’Italia, di Roma e di Napoli. E il sud pagò con un’emigrazione, pari
solo a quella dei nostri giorni, il pareggio di bilancio degli anni
immediatamente successivi.
Le masse di operai edili che invasero la capitale
all’epoca del risanamento non ebbero mai diritto di alloggio, passarono le loro
notti al diaccio a migliaia, per anni, poi, quando l’ingranaggio venne fermato
dalla crisi, ebbero il ben servito, un foglio di via che li rispedì a “casa
loro” con la forza, come cittadini stranieri. I “cafoni” andarono via e
restarono solo i “buzzurri”, cioè gli italiani.
Invece la città di Napoli fu sventrata, Santa Lucia fu
completamente evacuata, espropriata, rasa al suolo. Fra cui anche la fortezza
del Carmine del XIV secolo che tanta parte ebbe nella storia del regno di
Napoli (anche con Masaniello e la brevissima SPQN), venne squarciata per far passare
la nuova strada della marina. Con danno enorme all’identità delle migliaia di
cittadini napoletani e della cultura arcaica che caratterizzava quei luoghi.
Qui c’è da sottolineare che Pasolini ricorda più di
una volta, nei suoi saggi sulla lingua, “O Luciano ddo rré”, la poesia di
Ferdinando Russo che dà voce proprio a quell’identità luciana perduta per
sempre, e che, sempre Pasolini, ricorda anche in “Gennariello” usando la tipica
frase di quel Luciano che ricorda il suo re Ferdinando e la sua Santa Lucia
ormai perduti per sempre: “’O munn’ cagna”!
Tutto il popolo luciano che occupava da millenni
quella “Napoli verace” fu lasciato per strada come un rifiuto, e la Società del
Risanamento, sbucata dal nulla perché inventata alla bisogna rigorosamente milanese,
eresse palazzoni per la borghesia e per le tasche loro, come fanno oggi i
cinesi in Africa («tutto deve cambiare perché tutto resti come prima»), su
tutti i chilometri del novello e savoiardo Corso Umberto I.
“Si pensi a corso Vittorio Emanuele II [a
Roma]: come abbiamo visto, la strada più grande, più impegnativa e più
tipica realizzata in quegli anni. Il quartiere del Rinascimento è attraversato dal
corso, che ne diventa topograficamente l'asse, filtrato attraverso una barriera
di impettiti palazzi ad appartamenti (costruiti per lo più impiegando ad alto
reddito i fondi ottenuti speculando sugli espropri del risanato ghetto). Vi
andrà ad abitare la borghesia; il popolo è ancora quello vecchio di Roma nelle
sue vecchie case, nei suoi vecchi vicoli. Se si risana, è per sostituire al
popolo la borghesia. “ - Italo Insolera “Roma moderna”
Lo chiamarono “Risanamento” ma la vigliacca scusa per
distruggere e depotenziare una fra le più grandi città del mondo (Roma era la
metà di Napoli e Milano la terza parte), fu quella del colera che lo stesso
Regno d’Italia aveva innescato, avendo ignorato una città che non poteva
entrare nemmeno minimamente nelle loro piccole teste savoiarde.
Una città che ignorare era meglio, perché in realtà ne
avevano paura. E quindi niente fabbriche a Napoli, niente fabbriche a Roma! E
se a Napoli ce n’era qualcuna (Pietrarsa - vedi foto), bisognava chiuderla
deviando le commesse al nord, mandando i bersaglieri ad ammazzare gli operai (6
Agosto 1863, Pietrarsa, Napoli, carica dei bersaglieri, 20 feriti e quattro
morti).
«Roma è diventata la capitale politica d'Italia , cioè
la sede degli organi dello Stato, ma non è diventata la «prima città» economica
e morale della nazione, e nulla lasciava allora presagire che lo dovesse
diventare. Alla Camera dei deputati l’onorevole Alessio poteva affermare nel
1904 che «Roma non è veramente una città, una città nel senso economico
dell'espressione» […] Si è a lungo discusso da una parte sulla totale assenza a
Roma, e nella regione intorno, delle condizioni per il prosperare di una
qualsiasi industria, causa la lontananza di un ampio mercato, e dall'altra
sulla precisa volontà dei vari governi succedutisi al Viminale di non creare
una forte concentrazione industriale, e quindi operaia, a Roma per mantenere
un'atmosfera politicamente «tranquilla» attorno alla sede del governo e delle
Camere. Inoltre è la presenza stessa dell'edilizia, come grande attività
speculativa, a bloccare altre iniziative industriali: i capitali disponibili a
Roma sono investiti nella speculazione sui terreni e nelle imprese di
costruzione e non sembra a nessuno conveniente distoglierveli per aprire
industrie di tipo tradizionale.» [Insolera, Roma
moderna]
«Che orrore le stragi d’Italia! Per me sono i rantoli
agonizzanti dei Savoia che abbiamo udito a Napoli e Milano. Una dinastia
macchiata dal sangue del suo popolo è condannata ormai. I vendicatori degli
uccisi sanno in regime monarchico con chi prendersela!». [Scipione
Borghese, in una lettera del 1898, Giovanni Aldobrandini,“Elites
dell’ottocento” ]
Siamo dunque nel 1898 quando il generale Beccaris - fu
uno dei generali che consigliarono Vittorio Emanuele III, nel 1922, ad affidare
il governo a Mussolini - provocò la morte di 400 civili nella repressione dei
disordini degli affamati che gridavano “Viva Menelik”.
Il principe Scipione Borghese rappresenta un case
study per il professore della University of Cambridge, Giovanni Aldobrandini,
che ne scrive un saggio nel suo “Élites dell’ottocento”.
Infatti lo stralcio di lettera dell’98 che ho citato
nel post precedente è profetico rispetto all’omicidio di Umberto I re d’Italia
del 1900, ed è profetico anche l’altro stralcio di lettera che sempre il prof.
Aldobrandini ci offre alla lettura in quello stesso saggio. Scrive Aldobrandini:
“Nell’ottobre del ‘22, quando dopo aver scritto di
alcuni personaggi di Roma, come Federzoni, che era stato ammesso all’esclusivo
Circolo della Caccia e del cugino Francesco Boncompagni, diventato
nazionalista, così commentava: «Roma seguita a vivere la sua vita da basso
impero, mentre la storia si svolge per vie delle quali nessuno che sia onesto e
coscienzioso può prevedere lo sbocco. Basta, speriamo bene! ».”
Tutto possiamo dire di questo principe tranne che
fosse stato fascista, nemmeno minimamente simpatizzante, anche nella sola fase
iniziale. Come sappiamo, questo non accade per Agostino (il personaggio del
101), per Pasolini (che indossò la divisa dei GUF) o per personaggi come
Winston Churchill e Benedetto Croce. Don Benedetto addirittura tentò di
arruffianarsi il regime facendo un’operazione a dir poco vomitevole: la
traduzione in lingua italiana, senza nemmeno testo a fronte, del massimo libro
della letteratura napoletana Lo cunto de li cunti, di
Giovanbattista Basile.
Ma su questo bisogna riconoscere che ebbe il
benservito dal Giovanni Gentile il quale piegò, a sua volta, il pensiero del
grande filosofo Bertrando Spaventa alle necessità dell’ideologia fascista,
nonostante lo stesso Benedetto Croce, amato nipote di zio Bertrando, avendo
compreso la farsa, si opponesse ferocemente.
Scipione pur essendo un obbediente, anche verso i
Savoia, non simpatizzò mai per il fascismo, anzi, da intellettuale visionario,
appena questo populismo fece capolino in "quel teatro", profetizzò il
peggio.
Giovanissimo, lo Scipione, da obbediente qual era,
salvò la sua famiglia dal disastro sposandosi con Ina de Ferrari. Fece felice
con il suo matrimonio anche il papa, Leone XIII, che gli regalò una croce d’oro
massiccio. Nonostante tutto non riuscì a salvare i 475 codici della famiglia di
Paolo V e la collezione d’arte che venne portata dal Palazzo museo alla
Galleria Borghese, passata ormai al comune.
Ma non avendo avuto nessun erede maschio, anche nel
secondo breve matrimonio, a fascismo inoltrato, il suo titolo nobiliare passò a
suo fratello minore Livio Borghese che aveva due figli: Flavio e Junio Valerio.
Junio Valerio Borghese, 1906-1974, ufficiale di
marina, sommergibilista. Nella Seconda guerra mondiale fece parte anche della
flotta nazionalista spagnola, ad Alessandria d’Egitto danneggiò gravemente due
navi da combattimento inglesi, progettò e portò quasi a termine un attacco a
New York. Dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43 proseguì la guerra a fianco
dei tedeschi, aderendo anche alla repubblica di Salò. A guerra finita, la Corte
di cassazione dispose il trasferimento del processo alla corte di Roma
presieduta dal dottor Caccavale, ex vicepresidente dell'"Unione fascista per
le famiglie numerose" e amico del principe Gian Giacomo Borghese, ex
governatore fascista della città di Roma e parente stretto dell'imputato.
Prosciolto dall'accusa di crimini di guerra, ebbe due ergastoli per atrocità,
sevizie sistematiche e fucilazioni, ma furono commutati in 12anni e dopo poco
fu liberato con l’amnistia di Togliatti. Fu presidente del Movimento Sociale
Italiano e si fece promotore di un fallito colpo di stato, il “Golpe Borghese”.
Fuggì in Spagna e ci restò anche dopo il '73 quando fu revocato l'oridine di
cattura e fu prosciolto. Andò in Cile con Stefano delle Chiaie per incontrare
Pinochet. Qualcuno ipotizza che fu ucciso dagli stessi servizi segreti.
A questo punto ho terminato con la brevissima
descrizione storica brulicante che Pasolini con il suo appunto 101 ha provocato
attraverso i Borghese. Una descrizione di tutto il regno d’Italia e poi della
Repubblica, dalla Breccia di Porta Pia fino alla morte di Junio Borghese del
1974, cioè fino agli ultimi giorni di Pasolini e del suo film "Salò o le
120 giornate di Sodoma", ispirato al Marchese De Sade. Fra i personaggi di
quel film, qui sotto, c'è anche un Duca.
BLANGIS Eccellenza.
CURVAL Presidente.
DURCET Monsignore.
VESCOVO Tutto è buono quando è eccessivo.
Bisogna a questo punto prendere fiato per non
distogliere l’attenzione da un dato pasoliniano, cioè dall’infinità della forma
dell’opera d’arte che consiste nell’alternarsi contraddittorio e infinito fra
continuità (con tutte le altre forme) e autonomia (da tutte le altre forme),
cioè un continuo perfezionamento dialettico la cui conoscenza è infinita
illusione.
La forma, all’interno dell’Epochè, viene
immediatamente correlata al corpo, poi alla famiglia-popolo
e in ultimo al popolo che diventa massa.
La connessione fra materia e forma, nel primo racconto
dell’Epochè, è fra l’autore e il suo corpo. Dove l’autore “muore” a causa
della pericolosità della natura: l’aereo sul quale il sig. Fago
viaggiava potrebbe essere precipitato a causa di eventi naturali.
Nel secondo racconto dell’Epochè abbiamo una
connessione tra popolo (famiglia) e forma. Viene velatamente
rappresentato il Giappone attaccato dalle atomiche, è il dott. Tomoo che
avverte il rischio derivante da questa pericolosità dell’uomo. Ma
c’è un incremento di senso (attraverso il cognome Tsushima) nell’allusione ai
fatti storici del XIII secolo (i mongoli che attaccano due volte il Giappone)
che riferiscono velatamente di una interferenza casuale fra
pericolosità dell’uomo e pericolosità della natura. Ma tale interferenza
da casuale diventa causale nell'eventualità
in cui le due tipologie di fine del mondo interferiscano con la terza, la finitezza
della natura.
Tutto questo è connesso alla morte del fratello Guido,
partigiano, ucciso dalla pericolosità dell’uomo (proprio
quando scoppiavano le atomiche), e alla morte di Pierpaolo,
ucciso, una trentina d’anni dopo, all’affacciarsi sul mondo
della finitezza della natura.
Nel terzo racconto il popolo si avvia, attraverso una
borghesizzazione, a diventare massa. La massa dei consumatori che esaurisce
tutte le risorse naturali, e il loro destino più naturale sarebbe
una semplice autodistruzione. L’autore che ha creato la sua forma attraverso il
brulichio dei corpicini “io” - che da moltitudini di individui o popolazioni si
trasformano in masse - non ha altro da fare che lasciare il suo manoscritto
incompiuto, desinit in piscem. Infatti quella massa che costituisce
ormai la forma stessa della sua opera pare abbia un destino
inaccettabile e mostruoso per lo stesso autore, il quale non può far altro che
rifugiarsi negli abissi marini dove è nata la vita, nel posto in cui i suoi
genitori un giorno, quando era bambino, lo riportarono. Fa ciò nel tentativo
disperato e incredulo che la sua opera possa essere successivamente compresa,
nell'imitazione dell'atto creativo genitoriale, perché come dice
l’autore: “La morte non è nel non poter comunicare ma è nel non poter
più essere compresi” (Una disperata vitalità, Poesia in forma di
rosa).
Ma bisogna pur chiedersi: la morte di chi? Di
Pasolini? Del “bestione papalino”? E, quindi, se il non poter più
essere compresi è mortifero, il non comprendere lo è
altrettanto? Parliamo solo della memoria degli uomini per alcuni fatti o stiamo
parlando della perdita della capacità culturale di ricordare e comprendere i
fatti storici?
Il gesto dell’autore, cioè il ritorno all’origine
della vita, non può essere messo in atto senza dei preparativi che investano la
religione, la lingua, la politica, l’arte... Tutto dev’essere predisposto nei
minimi particolari in modo che il gesto di ritorno all’origine della vita sia
un gesto sacro, realmente necessario, irripetibile perché anche mitico. Che
possa essere ricordato attraverso un oggetto artistico che abbia un valore
simbolico tale da ridare vigore al tempo, all'attualità, alla storia.
Sacro e mitico, perché il gesto di ritornare alla vita
è una ierofania in grado di trasmettere il valore empaticamente. Ma anche
necessario perché infinitamente contestualizzato e non solo attraverso la
sintesi dei segni e dei simboli della storia dell’umanità, ma anche attraverso
il significato e la contestualizzazione nell’attualità (Gennariello) dei gesti,
della parola e degli scritti di tutta la biografia dell’autore, in special modo
degli ultimi anni e soprattutto degli ultimi giorni.
Quindi nel quarto scritto dell’Epochè (appunto 101)
l’autore manifesta le sue intenzioni Politiche attraverso un
infinito brulicame di personaggi, fatti storici e ambienti, legati a tutte le
vicissitudini storiche che conducono a definire un periodo preciso che va
dall’unità d’Italia fino agli ultimi giorni dello scrittore.
Adesso che abbiamo preso un po’ di fiato, prima di
fare le ultime osservazioni cruciali sul personaggio Agostino e il suo alter
ego Scipione Borghese, bisognerà fare purtroppo un’apnea per ripescare la
bandiera italiana che lo scrittore si è portata dietro immergendosi nelle acque
della Calabria.
Certo Pasolini non lo ha scritto questo, ma ce lo ha
fatto intendere molto bene. E adesso che ci serve una bandiera, dobbiamo
spiegare perché è finita infondo al mare, e, se riusciremo a recuperarla, quale
sarà il modo migliore di utilizzarla. Speriamo bene.
Come ho già detto, il tema nascosto strategicamente
dall’autore nel secondo racconto dell’Epochè - riguardante il Giappone che nel
XIII secolo viene attaccato dai mongoli per ben due volte e per ben due volte
si salva - appartiene alla stessa categoria dello straniamento della bandiera
italiana che da rossa e verde è diventata gialla e blu.
In questo modo spiegheremo anche il perché un poeta
friulano narra una storia di uno scrittore calabrese emigrato che ritorna in
Calabria per suicidarsi.
Per fare questo dobbiamo rileggere quello che Pasolini
scrive in Petrolio nel terzo racconto dell’Epochè, tenendo presente la pericolosità
della natura e la pericolosità dell’uomo del secondo
racconto, e quindi che, in questo caso, è avvenuto il contrario di quello che avvenuto
in Giappone, ossia che le due pericolosità (natura e uomo),
nel caso italiano, hanno agito in senso negativo. Contrariamente al caso
giapponese che ha letteralmente salvato la nazione dal disastro mongolo, nel
caso italiano è stato invece una specie di aborto a pochi
giorni dalla proclamazione dell’unità d’Italia.
Quando lo scrittore calabrese si immerge in mare per
morire, Pasolini descrive nel modo seguente quello che vede…
Che visione di suprema bellezza si parò davanti ai
miei occhi! La luce, lì sotto era diffusa e nel tempo stesso piena come di
lampi e vortici, dolcissimi, e di ombre trasparenti, che disegnavano intorno
un immenso paesaggio paradisiaco. Dunque non ero, come credevo, a poche decine
di metri dalla costa, ma proprio negli abissi marini: il fondo, che le luci e
le ombre accennavano fluttuando, era quello inesplorato dell'oceano. Tutto
intorno a me era tiepido, oltre che morbidamente luminoso: e la respirazione
era meravigliosamente facile e leggera. In quell'immensità io salivo e discendevo,
facevo lenti giri su me stesso, beatamente: non potrei dire che stavo nuotando,
il mio lento guizzare là dentro assomigliava piuttosto a un volo senza ali ...
Ecco, la mia storia è tutta qui. Essa - è decisamente il caso di dirlo
-"desinit in piscem": ma per essere allucinatoria, non dovete credere
che essa sia meno reale.»
Adesso per capire dobbiamo comparare questo brano ad
un altro brano dello stesso autore, ecco cosa leggiamo.
Spesse volte sogno di essere dentro il mare, nelle
profondità che si dicono «abissali»: il mio nuotare, lì dentro, è un lento e
capriccioso volare senza ali, proprio come quello dei pesci: e il paesaggio,
per così dire, che mi vedo intorno, cioè le distese fluttuanti di acqua, ora
filtrate da luci saettanti, ora riempite da luminosità diffuse e continue, mi
dà un profondo senso di felicità. Quanto a respirare, poi, lì in fondo al mare,
respiro magnificamente: anzi, la leggerezza del mio respirare è uno degli
elementi del grande piacere che provo a stare lì dentro. Non c’è sogno più
chiaro e assoluto di questo: si tratta di un regresso all’utero e alle sue
acque, alla meravigliosa condizione prenatale «marina» (è all’inizio di questo
periodo di somma felicità che l’aborto sopprime la creatura).
Il secondo brano, abbastanza identico al primo, è
tratto da “Descrizioni di descrizioni” e fu scritto da Pasolini il 10 gennaio
del 1975. È la recensione di un libro, “Il prato in fondo al mare”, di
Stanislao Nievo, pronipote di Ippolito Nievo. Ippolito Nievo morì nel naufragio
dell’Ercole, che partì da Palermo il 4 marzo del 1861 e si inabissò a pochi
giorni dalla proclamazione dell’unità d’Italia. Era diretta a Napoli.
Ippolito Nievo, letterato risorgimentale, perse la
vita. Ma il libro descrive la “disgrazia” come la prima strage di stato (quando
lo stato non c’era ancora) messa in atto per nascondere probabilmente documenti
contabili che avrebbero dimostrato i legami con nazioni straniere, mercenari,
traditori e politici corrotti.
Ecco come presenta la cosa Pasolini:
Il momento politico era estremamente delicato: la
Destra cercava di gettare il discredito (corruzione, peculato, rapina) sulla
Sinistra garibaldina, per liquidarla, e far rientrare tutto, al solito,
nell’ordine (trasformare, in pratica, l’annessione del Sud in una colonizzazione,
com’è poi avvenuto). In effetti il naufragio dell’«Ercole» è misterioso
(notizie ritardate o nascoste, documenti scomparsi, nessuna testimonianza,
nessun relitto, ecc.). Si tratta dunque di un «giallo» politico: cioè della
storia della prima, sospetta, «strage», maturata dalla Destra e decisa e
attuata dagli uomini al potere: «strage» con cui si sarebbe aperta la storia
dello Stato italiano.
Ma c’è molto di più perché il tutto sfocia in
un’analisi psicoanalitica dell’autore, il pronipote del Nievo, che è in
sostanza uno studio lucido e sagace di un caso clinico, caso clinico dal quale
Pasolini acquisisce elementi utili alla connessione fra nostalgia della
nascita e nascita di una nazione. Un libro che non ho
avuto tempo di leggere ma certamente conto di fare.
Certamente l’Ercole affonda nel mar Tirreno della
Calabria, fra Napoli e Palermo, lo stesso luogo dove si inabissa lo scrittore
suicida e lo stesso scrittore Ippolito Nievo. Pasolini analizzando il nipote di
Nievo analizza lucidamente la sua pulsione di morte per connetterla all’unità
d’Italia e alla morte di suo fratello Guido. Per connetterla al suo articolo
sull’aborto, un articolo scritto specificamente per il partito Radicale di
Marco Pannella. Un articolo che non parla in generale ma sempre nello
specifico, cioè di questa madre, di questo feto, di questa pancia.
A questo punto siamo sull'attualità degli ultimi
giorni di Pasolini. Ma dobbiamo ancora capire quali sono le intenzioni
politiche di Agostino nell’appunto 101 di Petrolio, e quali le analogie
relative al suo doppio, Scipione Borghese.
Abbiamo già detto che la caratteristica che li divide
è l’appartenenza al fascismo, infatti mentre Agostino è stato fascista,
Scipione Borghese non ne volle sapere. E aggiungiamo pure che Scipione Borghese
non ne volle sapere ma i suoi parenti vi aderirono ed ebbero dal regime cariche
importanti, fino ad avere, dopo la guerra, in famiglia, Junio Borghese, il
golpista soprannominato “principe nero”.
Ho anche detto che Pasolini usa il fascismo e l’antifascismo
per un motivo strategico che potremmo chiarire con una frase un po’ irrazionale
di un discorso letto nel Comitato del Partito liberale italiano il 3 marzo 1945
di Benedetto Croce:
“Ed ecco che ora la storia si ripete: solo che noi
liberali odierni, rispettosi della verità, rifiutiamo di chiamarci di Destra e
respingiamo il nome che ci si vuole imporre per farlo seguire subito dopo da
quello di «retrivo» e di «reazionario» che vi si aggiunge non per legame
logico, ma per associazione verbale. Come si può pretendere che ci lasciamo
chiamare a quel modo se il partito cattolico, che pure ha la sua eterna
Destra nel Cielo, ripugna ad averla sulla terra, dove preferisce di
definirsi anch'esso di Sinistra?”
A Pasolini non ripugnò usare l’appellativo di uomo di
Destra nei confronti del suo personaggio Agostino per lo stesso motivo per il
quale Croce attribuisce alla chiesa non tanto una Destra politica ma
quanto una Destra del Padre. Ovviamente questo è apparentemente
irrazionale e va preso in considerazione, in questo caso specifico, solo da un
punto di vista coreografico, o, come già detto, cosmogonico.
Infatti nella famiglia Borghese di Agostino, padre e figlie, “recitano una
scena”. Scrive Pasolini:
Agostino amava molto le figlie, ma ci stava poco
insieme, tanto che esse un po' alla volta avevano finito col divenire delle
estranee con cui egli recitava — senza neanche troppo
nasconderlo — la scena dell'affetto famigliare.
…
Agostino affrontò il problema di Laura che si presentava,
è il caso di dirlo, come un 'colpo di scena'.
…
Venne il giorno in cui — reprimendo la sua spasimante
volontà di esternarsi e di imporsi — Agostino ritenne opportuno abbandonare il
suo esilio ormai ventennale, e riapparire sulla scena del mondo.
Sarebbe insensato a questo punto non dire di più su
questa Destra, anticipando nella scrittura il dato finale. E cioè sarebbe
insensato non dire che Pasolini intende essere un “Conservatore”.
Ossia: egli deliberatamente recupera il poeta nazista
Gottfried Benn, proprio come fece Ernest Hemingway nei riguardi di Ezra Pound
quando scrisse: "Il meglio della scrittura di Pound - e si trova
nei Cantos - durerà finché esisterà la letteratura".
Il Pasolini “Conservatore”, nello stesso
momento in cui decide di distruggere tutto e sparire, recupera quello che c’è
di più importante, quello che riconosce come opera del genio umano nonostante
tutto, a prescindere da tutto, anche se questo si trova dall’altra parte della
barricata, nella parte Destra della politica e della vita.
Nella sua decisione di distruggere definitivamente
tutto quello di cui non c’è più bisogno, in extremis, recupera tutto quello di
cui non si può fare a meno.
Qui Zigaina si sbagliava, l’essere Conservatore in
Pasolini non era il tentativo di lasciare aperta la porta per un’altra
possibilità, cioè quella di cambiare il suo progetto di vita. Anzi
proprio il contrario, in quanto l’essere Conservatore (un’allusione
ambigua alla destra) non era altro che l’estremo rifiuto della Conservazione stessa.
Una vera e propria contraddizione in termini che
spiegherò successivamente attraverso la citazione di un paio di brani di
filosofia di uno stesso autore, straordinariamente somiglianti alla scrittura
pasoliniana.
Il marxista Pier Paolo Pasolini, cacciato via dal PCI
per indegnità morale e politica, continuava a votare comunista pur essendo
definito da molti “catto-comunista”, forse perché aveva messo su pellicola il
Vangelo secondo Matteo. Quistione non molto digeribile all’establishment della
sinistra italiana: erano gelosi delle mosse che avrebbe potuto fare il
vaticano. Quindi Pasolini, in questo appunto 101 di Petrolio gioca a
nascondino. Si traveste da San Paolo, il santo che viene folgorato sulla via di
Damasco, o, ancora meglio, da Sant’Agostino, l’istitutore della semiotica, e
pensa bene di darsi il cognome Borghese che potrebbe alludere al nazi-fascista
e golpista “principe nero” ma, a guardar bene, potrebbe anche essere il
principe Scipione che di fascismo non ne volle sapere assolutamente, anzi, a
riguardo, profetizzò il peggio. Ma questo principe Scipione anche se di
sinistra, socialista, progressista, liberale, anzi, più precisamente
“radicale”, deputato radicale, aveva sempre avuto una sorta di ammirazione per
la Destra Storica. E non fu l’unico radicale di sinistra che ebbe questa
ammirazione. Forse perché la Sinistra Storica trasformista che governò l’Italia
dopo i governi della Destra Storica, fu ancora più deludente.
Ben presto diverrà noto per la sua attività di
conferenziere, tanto che la moglie di De Viti De Marco, nel gennaio 1899, lo
definirà «un cavaliere errante per la libertà». Come altri radicali (De Viti De
Marco, Papafava, Pantaleoni ad es.), era liberale e riformista. Si avvicinava
al progetto politico dei nobili della Destra storica, rispettosi della
religione, ma con il culto della nazione e delle libertà, in uno Stato
laico. (Élites dell'Ottocento: Politica e cultura in Gran
Bretagna e Italia, Giovanni Aldobrandini 2012)
È il gioco amletico dell’essere e del non essere, di
destra o di sinistra, liberale o repressivo, anti-clericale o clericale. Ma lo
spirito di contraddizione coglie le figlie di Agostino. La figlia che vuole
fare la vita mondana, per imposizione paterna farà la monaca e quella che vuole
farsi monaca, sempre per imposizione paterna farà la vita mondana, e tal gioco
da principe nero sarà poi d’Ispirazione allo stesso personaggio per la propria
vita pubblica.
Ma Pasolini, giocando a nascondino, pesca un
personaggio al centro della storia italiana, fra risorgimento e fascismo, e lo
pone dietro la figura di Agostino per poter rastrellare e recuperare
strategicamente le peculiarità valoriali più importanti della storia italiana,
rastrellando sia dalla cloaca della retorica fascista e nazi-fascista che da
quella risorgimentale - mettendo risorgimento e fascismo su una stessa linea
storica “genealogica”. Tale linea, a mio parere, è facilmente estendibile sia
temporalmente ai giorni nostri, che geograficamente a tutta l’Europa e
l’occidente.
E continuando il gioco: Pasolini sceglie i libri da
preservare dall’incendio della biblioteca, come accade nel romanzo “In nome
della rosa” di Eco. Ma qui non si tratta di incendio, si tratta della fine del
mondo, della fine dell’autore. E l’incendio non riguarda i protagonisti del
romanzo, ma il lettore in carne ed ossa. Il vecchio che ha “avvelenato” gli
angoli delle pagine del libro “proibito” non è il vecchio monaco di Eco, ma l’autore
dello stesso testo, Pier Paolo Pasolini.
E continuando su un ordine espositivo più produttivo….
Scipione Borghese, il principe, era un deputato radicale….
Scipione Borghese fu un deputato radicale del regno
d’Italia, e fu per Pasolini l’ombra di Agostino. E come abbiamo già detto ormai
tante volte, da un punto di vista politico, i due non si somigliavano a parte
che per l’ammirazione per la Destra Storica.
Ma c’è nel testo dell’appunto 101 una sottile e quasi
invisibile allusione ai radicali quando, in ordine alla volontà di Adriana di
farsi monaca, Pasolini scrive:
Anche su questo punto Agostino fu subito radicale;
niente clausura, niente uniforme ecclesiastica, niente compromessi con una
Chiesa che non aveva saputo porsi come fondamento di una grande Destra…
Agostino anche questa volta fu subito radicale, questa
è l’unica sottile ironia che l’autore si consente, alludendo anche
all'anticlericalismo di certi radicali più agguerriti contro la chiesa. Anche
se subito dopo, quando - ispirato dalle figlie - ha deciso di venire in
luce (potrei anche tradurre con venire alla luce, svelandone
il significato) – descrive i fatti che si stanno per verificare:
All'ombra delle due figlie, Agostino piano piano era
venuto in luce; e la sua autorità, appunto perché ancora nascosta e
leggendaria, cominciava a [essere] insostituibile. Venne il giorno in cui —
reprimendo la sua spasimante volontà di esternarsi e di imporsi — Agostino
ritenne opportuno abbandonare il suo esilio ormai ventennale, e riapparire
sulla scena del mondo[1] Tutto era pronto. La cosa non
doveva certo avvenire senza le ripercussioni e i risultati che Agostino si
riprometteva, ma, nel tempo stesso, doveva essere rigidamente evitata ogni
forma di retorica. Ma è proprio alla mattina di quello storico giorno che il
nostro racconto cessa. O meglio, ripiega su sé stesso, in quel silenzio
interiore da cui era incominciato, anche se tale silenzio interiore (...) è
ormai profondamente, irreparabilmente diverso.
([1] Tale frase contraddittoria è la
repressione autoritaria sulle figlie che si riflette sul personaggio Agostino
come ispirazione)
Da questo si comprende che le figlie di Agostino sono
fonte d’ispirazione, o meglio, le figlie di Agostino sono l’ispirazione poetica
di Pasolini e che il suo venire in luce - cioè il venire
alla luce di Pasolini - proprio nel giorno stesso del suo
verificarsi, ripiega su sé stesso.
Il che non vuole dire che fallisca ma semplicemente
che ripiega su sé stesso.
Ma chi sono realmente le figlie di Agostino? E
soprattutto perché si chiamano Laura e Adriana?
A queste domande bisognerà rispondere appena spiegato
cosa realmente Agostino ha intensione di fare con il suo ripiegare su sé
stesso…
[1] Tale frase
contraddittoria è la repressione autoritaria sulle figlie che si riflette sul
personaggio Agostino come ispirazione
Noi sappiamo cosa fece Pasolini negli ultimi giorni di
vita, e non starò qui a ricordarlo. E sappiamo pure qual è l’ultima cosa che ha
scritto, non foss’altro che ad ipotizzarlo è una delle massime autorità in
materia. Sto parlando del curatore dell’opera di Pasolini per i Meridiani della
Arnoldo Mondadori, il dott. Walter Siti. Uno di quelli che ha deciso di
togliere il titolo “Bestemmia” dal corpus poetico pasoliniano.
Walter Siti è uno dei massimi conoscitori di Pasolini
al mondo, se io sono a livello del mare, Walter Siti è l’Everest. E non
potrebbe essere altrimenti in quanto lui è un critico letterario come ce ne
sono pochi e io sono un semplice artigiano, il mio mestiere non è quello di
scrivere ma quello di saper usare bene le mie mani.
Quindi sappiamo attraverso la parola di Walter Siti
che probabilmente l’ultima cosa che ha scritto Pasolini è l’intervento al Partito
Radicale. Ma Walter Siti dicendo questo dice pure che quell'intervento è
po’ provocatorio:
Nel 1974 scrive un discorso che avrebbe dovuto leggere
al congresso del Partito Radicale, è probabilmente l’ultima cosa che ha
scritto. Con il suo solito tono un po’ provocatorio in un luogo in cui tutti
difendono i diritti esordisce con : “A) Le persone più adorabili sono quelle
che non sanno di avere dei diritti…” (Walter Siti, 10/10/2015 www.glistatigenerali.com)
Da grande letterato quel è, il dott. Siti usa la
tecnica dello spostamento. Cioè assegna una qualità provocatoria al decalogo
nel quale lo scrittore elenca i diritti, spostando l’attenzione dalla vera
provocazione pasoliniana. Ma c’era da aspettarselo. C’è inoltre la data
sbagliata, 1974 invece di 1975, ma questo è un semplice refuso.
Veniamo adesso a Pasquino, il politologo. Su una
pagina web del Centro Studi PPP, annuncia, nel novembre 2014, la
pubblicazione di un suo libro il quale doveva contenere un capitolo dedicato
all’analisi dell’intervento di Pasolini al Partito Radicale. Ma il
problema è che in quel libro e nell’edizione successiva non c’è una sola parola
né su Pasolini, né sul Partito Radicale.
Tra Walter Siti e Gianfranco Pasquino preferisco
Pasquino.
Siamo adesso all’interno di una camera
oscura, il tempo si è fermato e l’autore, essendosi quasi
letteralmente sdoppiato, studia e osserva (attraverso la camera oscura) sé
stesso nel momento immediatamente precedente alla sua morte.
Ma posso spiegare questa peculiarità solo attraverso
la comparazione del comportamento di Agostino e la sua ombra, il principe
Scipione Borghese. Precisiamo che dire ombra ormai non
è più corretto , infatti essendo il contesto una camera oscura dobbiamo
parlare invece di immagine riflessa.
Pasolini così scrive parlando di Agostino: “La
fondazione di quella grande Destra che egli — caso probabilmente unico in una
società come quella italiana — aveva così precisa e limpida nella testa. E
magari gli inevitabili legami col neofascismo, che egli continuava a
disprezzare, ma, che, nella sua strategia, non poteva essere ignorato.”
Invece il principe Scipione, in quanto immagine
riflessa dell’uomo Agostino, cioè speculare, è di Sinistra - cioè capovolto
rispetto all’uomo di Destra Agostino - ed è semplicemente Pasolini, un marxista
che vota PCI, che sta per recarsi a Firenze per fare il suo intervento nel
congresso del Partito Radicale ma solo idealmente, cioè ripiegando
su sé stesso.
Un intellettuale, Pasolini, che con il suo intervento,
invece di compattare la Destra con i fascisti e i neofascisti (che lui
disprezzava) e fare una Grande Destra, tenta di compattare i giovani del PCI
con i radicali (cioè la sinistra extraparlamentare che lui amava), e fare una
Grande Sinistra.
Come fa il lettore a sapere che deve capovolgere
l’immagine disegnata allo specchio o parzialmente fotografata dall’autore?
Perché è importante questa camera oscura?
Cominciamo col dire che l'altro Scipione Borghese
(cardinale, 1577-1633) è storicamente anche il più grande estimatore del
Caravaggio vivente, e Caravaggio è l’inventore della camera oscura in pittura,
probabilmente aveva studiato sui libri di Giovanni Battista Della Porta
(Baptista Porta Neapolitano Auctore)….
Pasolini fu inizialmente più un pittore che un
letterato, questo è quello che ci fa sapere Giuseppe Zigaina. Ma Roberto Longhi
gli consigliò di fare una tesi inerente alla letteratura anziché alla storia
dell’arte, e la fuga dal Friuli fu la causa definitiva dell’abbandono
dell’attività pittorica.
Le opere di Pasolini sono ricche di citazioni di
storia dell’arte o di quadri e pittori, quindi, focalizzare l’attenzione su un
solo autore come il Caravaggio è certamente errato da un punto di vista metodologico.
Nello stesso Petrolio possiamo trovare sottilissime
allusioni a pittori molto diversi tra loro per stile ed epoca come Micco
Spataro o Maurits Cornelis Escher (quelli che credo di aver trovato io), ma un
libro ricco di allusioni come Petrolio conterrà certamente molte altre
sottilissime allusioni a tutta la storia dell’arte che non ho saputo
individuare.
Nel caso specifico del Caravaggio bisogna aggiungere
che c’è stato evidentemente un chiacchiericcio assecondato probabilmente dallo
stesso Pasolini. Ossia è certamente vero che il Pasolini somigli al Caravaggio
per un certo “realismo scandalistico” (rispetto all’epoca che hanno vissuto) e
quindi sono due autori con un certo sapore eretico. Di questo si accorse
certamente per primo Federico Zeri ma egli non disgiunse queste caratteristiche
stilistiche da altre che riguardavano la vita degli autori e quindi il
chiacchiericcio dell’epoca.
Per fare un esempio di chiacchiericcio assecondato da
Pasolini ma riguardante un altro quadro famoso, ricordo le osservazioni di
Zigaina sul suo libro Hostia a proposito del verso di Pasolini che leggiamo in
Patmos: «non mi meraviglierei da letterato schizoide / che comparisse
tale e quale in un olio del Prado». Il quadro a cui si riferisce
Pasolini è la La fucina di Vulcano del Velàzquez che si trova
per l’appunto al museo del Prado. E quindi il verso allude alla somiglianza fra
Pasolini e Vulcano. Ovviamente Vulcano è il dio di tutte le forme e quindi
l’interesse di Pasolini è nel caso specifico molto acceso.
Dice Zigaina in Hostia: Ma vediamo dove, in
quale olio del Prado, il Pietro Paolo di Patmos dovrebbe comparire «tale e
quale». Qui Zigaina mette in evidenza il fatto che Pasolini allude a
qualcosa che è poi il lettore a dover decifrare. In questo caso allude ad un
museo dove il lettore deve trovare da solo l’opera a cui l’autore si riferisce.
Il mezzo per poter scovare il quadro è, oltre la sconoscenza del museo e della
storia dell’arte, soprattutto la somiglianza stessa fra Pasolini e Vulcano.
Somiglianza che il lettore deve riconoscere autonomamente.
Pasolini scrisse Patmos nella tragica circostanza
dell’attentato terroristico di Piazza Fontana, alla Banca Nazionale
dell'Agricoltura a Milano, era il 12 dicembre del 1969. Questa poesia fu
analizzata per la prima volta da Giuseppe Zigaina che individuò la tecnica
linguistica attraverso la quale il poeta rivelava - Patmos è
l’isola greca dove San Giovanni Evangelista scrisse l’Apocalisse che in greco
significa appunto rivelazione – il giorno della sua morte,
cioè il Giorno dei Morti, il 2 novembre. (L’è el dì di Mort, alegher!, Delio
Tessa).
Qui, cioè nel 1969, allude anche alla sua somiglianza
con il Vulcano di Diego Velázquez. Successivamente nel 1973 Pasolini gira a Napoli
il Decamerone, dove all’interno della chiesa di Santa Chiara in Napoli,
interpreta Giotto di Bondone o un suo allievo, ma porta una
fascia sulla fronte e un camice di cuoio, proprio come il Vulcano di Velázquez.
Vulcano o Efesto, come tutti sanno ebbe incarico da
Teti di forgiare le armi per suo figlio Achille, afflitto per la perdita di
Patroclo. Teti inoltre è assonante a Tetis, cioè al nome di uno dei due demoni
(Polis e Tetis) che assistono, all’inizio del romanzo Petrolio, allo
sdoppiamento di Carlo, il protagonista, in Carlo primo e Carlo secondo. Tetis,
in Petrolio, come solo una madre può fare, rivendica per sé il corpo di Carlo
secondo. Carlo secondo è allegoria dello stesso autore, che esce dal corpo del
suo protagonista per non averci nulla a che fare, e così poterlo poi descrivere
e usare senza alcuna confusione da parte del lettore e nessuna pietà da parte
sua.
Detto questo ritorniamo alla domanda su Caravaggio.
Possiamo ipotizzare che Pasolini usi la camera oscura di Caravaggio per osservare
e studiare sé stesso nell’atto di recarsi a Firenze per intervenire idealmente
al congresso del Partito Radicale?
Leggendo quello che
Pasolini e Longhi scrivono sul Caravaggio, ci sono da fare alcune osservazioni.
Quasi tutto quello che
riguarda le somiglianze fra Caravaggio e Pasolini viene scritto dallo stesso
Pasolini in due saggi dedicati al grande pittore. Pasolini, per sua stessa
ammissione, conosce del Caravaggio semplicemente ciò che gli ha insegnato lo
stesso Roberto Longhi. Però ci sono, da parte di Pasolini, un’aggiunta e
un’omissione che definirei enormi rispetto ai saggi del Longhi.
L’aggiunta e
l’omissione di Pasolini le troviamo nel suo scritto postumo, La
luce di Caravaggio. L’aggiunta riguarda un aspetto abbastanza inedito, credo, e
cioè: «Non solo il Bacchino è malato, ma anche la sua frutta. E non
solo il Bacchino, ma tutti i personaggi del Caravaggio sono malati, essi che
dovrebbero essere per definizione vitali e sani, hanno invece la pelle macerata
da un bruno pallore di morte.»
Qui sopra abbiamo da
ricordare le ultime parole: «un bruno pallore di morte.»
L’omissione la
rileviamo attraverso la lettura di alcuni stralci del Longhi.
«…il Lotto il Savoldo
il Moroni, pittori recentissimi. La diligenza di quelli è pazienza
denominatoria, quella del Caravaggio è certezza di visione in unità di lume
circolante; è pittura come specchio della realtà o, per converso, la realtà
vista allo specchio da un occhio che sa inclinarlo quanto occorra al sentimento
dell'ora.»
E questo lo dice anche
Pasolini:
«Questo diaframma, che
traspone le cose dipinte dal Caravaggio in un universo separato, in un certo
senso morto, almeno rispetto alla vita e al realismo con cui quelle cose erano
state percepite e dipinte, è stato stupendamente spiegato da Roberto Longhi con
la supposizione che il Caravaggio dipingesse guardando le sue figure ri flesse
in uno specchio.»
«eppure ... eppure
dentro lo specchio tutto pare come sospeso come a un eccesso di verità, a un
eccesso di evidenza, che lo fa sembrare morto.»
Ma Pasolini aggiunge
altre due volte l’aggettivo morto.
Dice ancora Longhi:
«E quando, sul 1620,
leggiamo in un biografo questa descrizione dello studio, dell'atelier del
Caravaggio: «Un lume unito che venga dall'alto senza riflessi, come sarebbe in
una stanza con le pareti colorite di nero che così avendo i chiari e l'ombre
molto chiare e molto oscure, vengano a dar rilievo alla pittura, ma però con
modo non naturale né fatto né pensato da altro secolo o pittori più antichi»,
non sorprende che la definizione sia molto simile a quella della «camera
oscura», che negli anni quasi del Caravaggio il Porta ci descriveva come sua
propria invenzione.»
Il Longhi ci dice che
il Caravaggio probabilmente usasse la camera oscura dell’alchimista napoletano
Della Porta, invece Pasolini lo omette. Bisogna ricordare che Della Porta fu
considerato eretico dalla chiesa cattolica e tutti i suoi testi erano stati
messi al bando.
Nel 1605 l’ufficiale
giudiziario elenca fra i beni posseduti dal Caravaggio due grandi specchi uno
dei quali a scudo convesso. Infatti il Della Porta con il suo Magiae
naturalis sive de miracoli rerum naturalium (1558), spiega questo
antico procedimento della camera oscura usando però uno specchio convesso
(scudo) in modo da raddrizzare l’immagine (sopra-sotto) e così usando un altro
specchio si poteva ribaltare (destra-sinistra).
Ma arriviamo al dunque
senza perdere altro tempo e senza citare Pitagora, Virgilio e mille altri
ancora. Nella Aristophanis comoediae undecim cum scholiis
antiquis leggiamo quello che anche Della Porta e probabilmente Galileo
Galilei e mille altri ancora scrissero nei loro testi:
«Vi è un gioco,
inventato da Pitagora, che si fa con uno specchio. In tempo di luna piena,
qualcuno scrive su uno specchio tutto ciò che vuole con del sangue e, avendo
avvertito l’altro, si mette dietro e volge verso la luna le lettere scritte
sullo specchio: allora l’altro fissando attentamente lo sguardo nel cerchio
della luna, vi legge tutto ciò che è scritto sullo specchio, come fosse scritto
sulla luna».
È una leggenda che nel
nostro caso può tornare utile.
Credo che lo specchio
descritto dovrebbe essere convesso, cioè uno scudo.
La situazione nella mia esposizione è adesso molto più
complessa, anzi, diciamolo pure, impossibile da sviluppare. Abbiamo Pitagora,
cioè tutta la filosofia, fino alla fenomenologia dello spirito
inaugurata da Hegel che si conclude, nella mia immaginazione, con Wittgenstein,
il filosofo citato per ben due volte da Pasolini nel suo intervento al Partito
Radicale. Che però inaugura, con la fenomenologia, sia l’antropologia che la
psicoanalisi.
Abbiamo tutta la storia dell’umanità, con particolare
riferimento alla storia italiana dal Regno d’Italia fino agli ultimi giorni del
poeta, con la sua politica, la sua economia e la sua finanza (ricordiamo la
citazione del Leviatano di Hobbes all’inizio dell’Epochè), con i suoi scandali
e le sue speculazioni.
La storia delle religioni dei riti misterici, orfici,
alessandrini, pitagorici, mitriaci, cristiani (Sant’Agostino) che si
riallacciano al pensiero e alle religioni orientali, ancora una volta,
attraverso il Nepal e il Diwali dell’ultimo brano dell’Epochè.
Abbiamo la collezione di Villa Borghese, cioè
l’allegoria di tutti i segni e di tutta la produzione umana.
Se all’inizio non avessi parlato del linguaggio
simbolico e dell’importanza dei numeri in Petrolio, adesso non avremmo nessuna
via d’uscita. E se non avessi detto che l’autore nasconde, come ha fatto ancora
una volta con la camera oscura del Caravaggio, i temi più importanti del suo
racconto eretico, non potremmo giungere ad una conclusione, e il romanzo
sarebbe per ciò stesso incomprensibile.
La storia dello specchio pitagorico è indicativa di
un’eresia che la chiesa cattolica condannò duramente, ma ci porta al centro
della sintesi della forma del romanzo, cioè ci riporta a Progetto e
Mistero, ossia - relogificando alla maniera di Giuseppe Zigaina - ci
riporta al Progetto di un Mistero.
La luce del Caravaggio è luce riflessa, come la luce
della Luna. La luce della Luna è speculare al Sole. Ma, se dico questo, sto
dicendo anche che Caravaggio è speculare a Pier Paolo Pasolini. Ossia il dato
biografico della morte (parola usata da Pasolini in riferimento alla pittura
del Caravaggio) di Pasolini è, da un punto di vista casuale
biografico, speculare rispetto alla morte del Caravaggio.
Caravaggio, proveniente da Napoli, muore a porto
D’Ercole, sul Tirreno (come Ippolito Nievo quando nasce il Regno d’Italia), ma
su un porto che si apre ad EST, Pasolini muore invece ad Ostia, su un porto che
si apre ad OVEST. E il luogo geografico della morte di Caravaggio si trova,
sulla mappa, sulla sinistra rispetto al luogo geografico della morte di
Pasolini. Questo è un altro fatto che non bisogna dimenticare, perché
Caravaggio è in certo qual modo simile a Laura (immagine speculare della
sorella Adriana), la prima figlia di Agostino, quella che dovrebbe avere
20anni, e che vuole fare la vita mondana, cioè, come il Caravaggio, vuole
vivere, e vuole vivere a Roma, nella capitale. Ma il padre Agostino la
costringe alla clausura, infatti Caravaggio non arriverà mai a Roma perché
muore a porto d’Ercole prima di arrivarci ed essere graziato, attraverso
l’intercessione di Scipione Borghese.
E l’altra specularità biografica non casuale è la
seguente. Come abbiamo detto Caravaggio vuol vivere ed essere graziato in
cambio di alcune sue tele portate in dono a Scipione Borghese, Pasolini invece
per poter morire chiede in prestito alla galleria borghese uno speciale
dipinto, che ha avuto come ultimo proprietario l’altro Scipione Borghese, il
socialista Radicale, profeta sia della sciagura di Umberto I che della sciagura
fascista.
L’infinito gioco pitagorico di rispecchiamenti storico
geografici deve sfociare nel gioco filosofico antropologico del Pasolini
Politico.
E per concludere questa inutile sia pur suggestiva
parte sul Caravaggio, dico l’ultima cosa da ricordare: andando a ritroso come
in una iniziazione mitriaca o a canone inverso come in un mottetto medioevale, ricordo
che Caravaggio fu allievo di Simone Peterzano che, a sua volta, fu allievo di
Tiziano Vecellio.
INTERVENTO AL PARTITO RADICALE DI PIER PAOLO PASOLINI
«Prima di tutto devo giustificare la presenza della
mia persona qui.»
Così esordisce Pier Paolo Pasolini nell’intervento al
Partito Radicale. Siamo nell’attualità, a Firenze, è il 6 novembre del 1975.
Pasolini è morto da ormai quattro giorni e a Roma si celebrano i suoi funerali.
I radicali sono attoniti mentre Vincenzo Cerami legge lo scritto pasoliniano ad
una platea ancora incredula e drammaticamente attenta.
Il senso di quella frase, impossibile da comprendere,
deflagrerà, immediatamente dopo, in un’infinita irradiazione di significati
inauditi. La presenza di Pier Paolo Pasolini ci riporta
alla presenza del poeta in Patmos, alla presenza di
tutti i morti della strage di Piazza Fontana con i quali il poeta
s’identifica. «L’è il dì di mort (tutti presenti)». Ma Vincenzo
Cerami, ignaro del rito solenne a cui è stato chiamato e di
cui è strumento, continua a leggere.
«Non sono qui come radicale. Non sono qui come
socialista. Non sono qui come progressista.»
Un autore come Pasolini che oltre ad essere un grande
poeta è anche un grande linguista, sa bene che la ripetizione ossessiva delle
stesse parole, sia in prosa che in poesia, è cosa pedestre da principiante. Ma
non bisogna dimenticare, però, che tale poeta-civile e linguista era anche un
grande antropologo che sapeva bene quando arriva il momento in cui la
ripetizione diventa necessaria, cioè quando il riferimento è riferimento al
sacro, alla religione, alla religione laica, civile potremmo dire, che fra poco
nominerà.
Ernesto De Martino ci ricorda in Fine del
mondo (scritto postumo dell’Einaudi) le parole dello psichiatra
tedesco Alfred Storch, Das archaisch-primitive Erleben und Denken der
Schizophrenen, 1922. «''Devi dirlo tre volte" è da tempo
immemorabile una massima della magia. L'accumularsi degli epiteti nelle
invocazioni agli dèi ha lo stesso fine. L'oggetto del parlare, la forza da
costringere è avviluppata per così dire in parole, oppure, quando la
ripetizione ha luogo da un altro punto di vista, racchiusa in esse»
De Martino riassume, subito dopo, anche le
osservazioni della storica delle religioni e linguista inglese Jane Ellen
Harrison: «Il mito è la parola detta che possiede forza
decisiva, in quanto è ripetuta. Infatti proprio come appartiene all'essenza
della azione sacra di essere ripetuta, l'essenza del mito sta nel fatto che
esso è narrato, sempre di nuovo ridetto».
A queste osservazioni sul valore delle tre parole,
ripetute tre volte, bisogna aggiungerne un'altra, rilevandola immediatamente
nel procedere nell'ascolto di questa prima parte del suo scritto.
E Vincenzo Cerami continua a leggere ai Radicali e al
mondo:
«Sono qui come marxista che vota per il Pci, e spera
molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di
comunisti almeno come spera nei radicali.»
È un epitaffio che sintetizza la sua storia e che si
chiarisce ulteriormente nel successivo e quasi banale incremento di senso.
«Cioè con quel tanto di volontà e irrazionalità e
magari arbitrio che permettono di spiazzare – magari con un occhio a
Wittgenstein – la realtà, per ragionarci sopra liberamente.»
“Volontà, irrazionalità e arbitrio ma con un occhio a
Wittgenstein”, è una allusione necessariamente banale, posta nel suo scritto in
modo che non ci siano dubbi. Infatti il libro per cui il viennese Ludwig Josef
Johann Wittgenstein è massimamente ricordato (lo scrive da prigioniero
nell’Abbazia-fortezza di Monte Cassino durante la Prima guerra mondiale) è
il Tractatus Logico-Philosophicus, uno dei testi più ostici di
tutta la storia della filosofia. Ne scrive il De Martino molto
criticamente, «Assimilazione della “rinuncia alla filosofia” in
Wittgenstein allo zen: primato concesso al fatto puntuale, irrelato,
ecc.». Ma è ovvio che Pasolini non sta chiedendo ai Radicali di
imbarcarsi in una simile problematica. Infatti basta aprire la copertina del
testo di Wittgenstein per leggere subito, dopo il titolo del Tractatus
Logico-Philosophicus, la frase del poeta, anch'esso viennese,
Ferdinand Kürnberger.
Quindi, Pasolini, pronunciando la frase - attraverso
la voce di Vincenzo Cerami - magari con un occhio a Wittgenstein, sta
dicendo implicitamente che bisogna usare un occhio per scrutare il filosofo
(che si pone a cavallo della fine della filosofia e l’inizio dell’antropologia)
e un occhio per scrutare il poeta Kürnberger che è, in questo caso, anche il
linguista-poeta-antropologo Pasolini.
E la frase di Kürnberger è proprio lì, nella prima
pagina, o, più significativamente, nell’occhiello o occhietto del trattato di
Wittgenstein. Quindi con un po’ di volontà, irrazionalità e arbitrio,
spiazziamo la realtà della parola occhio, come farebbe un
poeta, e la trasformiamo nella parola occhietto.
E cosa dice, banalmente, l’ironico occhietto
pasoliniano in riferimento al poeta Kürnberger? Esso pronuncia semplicemente un
motto:
«e tutto ciò che si sa, ciò che non sia solo udito
rumoreggiare e mormorare, può dirsi in tre parole.»
Tutta la società italiana rumoreggiava e mormoravain
quel 6 novembre 1975 sulla morte di Pier Paolo Pasolini ma il poeta,
sfacciatamente e provocatoriamente, dimostrava di saperlo, di averlo immaginato
plasticamente, descrivendolo nello stesso momento in cui tutto ciò avveniva
attraverso la voce dell’inconsapevole Vincenzo Cerami, in un cerimoniale di
rito laico, che pronunciava le tre parole, ripetute per ben tre volte: «Non
sono qui»!
Devo giustificare -dice definitivamente e inconfutabilmente il poeta - la mia
presenza qui, cioè nella vostra e nostra memoria storica, politica e
filosofica, cioè nella vostra e nostra religione laica.
Perché, a questo punto, attraverso la banalità della
citazione del poeta Kürnberger, tutto lo scritto esplode nel suo reale e
potente significato profetico.
Le tre parole “magiche”, «non sono qui», sono
accompagnate da tre diversi appellativi - radicale, socialista e
progressista - riferibili ad un personaggio descritto nell’appunto 101
di Petrolio, o meglio nella specularità di Agostino. Personaggio che si trova
nell’appunto di Petrolio dove il poeta scrive il giorno della sua morte sulla
faccia della Luna. Un personaggio che oltre a ricordare Sant’Agostino,
l’istitutore della semiotica, è anche un contenitore attraverso il quale
Pasolini sviluppa un’embricazione storico-simbolica che potremmo definire
infinita, cioè un embricazione che sfida il concetto hegeliano dell’infinità
dell’opera d’arte, sul quale tutta l’Epochè di Petrolio si fonda.
Il contenitore formale “Agostino”,
creato da Pasolini in Petrolio (non dimentichiamo che Petrolio non vuole essere
tanto romanzo storico ma il tentativo di creare una forma),
è il nome di un personaggio speculare, appartenente alla nobiltà
nera, in grado di evocare tutta la storia italiana, dall’Unità fino agli ultimi
giorni del poeta e oltre. Ma Agostino ha un riferimento esplicito e folgorante
al principe Scipione Borghese, quel principe che la statunitense Harriett
Lathrop Dunham, moglie dell’economista radicale leccese Antonio De Viti De
Marco, definì, nel 1899, «un cavaliere errante per la libertà».
Questo cavaliere errante per la libertà, fu
scelto da Pasolini, oltre che per il suo cognome di aristocratico
nero, anche perché, citando Èlites dell’ottocento di Aldobrandini, «come
altri radicali (De Viti De Marco, Pappafava, Pantaleoni ad es.) era liberale e
riformista. Si avvicinava al progetto politico dei nobili della Destra storica,
rispettosi della religione e delle libertà, in uno Stato laico». Io
modestamente e sommessamente aggiungerei rispettosi
dell’alterità, e non solo quella dei braccianti agricoli o degli
operai ma, per essere più specifici, di quella alterità descritta da Benedetto
Croce nella frase seguente, tratta da un suo discorso politico ai liberali del
marzo del 1945:
«Ora io udii più volte, nella mia gioventù, da uno dei
maggiori uomini della Destra, Silvio Spaventa, il rimpianto che gli uomini
rimasti fedeli al ricordo degli antichi Stati, i borbonici, i granducali, gli
austriacanti, o altre che fossero, perfino i sostenitori del potere temporale,
fra i quali era pur gente degna e capace, si fossero appartati dalla vita
pubblica e non avessero costituito una Destra, che sarebbe stata utile alla
piena e sana vita dei partiti, e non avrebbe condotto, essi della Destra, ad
accettare un nome che a loro disconveniva, perché si sentivano ed erano
nient’altro che schietti liberali, più profondamente liberali di parecchi dei
loro avversari di sinistra; e tutt’al più si sarebbero potuti chiamare moderati
o di centro».
Silvio Spaventa, zio di Benedetto Croce e fratello di Bertrando. Bertrando Spaventa fu il filosofo che fondò e animò la scuola partenopea di filosofia di metà Ottocento d’ispirazione hegeliana. Una scuola filosofica paragonabile solo a quella tedesca della stessa epoca, o, addirittura, ad essa superiore.

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