Sunday, 18 October 2020

PIER PAOLO PASOLINI: Relazione al congresso del Partito radicale

 


Premessa

Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Pci, e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali. Cioè con quel tanto di volontà e irrazionalità e magari arbitrio che permettono di spiazzare – magari con un occhio a Wittgenstein – la realtà, per ragionarci sopra liberamente. Per esempio: il Pci ufficiale dichiara di accettare ormai, e sine die, la prassi democratica. Allora io non devo aver dubbi: non è certo alla prassi democratica codificata e convenzionalizzata dall’uso di questi tre decenni che il Pci si riferisce: esso si riferisce indubbiamente alla prassi democratica intesa nella purezza originaria della sua forma, o, se vogliamo, del suo patto formale. Alla religione laica della democrazia. Sarebbe un’autodegradazione sospettare che il Pci si riferisca alle democraticità dei democristiani: e non si può dunque intendere che il Pci si riferisca alla democraticità per esempio dei radicali.

 

Paragrafo primo

A) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti.

B) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono, o addirittura ci rinunciano.

C) Sono abbastanza simpatiche anche quelle persone che lottano per i diritti degli altri (soprattutto per coloro che non sanno di averli).

D) Ci sono, nella nostra società, degli sfruttati e degli sfruttatori. Ebbene, tanto peggio per gli sfruttatori.

E) Ci sono degli intellettuali, gli intellettuali impegnati, che considerano dovere proprio e altrui far sapere alle persone adorabili, che non lo sanno, che hanno dei diritti; incitare le persone adorabili, che sanno di avere dei diritti ma ci rinunciano, a non rinunciare; spingere tutti a sentire lo storico impulso a lottare per i diritti degli altri; e considerare, infine, incontrovertibile e fuori da ogni discussione il fatto a lottare per i diritti degli altri; e considerare, infine, incontrovertibile e fuori da ogni discussione il fatto che tra gli sfruttati e gli sfruttatori, gli infelici sono gli sfruttati.

Tra questi intellettuali che da più di un secolo si sono assunti un simile ruolo, negli ultimi anni si sono chiaramente distinti dei gruppi particolarmente accaniti a fare di tale ruolo un ruolo estremistico. Dunque mi riferisco agli estremisti, giovani, e ai loro adulatori anziani. Tali estremisti (voglio occuparmi soltanto dei migliori) si pongono come obiettivo primo e fondamentale quello di diffondere tra la gente, direi apostolicamente, la coscienza dei propri diritti. Lo fanno con determinazione, rabbia, disperazione, ottimistica pazienza o dinamitarda impazienza, secondo i casi. E dato che non si tratta solo di suscitare (negli adorabili ignari) la coscienza dei propri diritti, ma anche la volontà di ottenerli, la propaganda non può non essere soprattutto pragmatica.

 

Paragrafo secondo

Disobbedendo alla distorta volontà degli storici e dei politici di mestiere, oltre che a quella delle femministe romane – volontà che mi vorrebbe confinato in Elicona esattamente come i mafiosi a Ustica – ho partecipato una sera di questa estate a un dibattito politico in una città del Nord. Come sempre poi succede, un gruppo di giovani ha voluto continuare il dibattito anche per strada, nella serata calda e piena di canti. Tra questi giovani c’era un greco. Che era, appunto, uno di quegli estremisti marxisti «simpatici» di cui parlavo. Sul suo fondo di piena simpatia, si innestavano però manifestamente tutti i più vistosi difetti della retorica e anche della sottocultura estremistica. Era un «adolescente» un po’ laido nel vestire; magari anche addirittura un po’ scugnizzo: ma, nel tempo stesso aveva una barba di vero e proprio pensatore, qualcosa tra Menippo e Aramis; ma i capelli, lunghi fino alle spalle, correggevano l’eventuale funzione gestuale e magniloquente della barba, con qualcosa di esotico e irrazionale: un’allusione alla filosofia braminica, all’ingenua alterigia dei gurumparampara. Il giovane greco viveva questa sua retorica nella più completa assenza di autocritica: non sapeva di averli, questi suoi segni così vistosi, e in questo era adorabile esattamente come coloro che non sanno di avere diritti... Tra i suoi difetti vissuti così candidamente, il più grave era certamente la vocazione a diffondere tra la gente («un po’ alla volta», diceva: per lui la vita era una cosa lunga, quasi senza fine) la coscienza dei propri diritti e la volontà di lottare per essi. Ebbene, ecco l’enormità, come l’ho capita in quello studente greco, incarnata nella sua persona inconsapevole. Attraverso il marxismo, l’apostolato dei giovani estremisti di estrazione borghese – l’apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli – altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande. È un’inconscia guerra civile – mascherata da lotta di classe – dentro l’inferno della coscienza borghese. (Si ricordi bene: sto parlando di estremisti, non di comunisti.) Le persone adorabili che non sanno di avere diritti, oppure le persone adorabili che lo sanno ma ci rinunciano – in questa guerra civile mascherata – rivestono una ben nota e antica funzione: quella di essere carne da macello. Con inconscia ipocrisia, essi sono utilizzati, in primo luogo, come soggetti di un transfert che libera la coscienza dal peso dell’invidia e del rancore economico; e, in secondo luogo, sono lanciati dai borghesi giovani poveri incerti e fanatici, come un esercito di paria «puri», in una lotta inconsapevolmente impura, appunto contro i borghesi vecchi, ricchi, certi e fascisti. Intendiamoci: lo studente greco che qui ho preso a simbolo era a tutti gli effetti (salvo rispetto a una feroce verità) un «puro» anche lui, come i poveri. E questa «purezza» ad altro non era dovuta che al «radicalismo» che era in lui.

 

Paragrafo terzo

Perché è ora di dirlo: i diritti di cui qui sto parlando sono i «diritti civili» che, fuori da un contesto strettamente democratico, come poteva essere un’ideale democrazia puritana in Inghilterra o negli Stati Uniti – oppure laica in Francia – hanno assunto una colorazione classista. L’italianizzazione socialista dei «diritti civili» non poteva fatalmente (storicamente) che volgarizzarsi. Infatti: l’estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi comanda. L’estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli identici diritti dei padroni. L’estremista che insegna agli altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici, che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l’identica felicità degli sfruttatori. Il risultato che in tal modo eventualmente è raggiunto è dunque una identificazione: cioè, nel caso migliore, una democratizzazione in senso borghese. La tragedia degli estremisti consiste così nell’aver fatto regredire una lotta che essi verbalmente definiscono rivoluzionaria marxista-leninista, in una lotta civile vecchia come la borghesia: essenziale alla stessa esistenza della borghesia. La realizzazione dei propri diritti altro non fa che promuovere chi li ottiene al grado di borghese.

 

Paragrafo quarto

In che senso la coscienza di classe non ha niente a che fare con la coscienza dei diritti civili marxistizzati? In che senso il Pci non ha niente a che fare con gli estremisti (anche se alle volte, per via della vecchia diplomazia burocratica, li chiama a sé: tanto, per esempio, da aver già codificato il Sessantotto sulla linea della Resistenza)? È abbastanza semplice: mentre gli estremisti lottano per i diritti civili marxistizzati pragmaticamente, in nome, come ho detto, di una identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore – i comunisti, invece, lottano per i diritti civili in nome di una alterità. Alterità (non semplice alternativa) che per sua stessa natura esclude ogni possibile assimilazione degli sfruttati con gli sfruttatori. La lotta di classe è stata finora anche una lotta per la prevalenza di un’altra forma di vita (per citare ancora Wittgenstein potenziale antropologo), cioè di un’altra cultura. Tanto è vero che le due classi in lotta erano anche – come dire? – razzialmente diverse. E in realtà, in sostanza, ancora lo sono. In piena età dei Consumi.

 

Paragrafo quinto

Tutti sanno che gli «sfruttatori» quando (attraverso gli «sfruttati») producono merce producono in realtà umanità (rapporti sociali). Gli «sfruttatori» della Seconda rivoluzione industriale (chiamata altrimenti Consumismo: cioè grande quantità, beni superflui, funzione edonistica) producono nuova merce: sicché producono nuova umanità (nuovi rapporti sociali). Ora, durante i due secoli circa della sua storia, la Prima rivoluzione industriale ha prodotto sempre rapporti sociali modificabili. La prova? La prova è data dalla sostanziale certezza della modificabilità dei rapporti sociali in coloro che lottavano in nome dell’alterità rivoluzionaria. Essi non hanno mai opposto all’economia e alla cultura del capitalismo un’alternativa, ma, appunto, un’alterità. Alterità che avrebbe dovuto modificare radicalmente i rapporti sociali esistenti: ossia, detta antropologicamente, la cultura esistente. In fondo il «rapporto sociale» che si incarnava nel rapporto tra servo della gleba e feudatario, non era poi molto diverso da quello che si incarnava nel rapporto tra operaio e padrone dell’industria: e comunque si tratta di «rapporti sociali» che si son dimostrati ugualmente modificabili. Ma se la Seconda rivoluzione industriale – attraverso le nuove immense possibilità che si è data – producesse da ora in poi dei «rapporti sociali» immodificabili? Questa è la grande e forse tragica domanda che oggi va posta. E questo è in definitiva il senso della borghesizzazione totale che si sta verificando in tutti i paesi: definitivamente nei grandi paesi capitalistici, drammaticamente in Italia. Da questo punto di vista le prospettive del Capitale appaiono rosee. I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d’uomo: ma l’umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei «rapporti sociali» immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi antifascismo); sia, com’è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica, un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili. In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all’utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti a una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova.

 

Paragrafo sesto

Caro Pannella, caro Spadaccia, cari amici radicali, pazienti con tutti come santi, e quindi anche con me: l’alterità non è solo nella coscienza di classe e nella lotta rivoluzionaria marxista. L’alterità esiste anche di per sé nell’entropia capitalistica. Quivi essa gode (o per meglio dire, patisce, e spesso orribilmente patisce) la sua concretezza, la sua attualità. Ciò che è, e l’altro che è in esso, sono due dati culturali. Tra tali due dati esiste un rapporto di prevaricazione, spesso, appunto, orribile. Trasformare il loro rapporto in un rapporto dialettico è appunto la funzione, fino a oggi, del marxismo: rapporto dialettico tra la cultura della classe dominante e la cultura della classe dominata. Tale rapporto dialettico non sarebbe dunque più possibile là dove la cultura della classe dominata fosse scomparsa, eliminata, abrogata, come dite voi. Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. È ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche – ed è tutto dire – di fascisti.

 

Paragrafo settimo

I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri. Ora, dire alterità è enunciare un concetto quasi illimitato. Nella vostra mitezza e nella vostra intransigenza, voi non avete fatto distinzioni. Vi siete compromessi fino in fondo per ogni alterità possibile. Ma una osservazione va fatta. C’è un’alterità che riguarda la maggioranza, e un’alterità che riguarda le minoranze. Il problema che riguarda la distruzione della cultura della classe dominata, come eliminazione di una alterità dialettica e dunque minacciosa, è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema del divorzio è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema dell’aborto è un problema che riguarda la maggioranza. Infatti gli operai e i contadini, i mariti e le mogli, i padri e le madri costituiscono la maggioranza. A proposito della difesa generica dell’alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell’aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò – e voi lo sapete benissimo – costituisce un grande pericolo. Per voi – e voi sapete benissimo come reagire; ma anche per tutto il paese – che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male. Cosa voglio dire con questo? Attraverso l’adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti di cui ho parlato nei primi paragrafi di questo mio intervento – i diritti civili sono entrati a far parte non solo della coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente italiana di fede progressista. Non parlo dei vostri simpatizzanti. Non parlo di coloro che avete raggiunto nei luoghi più lontani e diversi: fatto di cui siete giustamente orgogliosi. Parlo degli intellettuali socialisti, degli intellettuali comunisti, degli intellettuali cattolici di sinistra, degli intellettuali generici, sic et simpliciter: in questa massa di intellettuali – attraverso i vostri successi – la vostra passione irregolare per la libertà, si è codificata, ha acquistato la certezza del conformismo, e addirittura (attraverso un «modello» imitato sempre dai giovani estremisti) del terrorismo e della demagogia.

 

Paragrafo ottavo

So che sto dicendo delle cose gravissime. D’altra parte era inevitabile. Se no cosa sarei venuto a fare qui? Io vi prospetto – in un momento di giusta euforia delle sinistre – quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova «trahison des clercs»: una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita. Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione «creando come contesto alla propria ideologia edonistica, un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili». Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili, rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera. Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa a essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.


Wednesday, 9 September 2020

Appunto 101: L'Epochè: Storia di un padre e delle sue due figlie

 

Appunto 101

L'Epochè: Storia di un padre e delle sue due figlie

«Collochiamo la nostra storia — (riprese) il narratore — qui, nei dintorni di Roma. Infatti ci occuperemo di un uomo della nobiltà romana, cosiddetta nera. Al momento in cui la nostra storia comincia egli aveva quarant'anni e aveva due figlie di circa diciotto - venti anni. Abitavano insieme (la moglie era morta da molto) in un castello o in una casa gentilizia al centro di un paese dell'Alto Lazio o della Tuscia. Il paese, in quegli anni (una decina d'anni fa, anche se sembrano molto di più) era ancora intatto. Sorgeva con le sue case di tufo, dalle grandi pareti e dalle piccole finestre, disposte lungo tetri vicoletti che poi finivano contro un muretto a strapiombo su una radiosa vallata. Non mancavano lunghi slarghi con palazzotti dalle scalinate esterne a v rovesciata, il vecchio acciottolato, una minuta chiesetta romanica, che più antica non si potrebbe immaginare, in disparte, e in fondo, incompleta la (...) grigia chiesa seicentesca. Anche il palazzo dove abitava il nostro protagonista — che chiameremo, non senza una punta di parodia, Agostino — era un palazzo del Seicento. Era incastrato tra le casette del paese da una parte, e, dall'altra, contro un poggio verde di viti e [ulivi], che, proprio sotto il palazzo, finiva con una parete rocciosa, in cui uno scultore ‘bambocciante', aveva ricavato una fontana con dei personaggi mitici a ‘trompe-l’œil’, qualcuno piccolissimo, qualcun altro enorme, e tutti buffoneschi. Il poroso xxx di cui erano fatti, però, dava loro una strana autorità. Un lambiccato controriformismo di provincia si contaminava con uno spirito popolare in 'cui il mito era qualcosa di reale. Bene. Agostino passava i suoi giorni dentro quelle stanze enormi e ben tenute (pur nel loro falso disordine e vuoto della decadenza). Era un intellettuale. Leggeva, studiava, riceveva degli amici. (...)

Egli si era costretto a quella specie di esilio subito dopo la guerra. Era stato infatti fascista. Bisogna però subito precisare che il suo fascismo non era affatto oggettivo e, come dire, normale. Anzi era del tutto aberrante. Si fondava sull'equivoco che esso | il fascismo | fosse una grande Destra. Soltanto quando fu caduto (e ciò coincise con la maggiore età del nostro eroe) si rivelò a uno sguardo retrospettivo, finalmente storico e colto, una semplice ǀ sinistra ǀ buffonata. Ma Agostino era ricco, e poteva permettersi di vivere 'di maniera', appunto in esilio, pagando provocatoriamente e con |estrema| sottigliezza il proprio errore. Anche il mondo da cui egli si teneva lontano, del resto altro non era in sostanza che errore. Una finta democrazia né più né meno buffonesca che il fascismo. La vera grande Destra era più irrealizzata che mai; anzi, era scopertamente declinata. Il Centro fingeva mire progressiste, anche là dov'era più miserabilmente reazionario ( mafia, sottogoverno, intrallazzi, lotte di correnti). Ma insomma tutte queste cose le sapete meglio di me. Agostino amava molto le figlie, ma ci stava poco insieme, tanto che esse un po' alla volta avevano finito col divenire delle estranee con cui egli recitava — senza neanche troppo nasconderlo — la scena dell'affetto famigliare. Facevano i pasti insieme, quando arrivavano degli ospiti si radunavano insieme nel salone del camino, e la loro frequentazione reciproca era tutta lì. Fu un amico di nome Tertulliano (anche questo è evidentemente un nome inventato) ad avvenire Agostino di quanto stava succedendo. Eravamo verso la fine degli Anni Cinquanta. Non si trattava di fatti reali, ma di fatti interiori, e riguardavano le due ragazze.

Una di esse, Laura, non era infatti contenta della vita che conduceva con suo padre a Isola Borghese. (...) A insaputa di tutti, tutto era dunque messo in crisi. Era una cosa enorme: il terreno era franato sotto i piedi silenziosamente, e adesso il baratro si era aperto, e non c'era più niente da fare. Se si fosse trattato di una vita, pazienza. Ma si trattava, come vi ho detto, di una recita; e di una recita, oltre tutto, pressoché soltanto gestuale. Agostino aveva organizzato la propria vita come certi poeti (penso a Gottfried Benn) che si convincono di essere nazisti, e fanno il 'gesto' di scrivere versi nazisti (anche nel caso di Benn, comunque, il nazismo altro non era che una raffinata e laconica coscienza decadente). Agostino non scriveva poesie. Ma, come la maggior parte degli uomini, egli si esprimeva con il proprio corpo, con il proprio comportamento, ossia con l'azione scenica della propria vita. Lo dice Sant’Agostino: "Non unitevi con le parole, ma unitevi con la parola fatta carne" (De spiritu et littera), ricordandosi, evidentemente di San Paolo: "... poiché è evidente che siete una lettera di Cristo, redatta da noi suoi ministri e scritta non già con inchiostro, bensì con lo spirito di Dio vivo: non su tavole di pietra, ma su tavole che sono i vostri cuori di carne" (II Corinti, iii , 3).

Perché la figlia Laura non era contenta della vita col padre nel palazzo-monastero di Isola Borghese? Come Tertulliano informò, si trattava di una ragione molto semplice, direi quasi naturale. Laura era una ragazza di neanche vent'anni. Ed era quindi, appunto, più che giusto che la noiosa vita in quel romitorio dell'alto Lazio non le piacesse. Essa sognava infatti la vita della Capitale, con tutto ciò che implicava. La vocazione della sua vita era una vocazione irresistibilmente mondana, ecco il punto.

Ciò offendeva Adriana, l'altra sorella un poco più giovane, che invece si dichiarava fedele al progetto, diciamo così, stilistico del padre, che faceva della loro vita un'opera, anche se necessariamente di maniera. Anzi, essa andava ancora più in là dei limiti 'stilistici' paterni, come vedremo fra poco.

Agostino affrontò il problema di Laura che si presentava, è il caso di dirlo, come un 'colpo di scena'. Del resto non aveva il minimo dubbio su come avrebbe dovuto comportarsi. Aveva — alle origini — deciso di essere un padre autoritario, e padre autoritario doveva restare. Chiamò [a sé] Laura, e, sia pure con la classe di un uomo colto, le comunicò le sue (...) decisioni repressive. Niente Roma, niente vita mondana, niente ambizioni, niente compromessi con la società italiana. All'origine della vocazione mondana di Laura c'era evidentemente la stessa 'teatralità' del padre (i due infatti si assomigliavano in modo impressionante): si trovavano dunque in lei gli elementi psicologici e ideologici necessari ad accettare la repressione; e a compiere quell'atto eroico che è stato un grande valore per tutti i secoli e i millenni della storia umana — consistente nella rassegnazione, e nella conseguente interiorizzazione delle proprie aspirazioni deluse.

Ma non appena fu — o parve — risolto il problema di Laura, ecco scoppiare il problema di Adriana. Anche stavolta fu Tertulliano a informare Agostino, il quale non si era neanche stavolta accorto di nulla. Adriana aveva sentito nel suo animo improvvisamente, proprio in quei giorni, una irresistibile vocazione religiosa, E aveva addirittura preso fra sé la decisione di farsi monaca di clausura. Era certa che il padre non l'avrebbe disapprovata; eppure temeva a parlargliene. Anzi, all'idea di parlargliene era presa da un inspiegabile terrore.

Anche su questo punto Agostino fu subito radicale; niente clausura, niente uniforme ecclesiastica, niente compromessi con una Chiesa che non aveva saputo porsi come fondamento di una grande Destra (!), e anzi, si era data, sia pure verbalmente, negli ultimi anni a melense farneticazioni progressiste (sviluppando nel suo seno, insieme ai vecchi cardinali ignoranti come vaccari, degli insopportabili cattolici di sinistra non meno pietistici e untuosi).

Fu sul punto di chiamare Adriana e farle il discorsetto repressivo che aveva fatto con Laura. Quando, di colpo, ebbe, su di sé, una rivoluzionaria rivelazione, che l'illumino. Era giugno: una stupenda giornata — non priva di nuvole colme di ritardataria pioggia — in cui l'estate era scoppiata d'improvviso. Se qualche goccia cadeva giù dalla ardente distesa grigia del cielo, pareva una goccia di sudore. Ma spesso il vento caldo apriva grandi squarci di sereno, e i raggi del sole obliqui (era già il tardo pomeriggio) davano alle vallate profonde, ai borghi rustici, ai boschi di querce uno splendore di cui il presente, sempre così misero, sembrava indegno. Agostino usci di casa, e andò a fare una passeggiata dietro il paese, dove il silenzio era più profondo e niente era cambiato dal (...) Medioevo. Una dolcezza selvaggia, ariostesca, aleggiava sui borri profondi, sui semicerchi di prati falciati contro il verde più cupo dei boschi mediterranei. Agostino, al contrario di tutti i componenti della nobiltà romana, non era un uomo ignorante. [Al contrario], egli era molto colto: cosa, questa, che costituisce un caso anomalo, tanto anomalo rida renderei probabilmente arbitrario questo mio racconto. Fatto sta che Agostino non solo aveva una buona cultura classica, ma anche una discreta conoscenza dei testi contemporanei. Inoltre, pur da dilettante, si era specializzato in storia della Chiesa e in storia delle religioni. Egli avrebbe potuto approfondire i caratteri della vocazione monastica di sua figlia: riconoscere a quale tipo di santità essa aspirasse (anche Adriana assomigliava a lui come una goccia d'acqua: quindi era inevitabile che se essa avesse una vocazione religiosa, il suo fine non avrebbe potuto che essere estremo, cioè, appunto, la santità).

Decise di parlare per tutto il tempo che fosse necessario con lei. Cosa che fece il giorno dopo e i giorni seguenti.

Interrogando Adriana, interrogava anche sé stesso, visto che la rivelazione su di sé che gli era balenata (...) (e subito dissolta) lo aveva reso ai suoi occhi così nuovo e 'problematico'.

Le conclusioni a cui arrivo interrogando Adriana furono in certo modo positive. Il misticismo della figlia era di qualità spiritualmente alta, cioè scientificamente pregevole. Il 'cliché' cristiano era xxx da buoni archetipi. Adriana era preda di una regressione reale, che solo la sua cultura, e quella certa cristallizzazione misteriosa, che distingue la schizofrenia dei santi da quella dei matti, impediva che divenisse un sintomo preoccupante. Essa riviveva la 'ripetizione' al di fuori della coscienza che essa ne aveva come lettrice del miglior San Paolo mistico (dimentica innocentemente della sessuofobia sospetta e dell'antifemminismo di costui). L'alta qualità della rinuncia al mondo di Adriana, andava presa in considerazione. Ma rilanciava anche il caso di Laura. Doveva dunque essere approfondita anche la vocazione mondana di quest'ultima. Cosa che Agostino |fece| diligentemente. Anche per Laura l'esame fu positivo; anzi, altamente positivo. Laura non desiderava affatto entrare nel mondo per una sciocca vanità e superficialità di ragazzina. Il suo voleva essere un vero e proprio intervento tra gli uomini: del suo livello sociale, s'intende, che qui va però inteso come livello culturale.

In che cosa dunque consisteva la rivelazione, che, in occasione della crisi delle sue due figlie, Agostino aveva avuto su sé stesso? (...) Perché — si era chiesto Agostino — per tanti anni egli si era tenuto lontano dal mondo, in uno stato di volontaria impotenza? E la risposta, fulminea, che si era dato, costituiva appunto la illuminazione che egli aveva avuto su di sé: "Io mi sono tenuto lontano dal mondo in uno stato di volontaria impotenza perché desidero il mondo e ho sete di potere". Questa domanda e questa risposta che Agostino aveva dato su di sé, avevano il loro modello sulle domande e sulle risposte che egli era stato costretto a dare sui problemi delle due figlie. "Perché Laura vuole imporsi al mondo? Probabilmente, anzi, certamente perché lo teme e lo detesta". "E perché Adriana vuole definitivamente rinunciare al mondo? Perché sicuramente lo ama e ne e tentata".

La 'sete di potere' che Agostino aveva riscoperto in sé giacente come del materiale prezioso in una miniera abbandonata — era tanto [imponente] almeno quanto era stata [imponente] la sua sete di impotenza. E si scatenò subito in lui appena riconosciuta e ammessa — con una violenza degna dei suoi avi.

Il suo calcolo fu immediato. Rientrare nel mondo e impadronirsene, affermandovi [il proprio] potere. Ma come? L'occasione gli si era presentata: e migliore di così era impossibile immaginarla. Avrebbe mandato avanti le figlie: due donne straordinariamente belle, straordinariamente nobili, e per di più dotate di vocazioni e interessi culturali reali. Al momento in cui esse avessero conseguito il successo che certamente avrebbero conseguito, l'una come donna di mondo l'altra come santa, ecco che si sarebbe presentato lui, il padre. Non avrebbe dovuto fare, personalmente, un passo per risalire la corrente del tempo perduto. Si sarebbe trovato già in piedi sul migliore dei piedistalli o trampolini possibili. Non ha molta importanza precisare quali fossero poi i suoi progetti di potere concreto. La fondazione di quella grande Destra che egli — caso probabilmente unico in una società come quella italiana — aveva così precisa e limpida nella testa. E magari gli inevitabili legami col neofascismo, che egli continuava a disprezzare, ma, che, nella sua strategia, non poteva essere ignorato.

Chiamò le due figlie, e, ancora una volta, impose loro la sua volontà paterna 'repressiva'. * Infatti la sua decisione ben determinata e incrollabile era che esse dovessero ** scambiarsi i ruoli: Laura, la figlia (presa) da una disperata vocazione mondana, avrebbe dovuto prendere i veli e farsi monaca; mentre Adriana, la figlia (presa) da una irresistibile e sincera vocazione religiosa, avrebbe dovuto andare a stabilirsi a Roma, a realizzarvi il più ambizioso e xxx dei disegni di successo mondano.

Sia Adriana che Laura accettarono, chinando la testa davanti alla volontà paterna. Del resto per Adriana questa non era che una regola della sua sincera sanità; per Laura si trattò invece di un calcolo che la rendeva degna del padre, visto che aveva divinato le sue intenzioni.

Passarono circa dieci anni (e siamo così giunti circa ai giorni. 'nostri). Le previsioni di Agostino, si avverarono esattamente. Adriana, la mistica, divenne una potente donna di mondo. La vita della Roma ricca e colta era inconcepibile, ormai, al di fuori di lei. La fatua Laura, dal canto suo, divenne una monaca la cui pietà richiamò subito su di sé l'attenzione del mondo, che tanto crebbe, con gli anni, che finì [col pretendere quella donna] santa. Ed effettivamente sarebbe stato impossibile, (...) dimostrare il contrario. All'ombra delle due figlie, Agostino piano piano era venuto in luce; e la sua autorità, appunto perché ancora nascosta e leggendaria, cominciava a [essere] insostituibile.

Venne il giorno in cui — reprimendo la sua spasimante volontà di esternarsi e di imporsi — Agostino ritenne opportuno abbandonare il suo esilio ormai ventennale, e riapparire sulla scena del mondo. Tutto era pronto. La cosa non doveva certo avvenire senza le ripercussioni e i risultati che Agostino si riprometteva, ma, nel tempo stesso, doveva essere rigidamente evitata ogni forma di retorica.

Ma è proprio alla mattina di quello storico giorno che il nostro racconto cessa. O meglio, ripiega su sé stesso, in quel silenzio interiore da cui era incominciato, anche se tale silenzio interiore (...) è ormai profondamente, irreparabilmente diverso.

 

 

 

 

 

 — Riunione sociologi ecologia ((?) ecc.) — Con problemi e con punti saldi. Con linguaggio umoristico e con paragoni — Sennonché e?) di una gag) appare Dioni. so che sconvolge tutto.

 — Le due giornate della riunione sul disastro ecologico finiscono con una sbornia di tutti i congressisti (vino aleatico e vino ?

 — Dioniso ridiventa orribile e criminale.

 — Essi eran lì per dire la verità, ma appunto per questo non l'hanno detta.

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L’Epochè: Racconto del Bambino-Merda (bambino nato da un uomo — un industriale borghese — che caca)