Nessuno ricorda, nel giorno dell’anniversario, la
strage di Oslo del 22 luglio 2011. Anders Behring Breivik è un terrorista
norvegese, conosciuto in quanto autore degli attentati del 22 luglio 2011 in
Norvegia, che hanno provocato la morte di 77 persone.Dichiaratosi un anti-multiculturalista,
anti-marxista, anti-islamista, e sionista è autore del memoriale 2083. Una
dichiarazione europea d’indipendenza. In questo scritto di 1518 pagine Breivik
si definisce “salvatore del Cristianesimo” e “il più grande difensore della
cultura conservatrice in Europa dal 1950″.
Alle rivolte dei residenti da Livorno a Piacenza,
da Treviso a Roma, fa eco l’ultima intervista di Furio Colombo a Pier Paolo
Pasolini: «Siamo tutti in Pericolo». Ha dilagato, in questi giorni, una
violenza insensata, senza alcuna giustificazione plausibile. Gli immigrati che
dovremmo integrare, vengono letteralmente terrorizzati. Così come si è fatto
coi Rom, si procede anche con gli immigrati. Il contratto sociale esistente fra
noi e loro, l’unico legame che realmente ci unisce, cioè la legge di questo
stato, viene stracciata davanti agli occhi degli immigrati con furia barbarica.
L’anniversario della strage norvegese viene dimenticata dagli organi di stampa
e cancellata dal web italiano. Su oltre 400 pagine create in 24ore nella
giornata di ieri 22 luglio 2015, solo due sono in lingua italiana. Nessun
quotidiano ricorda gli attentati. In un momento in cui è necessario comprendere
il fenomeno e le sue cause, perché ci si dimentica di una strage emblematica
delle dinamiche e del contesto politico-sociale di oggi?
Ma Pasolini lo diceva in quella intervista:
«E
noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di
dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di
lì, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo?».
E ancora:
«Hai mai visto quelle marionette che
fanno tanto riderei bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la
testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere.
Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e
giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa
guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del
mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia
di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento
sinistro di un intero sistema sociale»
Veniamo a noi. Non dico ciò che segue per caso,
ma sempre riferendomi a quest’intervista di Pasolini. Cioè, ancora una volta,
l’Italia viene condannata dalla corte dei diritti umani di Strasburgo,
all’unanimità. E così, come è avvenuto per le condanne in merito alle
condizioni dei detenuti (in questi giorni ci sono stati gli ennesimi suicidi),
e come è avvenuto per quelle relative alla legge 40 sulla gravidanza assistita,
anche questa volta, cioè per le coppie gay e le unioni civili, l’Italia viene
condannata dopo le denunce di semplici cittadini che si sono attivati
autonomamente sulla base dei loro diritti violati. Essendosi rivolti
inutilmente ai tribunali di competenza, sono passati poi alla corte europea,
sempre con l’aiuto di associazioni (in questo caso il nome è «Certi diritti»)
legate alla galassia del Partito Radicale. In buona sostanza, come viene
«dimenticata» la strage norvegese, allo stesso modo, viene avulso dal contesto
il reale protagonista di tutta la faccenda. E, in questo caso, l’associazione
«Certi Diritti»; un’associazione del Partito Radicale.
Il tema radicale non è un tema avulso dal contesto.
Proprio in questi giorni si organizza in parlamento l’ennesima presentazione di
una legge per la legalizzazione delle droghe leggere. E anche in questo siamo
drammaticamente fuori dal mondo. Gli sbarchi di poveri disgraziati continuano.
Il nostro sud Italia è solo, da paese più povero d’Europa quale è, e affronta
impotente l’immane esodo.
Una proposta coerente di governare questo esodo
biblico, che pare caratterizzerà tutto il 21 secolo, è arrivata solo dall’ex
ministro degli esteri Emma Bonino (del Partito Radicale), messa nell’angolo dal
governo Renzi e sostituita da un personaggio senza alcun esperienza. Molti si
lamentano del poco peso politico dell’Italia all’estero, ma, anche in questo
caso, ci si dimentica dei veri responsabili di questa scelta.
A questo punto potremmo anche ipotizzare che il
«marcio» non proviene solo dalla produzione Italiana interna, anzi, se il
governo ha fatto la scelta di non contare nulla in Europa, questa scelta non
può essere assolutamente imputabile alla sola responsabilità italiana, ma,
evidentemente, a pressioni molto più invasive, provenienti dall’Europa e,
probabilmente, non solo dal suo interno. Insomma lo spostamento a destra del
governo italiano coincide esattamente ad uno spostamento identico all’interno
di molti stati dell’Unione Europea, e che, ovviamente, è legato alla
manipolazione del consenso ad uso di potentati politico-economici. Agiscono
incontrastati in assenza di una politica europea latitante.
Dicevo che tutto quello che ho scritto qui sopra
è in una relazione semplicemente naturale con l’intervista a Pasolini. Infatti
Pasolini dimostra di aver previsto quello di cui sopra nei minimi dettagli,
proprio quando dice a Colombo:
«Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel
pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo
sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon
esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la
coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma
proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande
l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I
santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali».
L’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo
Pasolini fu realizzata un giorno prima che Pasolini venisse ucciso. Fu
pubblicata pochi giorni dopo la sua morte, l’otto novembre 1975. Un’intervista
sconvolgente, come furono del resto sconvolgenti tutte le ultime attività del
poeta proprio prima di esser ucciso ad Ostia. Credo che quest’intervista sia
stata sconvolgente non solo per i lettori a cui fu destinata, ma soprattutto
per il giornalista, un giornalista dal calibro di Furio Colombo. Un fatto così
eclatante non solo non può essere dimenticato, ma tende ad occupare il pensiero
di chi lo ha vissuto, per tutta la vita. O, almeno, fin quando questo testimone
non se ne sia fatta una ragione plausibile. E Furio Colombo ha avuto occhio
attento sul Partito Radicale.
In questo articolo Pasolini non fece altro, parlando del Potere, che aniticiare, all'interlocutore ignaro, i fatti che poi sarebbere accaduti ad Ostia dopo poche ore. Invito i lettori a rileggerlo, non ho alcuna voglia di analizzarlo qui. Inoltre, se i lettori vogliono arofondire, possono leggere i libri di Giuseppe Zigaina e il libro che sto per pubblicare a brevi capitoli su Kindle. Potrete trovare le informazioni al mio libro sulla mia mia pagina facebook dedicata a Pasolini.
Il significato della morte di Pasolini, e della
intervista di Furio Colombo «Siamo tutti in pericolo», nel contesto
dell’anniversario della strage di Oslo del 2011 e dei disordini xenofobi che
interessano l’Italia di quest’ultima settimana, verte essenzialmente sul Potere.
Potere, nel caso specifico di Pasolini, non solo inteso nella sua accezione
negativa, ma inteso anche come sua «strumentalizzazione creativa». Il Potere è
stato rappresentato dalla letteratura italiana da pochissimi letterati. E i più
grandi letterati del 900 – successivi al Manzoni - possono esser individuati
solo con Federico De Roberto, autore del romanzo «I Viceré», e con Pasolini,
autore di «Petrolio». Un romanzo, quest’ultimo, che non è affatto incompiuto,
tutt’altro!
La conoscenza pasoliniana della società e del suo
Potere, visti genealogicamente partendo dall’unità d’Italia, raggiunse un
livello tanto profondo, che il poeta poté farne il suo «strumento» di lavoro
quotidiano, il suo attrezzo fondamentale. Voglio dire che come un contadino usa
la falce, un operaio il suo martello, o, su un altro piano, il Cristo usa la
sua croce, così Pasolini ha usato il Potere della società italiana. Ovviamente,
per fini specifici alla sua personale poetica.
«Se ho tra le mani un
consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una
spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che
voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io
esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.»
Egli sapeva molto bene a cosa stava andava in
contro il giorno dopo, proprio perché, usando il Potere come una spranga o come
una zappa, volontariamente, e con la massima consapevolezza e coscienza, ha
fatto sì che ciò accadesse. Inoltre egli sapeva perfettamente anche dove e quando la società
italiana sarebbe andata a sbattere. E ha fatto volontariamente ciò che ha fatto,
mettendoci «pedagogicamente» in guardia, anticipando: «Siamo tutti in pericolo»!
L’aspetto peculiare di questa vicenda è
analizzabile in due momenti fondamentali: la «provocazione» e la
«strumentalizzazione». Venendo velocemente ai giorni nostri, dobbiamo tener
conto di questi due momenti. Prima la provocazione: il Potere provoca
linguisticamente per destabilizzare la società. E poi la strumentalizzazione:
il Potere strumentalizza gli elementi destabilizzati della società per ottenere
una perenne legittimazione.
Certo, questo può accadere anche per caso, cioè
senza essere stato programmato o voluto, inconsapevolmente, ma purtroppo non è
il caso di oggi. Oggi non è come ai tempi di Pasolini, in cui si usavano solo
bombe. Sono decenni ormai, da quando le bombe si sono fermate, che i canali
televisivi dell’informazione nazionale pubblica e privata, determinano
scientificamente le percentuali dei partiti alle elezioni politiche.
E questo
ha messo i suoi «tecnici» (i tecnici dell’informazione) su una strada che non
solo li rende esperti, ma veri maestri della manipolazione. Un «maestro della
manipolazione» non può mandare la società allo sfascio per errore, un «maestro
della manipolazione» non raddoppia e poi triplica i voti di un solo partito
politico xenofobo solo per una svista che, per aggiunta, dura da tre anni, ed è
ancora in atto.
Il mostro che in Norvegia ha ammazzato 77 persone
è stato, probabilmente, il risultato di un errore di calcolo, ma i mostri che
il Potere sta allevando nell’Italia di oggi, sono non solo voluti, ma programmati,
attesi, desiderati… La vittima inerme di questa strategia del terrore sarà
ancora una volta il centro-sud? E lì, dove la feccia politica non riesce ancora
a fare breccia, che insiste inutilmente il sistema mediatico-politico.
È lì in
un paese con una disoccupazione al di sopra del 50 per cento, dove l’economia è
ancora più inferma che in Grecia, nel paese più povero d’Europa, che possiamo
attenderci il peggio. È lì che si avranno gli effetti più devastanti, se non si
procede allo stop immediato di questa martellante follia!
Tzvetan Torodov, antropologo che come Ernesto De
Martino ha studiato il sud America dei Maia, semiologo e profondo conoscitore
dell’analisi del linguaggio e dei dei formalisti russi, uno dei maggiori
intellettuali al mondo, in Italia è sconosciuto. Ha scritto un libro
fondamentale sul linguaggio e la politica (I nemici intimi della democrazia),
proprio dopo la strage di Oslo del 2012.
Basterebbe leggere questo libro, scritto con una
chiarezza intellettuale folgorante, per comprendere quale gap ci separa da un
corretto modo di agire nei confronti degli immigrati e dei cittadini italiani
che li accolgono. Torodov è molto vicino alla poetica di Pasolini, pur non
avendo mai fatto poesia.
Questo anche perché Torodov proviene da un’epoca da
cui Pasolini ha assimilato il meglio di tutta la produzione scientifico
umanistica, e Torodov rappresenta senz’altro una delle massime figure ancora in
attività. Chi leggerà questo testo si renderà conto della assoluta continuità
tra il discorso pasoliniano e quello di Torodov. Ma chi ha mai citato
Torodov? Chi lo ha mai invitato in una trasmissione televisiva? Chi lo ha mai
intervistato su tematiche riguardanti l’immigrazione o la xenofobia?
Probabilmente tutti nel mondo, tranne in Italia.
Questo non riguarda solo Torodov, beninteso.
Riguarda la cultura in generale. Le trasmissioni RAI, Mediaset… invitano i
sostenitori del governo con gli antagonisti che lo stesso governo si è
scelto. Questi personaggi, considerati dal loro contesto generale fino al loro
privato, potrebbero essere ben rappresentati da altri personaggi, quelli che
Pasolini usa in Petrolio. Un romanzo scritto 40 anni fa.
Cosa fare? Leggere «I nemici intimi della
democrazia» sarebbe già un vero passo in avanti. Torodov descrive tutte le «ideologie»
partendo da prima della rivoluzione francese fino ad arrivare al neoliberismo,
descrivendo tutti gli avvenimenti storici fondamentali che hanno caratterizzato
l’Europa e l’America arrivando fino ai nostri giorni. Una descrizione che aiuta
il lettore ad orientarsi nel caos politico economico del mondo di oggi. Altra
cosa da fare è certamente quella di tenersi informati e di lottare per il
diritto all’informazione. Marco Pannella, questo 27 luglio terrà una conferenza
al Senato della Repubblica sulla
«Universalità dei Diritti Umani per la
transizione verso lo Stato di Diritto e l'affermazione del Diritto alla
Conoscenza».
Leggendo l’ultima intervista a Pasolini, pare che
il mondo si sia fermato al 1975. Concludendo, se a questo sistema di
informazione dilagante non ci si contrappone con una cultura, un linguaggio, e
un’azione capillare e dilagante, allora: «Siamo tutti in pericolo»!
Francesco De Maio
articolo pubblicato anche su Notizie Radicali di Valter Vecellio